Incipit Il mito dell’essere sorpresi

Il mito dell'essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Primo capitolo Il mito dell’essere sorpresi

L’immobilità di quel cancello era l’apoteosi emotiva del suo attendere. I suoi occhi carezzavano le rughe di ruggine che avevano creato bolle nella pittura cascante. Aveva già premuto il pulsante del citofono, ma nessuno rispondeva, sebbene lei fosse anche un’ora in ritardo. Il sole al di là delle sbarre cercava di districarsi tra piccoli banchi di nubi bianche, i quali non minacciavano pioggia. Faceva caldo, nonostante mezzogiorno fosse ancora lontano. Sbuffò.

Come vengono prodotti i cancelli? Quante tipologie ne esistono nel mondo? Quanti ne vengono venduti al giorno in una città?

Premette di nuovo il pulsante. I suoi piedi uniti e coperti da scarpe da ginnastica giacevano su una pozzanghera d’acqua piovana, la quale inzuppava la nuda pietra di cemento grezzo. Un suono elettrico, annunciato da nessuna voce umana, disattivò finalmente la serratura. Spinse quindi il cancello ormai aperto ed entrò nella proprietà privata di quel particolare condominio napoletano.

Era strano per lei tornare a Napoli dopo la prima ondata della pandemia, durata circa sei mesi, e ancora più strano era aver deciso di passare prima del tempo con i suoi amici, anziché andare da suo fratello, il quale viveva da solo nella casa di proprietà dei loro defunti genitori. Gli aveva detto però che sarebbe atterrata qualche giorno dopo, dunque lui non sapeva che si trovasse già in città.

Sarebbe bello pilotare un aereo con benzina infinita e poter girovagare costantemente sulla superficie del mondo. Chissà quanti governi romperebbero il cazzo per il mio passaggio in spazi aerei sotto la giurisdizione di qualcuno. Chi gli ha dato poi il diritto di dichiarare il movimento proibito su determinate aree, le quali non toccano neanche la terraferma?

C’erano dodici abitazioni a pian terreno, tutte con terrazzine esterne, accessibili da quel sentiero circolare di asfalto su cui lei stava camminando. Erano in totale sei le torri bianche a ospitare gli appartamenti, ma solo quelli a pian terreno con terrazzina potevano aver accesso al cortile ad anello, che sfoggiava un campetto di calcio e basket giusto al centro. Le abitazioni superiori venivano raggiunte dagli ingressi con scale sulle facciate esterne, sui lati opposti, il che rendeva il cortile quasi privato per chi viveva al piano terra. Se non fosse stata per la posizione fuori mano rispetto al centro di Napoli, affittare una casa lì sarebbe costato parecchi soldi, ma proprio tanti.

Pomodoro viveva al numero 44, quindi lei incominciò a guardare i cancelletti neri con citofoni, dove piccoli numeri dorati sovrastavano gli aggeggi elettronici con su scritto i nomi dei padroni di casa. C’era uno strano silenzio intorno, come se tutti fossero andati via per lavoro o stessero dormendo.

Il lockdown non c’era più, eppure quello sembrava il mortorio pandemico che avrebbe tanto voluto vedere a Londra, ma che purtroppo la sua nazione non le aveva offerto in alcun modo, propinandole una reazione collettiva ben lungi da quella razionale che aveva adottato lei, e che in Italia pareva essere stata la stessa. Sentiva i propri passi digrignare sul pietrisco di pece poco assestato.

“Roby!”, chiamò una voce a lei familiare, senza gridare troppo.

Alzò lo sguardo in avanti. Ognuno dei dodici cancelletti individuali, che erano anche poco protettivi ad essere sinceri, vista la facilità con cui potevano essere scavalcati, dava accesso a una scalinata costretta tra da due basse mura, la quale saliva in maniera poco ripida verso il terrazzino in questione. A tre inferriate di distanza, uno dei suoi amici, Lyno, con la sua solita cresta e una blanda maglietta bianca, si sbracciava con i suoi tatuaggi per attirare l’attenzione. Gli sorrise con la mascherina e avanzò il passo.

Devo creare un brand vestiario quando i miei investimenti frutteranno abbastanza profitti, voglio chiamarlo Robydrugs.

Il ragazzo della sua stessa età aprì il minuto uscio di ferro e spalancò le braccia per cingerla e salutarla. Non si vedevano da più di un anno, perché quando era iniziata la pandemia lei mancava dall’Italia già da circa nove mesi. Aveva avuto una promozione a lavoro e, ricevendo di conseguenza più soldi al mese e più vacanze all’anno, aveva deciso di viaggiare per il mondo e non tornare in Italia per qualche tempo. Aveva voglia di visitare il pianeta e vivere qualche avventura. Il primo lockdown aveva rovinato i suoi piani e posticipato ancor di più il suo rientro alla nazione madre.

Si abbracciarono forte.

Il lato migliore della strada è quello con il marciapiede pulito.

“Come stai?”.

“Sopravvivo… è l’unica cosa che possiamo dire e fare di questi tempi”.

Lui rise e con un cenno del capo la invitò a salire sulla scalinata e raggiungere gli altri sulla terrazzina coperta.

“Tu?”.

“Sopravvivo anche io, ma sono uno di quelli fortunati, perché ho avuto il covid e ho beccato solo un po’ di febbre come sintomo”.

“Ottimo”, commentò e poi un piccolo gradino spaccato, con un pezzo di lastra di marmo mancante, le mise uno sgambetto e lei prese una simpatica storta alla caviglia destra.

“Cristo santo!”, imprecò quasi cadendo a faccia in giù, fermandosi con le mani a terra e avvertendo un dolore fortissimo al malleolo, sul lato esterno.

Lyno si girò e la vide inginocchiata su una gamba che si massaggiava docilmente la caviglia. Parve preoccupato e le offrì una mano per tirarsi su.

“Mi dispiace non averti avvertito. Tranquilla però, non sei l’unica che è inciampata su quel gradino maledetto. Ci siamo passati tutti”, sussurrò mentre lei riacquistava equilibrio e sicurezza.

Chissà che sapore avrebbe un brodo di ossa umane. Cannibale del cazzo, basta horror francesi nelle notti di pioggia londinesi! Raw è un bel film comunque.

“Perché bisbigli?”, chiese a bassa voce, proseguendo nel salire l’ultima parte della scalinata. Lyno si voltò e fece segno con l’indice di fare silenzio, prima di muovere le labbra e dire Teams.

Roby annuì senza capire a cosa di riferisse e lo seguì zoppicando, poiché la caviglia gridava nel suo piede destro.

In cima alla gradinata, la tettoia della terrazza copriva un ampio perimetro di mattonelle bordeaux, sovrastate da tre tavoli di plastica verdi con sedie messi uno di fianco all’altro, un’amaca sul lato sinistro, delle lettiere per gatti nei pressi della porta d’ingresso della casa e sul lato destro un barbecue, un forno in pietra per le pizze e miriadi di fioriere, che esibivano piccole piante di peperoncini piccanti e spezie di diversi colori e dimensioni.

Ai tavoli centrali, Pomodoro e Gigidò stavano rollando delle sigarette in tombale silenzio, mentre sul lato più esterno della tavolata c’era Paolino, seduto a braccia incrociate dinanzi a un portatile. Ascoltava le parole di qualcuno che recitava una formula burocratica in tono solenne, quasi da preghiera.

I due nel mezzo lasciarono perdere i drummini e si alzarono in piedi lentamente, evitando qualsiasi tipologia di rumore. Andarono ad abbracciare Roby, che zoppicante aveva raggiunto i tavoli.

La ragazza notò in quel momento, senza sentire quello che veniva dichiarato, che Paolino indossava giacca, camicia e cravatta, ma al di sotto del tavolo aveva un pantaloncino stile costume da spiaggia, piedi scalzi e infradito.

Pomodoro la strinse, dicendole che gli dispiaceva che fosse inciampata sul gradino di casa sua. Gigidò fece lo stesso, ma le chiarì anche che il loro amico si stava laureando in quel momento. Quella che parlava era la presidentessa di commissione, che da remoto stava proclamando dottori in informatica circa venti persone quella mattina.

Lei strabuzzò gli occhi.

Immagina se fossi stata tu a dover spiegare la tesi dinanzi allo schermo di un computer, inquadrata in piena faccia sotto lo sguarda di circa trenta esseri umani. Mi chiedo che colore siano le mutande dei professori, di sicuro sono vestiti proprio come Paolino in questo momento.

Si sedettero tutti e Roby notò che sul tavolo centrale vi erano due cannoni giganti, già rollati e posizionati a x, come due vecchie spade a indicare un tesoro sepolto su una cartina pirata. Quasi sicuramente si aspettava la fine della proclamazione per iniziare il festino e sballarsi. C’erano anche tre birre stappate, quindi Pomodoro ne prese una quarta, da un frigo portatile vicino alla sua sedia, e aprendola la passò a Roby, dopodiché tutti e quattro prepararono una sigaretta a testa, mentre solenne Paolino continuava la sua sceneggiata finale. La voce dal computer continuava a blaterare, ma stava iniziando adesso a chiamare dei nomi propri di persona.

Giro di accendini.

E uno di valzer, tiè!

C’erano due posacenere di ceramica al centro del tavolo.

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Incipit di Horror Club

Horror Club Pasquale Scalpellino

Primo capitolo di Horror Club

IL MONDO HA BISOGNO DI HORROR.

Questo era il messaggio che avevo trovato sulla homepage di quello strano sito web. Ci ero incappato per caso, una pagina apparsa dal nulla, una pubblicità qualunque venuta fuori come pop-up da un website di film horror in streaming. Non avevo chiuso subito la finestra e avevo letto quella scritta, lasciandomi ammaliare dalla grafica spettrale. C’erano alberi in nero, illuminati da flash di fulmini, foglie che volavano via come pipistrelli screziati, rumore di pioggia, caratteri rossi insanguinati.

TU SEI L’ULTIMO DELLA CERCHIA.

TU SEI STATO SCELTO PER L’HORROR CLUB.

Poi mi era arrivata di colpo una e-mail, un messaggio ancor più bizzarro del sito stesso, sebbene quest’ultimo ne fosse il mittente.

Tutt’oggi mi chiedo come sia stato possibile quell’invio, visto che non avevo fornito alcun tipo di dati. Avevo soltanto osservato le scritte.

Mi avevano spedito comunque un indirizzo e un orario. Mi avevano ripetuto che il mondo aveva bisogno di Horror, con la lettera maiuscola. Mi avevano detto che saremmo stati in otto. Otto persone, otto narratori, otto scrittori in grado di regalare al mondo la paura, lo spavento, il terrore.

Come avevano saputo però che io ero uno scrittore horror? Non tutti gli utenti dei siti streaming per film di quel genere lo sono.

La situazione mi aveva quindi inquietato e affascinato allo stesso tempo. Escludendo la possibilità che fosse semplicemente un tentativo di hacking, non c’era nulla di male a dare un’occhiata a quell’appuntamento.

Così ci andai.

Non era molto distante da casa mia, per cui a piedi raggiunsi il posto. Era una vecchia casa in disuso, con il cartello di vendita ammuffito e caduto sul giardino di erbacce. La porta era aperta. Sembrava pericolante per certi versi, oltre che infestata. Mi guardai intorno prima di entrare, per vedere se ci fosse qualcuno in arrivo o se ci fosse qualcosa di strano appollaiato ad aspettarmi. Nulla. Gente che passeggiava in un tiepido pomeriggio.

L’interno della dimora era buio e impolverato, un odore stantio si spandeva praticamente dappertutto, sottolineando l’assenza umana con grosse e grigie ragnatele.

“C’è nessuno?”, chiesi al silenzio.

“Accomodati”, replicarono.

Voci atone provenienti da una porta lungo il corridoio.

Avanzai, impaurito ed eccitato, afferrai il pomello d’ottone ed entrai in quello che doveva essere il soggiorno. La stanza era tenebrosa, rischiarata dalla fiammella di una singola candela. Le finestre laterali erano state inchiodate con assi di legno e la mobilia coperta da teloni bianchi. C’erano quattro persone oltre a me. Tre sedute e una in piedi. Riuscivo a scorgere a malapena i tratti dei loro volti.

Non avevo paura che fossero malintenzionati e che fossi caduto in una trappola che avrebbe segnato la mia fine.

Mi accomodai. Nessuno parlava, per cui mi sedetti e gettai un occhio in giro. Non c’era nulla da vedere, a parte l’oscurità, le quattro losche figure e l’atmosfera macabra.

“Siamo qui. Noi cinque soltanto. Non saremo in otto. L’Horror Club sarà composto soltanto da noi. Il mondo ha bisogno di orrore e noi saremo coloro che glielo fornirà”, annunciò quello in piedi, camminando in giro in circolo, per poi fermarsi e raggiungere il tavolo con la candela.

L’afferrò, la sollevò e l’avvicinò al viso, mostrando un volto adulto con una cicatrice sulla guancia sinistra, uno sfregio bluastro. I suoi occhi neri erano profondi, i capelli in disordine.

“In questo luogo, noi racconteremo le storie più spaventose che siano mai state raccontate”.

È così che nacque il famigerato e ricercatissimo Horror Club, il club dei cinque scrittori neri, dei cinque assassini con la penna.

Dovevamo raccontare storie, dovevamo regalare paure. Noi eravamo i narratori oscuri, coloro che promulgavano il terrore.

Non ci volle molto prima che la situazione ci sfuggisse di mano, prima che acquistassimo un potere ultraterreno, prima che cominciassimo a realizzare realtà immonde per la gente.

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Incipit de Il principio dei sei

Sirio rossi il principio dei sei

Primo capitolo de Il principio dei sei

Un nome banale per un obbiettivo sovraumano. Una definizione in parte appariscente per qualcosa che aveva importanza solo per noi.

Dieci categorie.

Dieci persone per ognuna di esse.

Dieci metodi di scelta.

Il Progetto Universo.

Così cominciò e quel nome provvisorio non venne mai cambiato, perché la sua durata fu così breve che nessuno riuscì ad accorgersi della sua esistenza, prima che fosse già concluso e non servisse più, poiché evoluto in qualcosa di diverso.

Raggiunse molti obbiettivi, forse dieci. Di esso restarono la base e le scoperte, poi tutto cambiò e divenne altro e poi ancora altro e poi altro ancora.

Era il 2022 e io avevo 12 anni.

Fui scelto tra i cento di cui vi ho accennato, ma niente fu come mi avevano promesso.

O almeno lo fu soltanto al principio, ovvero prima che raggiungessimo alcuni dei traguardi iniziali.

Penso e parlo da solo.

Penso e parlo da solo.

Il fatto è che mi hanno sottovalutato, per questo non mi hanno ucciso.

Mi hanno detto che sarebbe stata una perdita di tempo, ma in realtà vogliono coprire la verità, ovvero che potrei tornare utile un giorno.

Vogliono che invecchi, che il mio cervello inizi a perdere colpi.

Mi hanno sottovalutato.

Mi temono e posso essere utile.

Sia per loro, sia per tutti i nemici che hanno.

Buon compleanno.

***

Quando si svegliò, aveva già gli occhi aperti e la cella era illuminata e fastidiosamente bianca, come ogni dannata volta in cui ritornava alla realtà.

Lo chiamavano Circolo44, il Cubo Bianco, e lui era consapevole di aver fatto parte del team di ricerca che aveva sviluppato la tecnologia, gli algoritmi e le AI, che avevano contribuito alla realizzazione di quel posto. Aveva il 5% di colpa, quindi un po’ se lo meritava, perché non avrebbe dovuto aiutare nessuno.

Sarebbero dovuti morire tutti.

E invece era lui ad essere imprigionato, da circa 20 anni, anche se quello era un numero immaginario che ripeteva a sé stesso, visto che i calendari e gli orologi non esistevano più e lui in realtà non sapeva da quanto fosse lì.

Si alzò dal materasso. Un portello bianco alla sua medesima altezza si aprì e lo trascinò dentro il muro, lasciandolo senza letto.

Sbuffò, aveva di nuovo sognato quella specie di monologo. Quei pensieri parlati e detti a sé stesso all’interno di un buio nero e grigio, dove sperava che qualcuno ascoltasse.

Quanto avrebbe voluto avere anche un solo essere umano a cui raccontare ogni cosa. Ci sarebbero voluti anni probabilmente per spiegare tutto, anche se fosse stata una persona intelligente e specializzata ad ascoltarlo.

Restò in piedi al centro della stanza.

Tutto era bianco intorno a lui, così bianco che le luci dell’illuminazione non si distinguevano dalle pareti, dal pavimento e dal soffitto. Era come trovarsi al centro del cuore svuotato di un cubo di polistirolo freddo. Non c’erano suoni, non c’erano comunicazioni. Solo silenziosi ordini che con mutismo si verificavano. Sentiva unicamente gli odori del proprio corpo lì dentro.

E continuava a sognare quel monologo buio e grigio, che diceva a sé stesso e che gli disturbava il sonno, poiché mai avrebbe potuto condividerlo con qualcuno. Esisteva anche la possibilità che questo ipotetico interlocutore non sarebbe stato in grado di comprendere alcunché.

Si sedette al centro della stanza.

Da un muro alla sua sinistra si aprirono tre varchi. Uno conteneva un tavolinetto con una sorta di lavandino, senza canale di scolo, tutto pieno di una gelatina bluastra. Era il suo pasto ricco di nutrienti, che avrebbe dovuto mangiare con le mani. Non sporcava, anzi assorbiva addirittura i germi dalle sue dita, facendoglieli ingoiare. In questo modo il suo sistema immunitario, compromesso a causa della depressione da isolamento, poteva essere rinforzato. Speravano che si ammalasse oppure che non accadesse?

Dal secondo varco apparve una sedia a parete, dal terzo invece un piccolo cesso. Non aveva fame né bisogni impellenti, ma non era lui a decidere la propria ruotine quotidiana.

Non esistevano il tempo, i calendari, gli orologi, e se non obbediva subito a quegli ordini silenti, i varchi avrebbero ritirato tutto e ne sarebbe rimasto privo, fino al prossimo turno di routine, che lui non poteva in alcun modo sapere quando fosse.

Aveva provato a contare i secondi, ma erano furbi, e anche se lo faceva nella mente, gli ordini silenti non si verificavano mai nello stesso lasso di tempo contato in precedenza.

3499.

4848.

2222.

3332.

A volte riceveva anche un numero di pasti diverso prima dell’apparizione del letto. Volevano sempre confonderlo sui giorni o sul periodo della giornata.

Si strappò una ciocca di capelli.

Non sapeva per niente quanti anni fossero passati, aveva abbondantemente perso la bussola temporale interiore.

La sua chioma era tutta bianca e grigia ormai. Nessun capello era più marrone chiaro, o cenere come diceva sua madre.

Dovevano essere passati circa vent’anni.

Senza avere la possibilità di calcolare il tempo, quattro lustri erano un’eternità.

Rise e guardò le tre cose apparse, a breve sarebbero sparite se non si fosse alzato dal centro della stanza sulle proprie scricchiolanti gambe.

Molto spesso aveva pensato di attaccare, rompere, bloccare, violare o infilarsi in quei varchi. Ma quelli erano furbi, e probabilmente sarebbe morto se ci avesse provato. Ucciso da loro stessi o dal meccanismo automatizzato e meccanico che lo avrebbe schiacciato o storpiato. Dubitava che concedessero una via di fuga così palese e funzionale.

Si accarezzò il petto all’altezza del cuore e poi grattò nel punto dove c’era un’etichetta rossa e vuota.

Nessun nome, nessun numero.

Era troppo intelligente per non capire che serviva per dopo la sua morte, per metterci un simbolo di riconoscimento o la causa della morte sottoforma di codice.

Serviva a identificare il cadavere e non il prigioniero. Lui poi non era un carcerato come la maggioranza degli ospiti del Circolo44, lui era rinchiuso per essere protetto o nascosto, perché poteva servire ancora e perché poteva essere rapito all’improvviso da qualunque dei nemici di chi lo teneva rinchiuso. Erano furbi anche loro.

Chissà che etichetta gli avrebbero dato dopo la dipartita.

Era di sicuro ancora un tassello di valore nel mosaico del mondo. Se non fosse più servito a nessuno, perché non era stato ucciso e basta? Perché non gli avevano cancellato la memoria come a tutti gli altri esseri umani?

Si alzò in piedi.

Tutte e tre le offerte giornaliere di routine rientrarono nelle mura prima che potesse utilizzarle.

Rise.

Lo stavano prendendo in giro.

Forse chi lo osservava si era rotto dei suoi giochetti, o lo aveva sentito parlare nel sonno, o magari pensava che stesse di nuovo contando i secondi.

Si risedette e poi, da qualche parte, un’esplosione fece tremare ogni cosa.

Rise ancora.

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Incipit de L’uomo dagli occhi azzurri

L'uomo dagli occhi azzurri

Primo capitolo de L’uomo dagli occhi azzurri

1 – NONOSTANTE TE LO SPIEGASSI IN CONTINUAZIONE

Sebbene l’uomo sia la creatura più ossessionata dalla ricerca e dalla scoperta della verità, egli è anche quella che più di ogni altra non è in grado di riconoscerla, per quanto spesso l’abbia innanzi agli occhi.

Se fosse esistita una ragione plausibile al loro pedalare in quella fitta boscaglia, sarebbe stata riconducibile alla curiosità, ovvero al piacere che l’ignoto può dare svelando i propri misteri. Se poi si considera che la compagnia affiancata era tra le migliori che si potessero mai avere, risulta molto facile capire come a un certo punto fosse stato necessario mettersi in sella e iniziare a macinare i metri che separavano l’oggetto del desiderio da loro stessi.

Sirio aveva soltanto sentito parlare di quella casa in passato, ma mai avrebbe pensato di dirigervisi così: in bici, da soli, un pomeriggio, con Angela.

Ma chi era poi Angela? Un’amica? Una sconosciuta? Una ragazza che gli piaceva? Una ragazza che desiderava? Una stronza? Un bel perizoma che si lasciava ammirare? Una ragazza così intelligente da metterlo alle strette in ogni tipologia di discussione? Un’amante? Non lo sapeva nemmeno lui e non ci pensava poi così tanto, ciò che gli interessava era il suono che quelle vecchie dicerie producevano all’interno della sua mente. 

Quella non è una casa abbandonata, ma uno stabilimento distrutto, lasciato a marcire piuttosto che essere abbattuto. Un posto che non si dovrebbe mai visitare e che al massimo dovrebbe essere osservato a distanza di sicurezza.

La Mostra D’Oltremare era un parco archeologico, ma anche una delle più grandi sedi fieristiche italiane, che all’interno della città di Napoli era di solito scelta come location per ospitare concerti, mostre, raduni, opere teatrali e tanto altro. Possedeva numerosi edifici, fatti da immensi padiglioni, oltre che gigantesche aiuole, sentieri, un anfiteatro romano, palazzine varie e una colossale fontana. Aveva un perimetro di grande vastità e numerose zone inaccessibili, più alcune altre sezioni abbandonate e quasi irraggiungibili.

Proprio verso una di queste, Sirio e Angela di nascosto si stavano dirigendo, pompando le proprie gambe su quei pedali neri e sudando nelle loro divise a causa della calura estiva pomeridiana.

Le vetrate sono tutte spaccate e le mura coperte da stranissimi graffiti, demoniaci mi verrebbe da dire. A volte si sentono delle urla, altre volte degli striduli ululati. Molti dicono di aver visto rincorrersi due ragazze nude. Il sentiero asfaltato che arriva fin lassù è deformato dalle radici degli alberi e incrostato dai muschi, come se la natura stessa volesse proteggere il proprio cuore nero dal mondo esterno. Se supererai quegli ostacoli, ti assumerai la responsabilità di fronteggiare ciò che avresti dovuto lasciare in pace.

E pensare che Sirio aveva ottenuto quel posto di lavoro senza neanche volerlo, mandando semplicemente un curriculum ad una selezione online, tramite il suggerimento di un amico. Era un evento mondiale, organizzato dall’ONU, eppure le cinquecento persone che cercavano come staff non erano riusciti a metterle insieme. Solo trecento circa si erano buttati a partecipare e di conseguenza, anche per mancanza di alternative, tutti erano stati assunti. Si trattava di un’esposizione mondiale a tema urbanistico, che serviva come collegamento di idee tra le architetture urbane dei vari paesi del mondo. C’erano cinque categorie d’impiego, ma la più gettonata era quella logistica che si occupava di allestire manualmente i vari aspetti dei padiglioni della fiera. Era il lavoro più semplice in fin dei conti.

A Sirio e Angela sarebbe piaciuto occuparsi della mansione giornalistico-informatica, ma quella era un’occupazione per pochi e c’erano già tante altre persone più qualificate di loro a essersi proposte. In questo modo entrambi erano finiti a Logistica e si erano conosciuti il primo giorno al primo compito da svolgere, ovvero la costruzione dei pannelli indicatori.

Se dovessi scegliere un posto dell’orrore dove trascorrere la notte, sceglierei subito quello lì. Non ho mai visto qualcosa di più terrificante, non so neanche se ci sopravvivrei. In realtà non so nemmeno se esiste un modo per uscire illeso da quelle fatiscenti mura.

Lei gli pedalava davanti, alzando leggermente il sedere dal sellino, cosicché lui riuscisse a vederla sculettare e riuscisse a sbirciare le sue mutande bianco di pizzo. L’attrazione tra loro si era avvertita sin dal primo momento, ma non era mai accaduto nulla di concreto ancora.

Lei era fidanzata e smorfiosa, lui era stupido e impegnato. Tutto però sembrava convergere e puntare verso il misfatto, visto che ad ogni turno capitavano sempre insieme, manco fosse fatto di proposito da una divinità giocherellona e propiziatoria.

Passaggio di controllo agli stand? Sirio e Angela!

Turno di promozione bici? Sirio e Angela!

Pausa pranzo in due? Sirio e Angela!

A meno che i supervisori non sospettassero qualcosa o provassero a creare un’occasione intima a loro insaputa, l’avvento di tutte quelle coincidenze sembrava sul serio uno scherzo del destino.

Dicono che l’ultima persona che abusivamente l’aveva occupata squartò con una mannaia alcuni bambini e ne stese al sole gli organi per essiccarli. Di giorno, d’estate, quando fa caldo e la giornata è secca, si può sentire il fetore della decomposizione da centinaia di metri. A volte anche le urla dilaniate dei piccoli innocenti.

“Ehi, Sirio! Quanto pensi che disti ancora?”, chiese improvvisamente la ragazza, alzandosi ancor di più dal sellino e lasciando che il pantaloncino di jeans scendesse quasi del tutto, liberando il panorama.

“Non penso manchi parecchio, dopo quella svolta dovremmo già riuscire a vedere qualcosa”, ribatté il ragazzo, fissando le natiche senza pudore.

Il sentiero si stava facendo sempre più ripido man mano che si inoltravano nel bosco, facendo sparire quelle che erano le parti asfaltate della strada, per lasciare posto a cumuli di foglie secche sparsi qui e là, i quali scricchiolavano al loro passaggio. Intorno si percepivano soltanto i rumori del bosco, accompagnati da un venticello caldissimo che batteva sulle loro gambe lucide per il sudore. Il posto in cui lavoravano e il motivo per cui avevano le bici promozionali parevano lontani mille miglia in quel momento. Ora esistevano soltanto la casa abbandonata da raggiungere, il culo di Angela e l’erezione di Sirio. Neanche le loro relazioni erano più così vicine da contare qualcosa.

Abbandonata? Ah! Non è mai stato abbandonato quel luogo. Ci vivono almeno una dozzina di spiriti da quando ci andai la prima volta nel 1970. Quel luogo è antichissimo ed è sempre stato occupato in un modo o nell’altro… in un senso o nell’altro.

Pian piano e con molta fatica riuscirono a percorrere quel sentiero fino alla cima, sbucando in un piccolo spiazzo che si diramava in due viottoli sterrati. Era tuttavia un falso bivio, poiché si riusciva a intravedere con chiarezza come le due strade si ricongiungessero dopo un centinaio di metri, diventando un vero e proprio viale, che poi svoltava bruscamente a destra dietro una siepe. Non c’era una scelta da fare su quale percorso prendere, non c’era il fato da consultare col lancio della monetina. La via era ambigua, ma unica. Confondeva, però conduceva ad una sola e irreversibile meta.

Nella mente di Sirio, ad ogni modo, il bel culo dell’amica stava cominciando di punto in bianco ad avere meno importanza. Il suono dei suoi pensieri lugubri stava occupando tutto lo spazio possibile e immaginabile. Se lei avesse avuto intenzione di tradire il suo fidanzato trentenne, portando lui a essere infedele alla propria ragazza, non sarebbe accaduto di certo quel giorno.

La testa del giovane era troppo affollata dal nero parlare di quei racconti, di cui lui era venuto a conoscenza chiedendo in giro nei giorni precedenti. Magari l’eccitazione che Sirio sentiva non era per le belle forme di lei, ma per la possibilità di giungere finalmente in quel luogo infestato. Più pedalavano verso la meta e più lui non capiva cosa volesse o meno.

Una volta ci passai di fretta e furia mentre giocavo con degli amici a nascondino. Eravamo sgattaiolati via dalla Mostra a cui ci avevano trascinati i nostri genitori e ci eravamo messi a giocare tra i boschi indisturbati. Di sfuggita vidi due ragazze a torso nudo rincorrersi ridendo, attraverso una finestra rotta. Quando mi fermai sorpreso, si fermarono anche loro, mettendosi a guardare nella mia direzione. Non credo che potessero vedermi, eppure sentivo il loro odio all’interno della mia anima.

“Tu vai a destra e io a sinistra, okay?”, affermò la ragazza, sorridendo e mostrando una malizia prepotente. Voleva dare ordini.

“Va bene”, rispose il giovane. “Cerca di stare attenta però”.

Lei rise incredula, prima che si mettessero entrambi di nuovo in moto. Non si aspettava che le facesse un avvertimento simile. Stava cercando di dare una nota di terrore a quell’escursione? Voleva rendere spaventosa la situazione? Non era un film horror quello, non stavano per andare incontro a una triste fine. Voleva impaurirla o era lui ad essere impaurito? Cosa gli succedeva? Sembrava che non le guardasse manco più il culo scoperto.

Senz’altro è un luogo di mistero. Direi che affascinerebbe chiunque sia patito del genere. Altro che Blair Witch Project, qua parliamo di un luogo spettrale, disastrato, in disuso. Se qualcuno avesse ucciso delle persone e le avesse sepolte o nascoste lì? Cioè come si potrebbe mai sapere una cosa simile? Gli occhi che luccicano al buio, attraverso quei muri sfondati, non appartengono di certo agli animali del bosco.

Percorsero quella manciata di metri separati, ascoltando il rumore reciproco delle proprie bici che si muovevano più veloci sul tratto pianeggiante e non più in salita. Attraverso gli alberi e le foglie riuscivano a scorgersi l’un l’altro come figure multiformi e spezzate. Un brandello di gambe, uno di maglia, un dito, una ciocca di capelli. Angela guardava tutto questo attraverso la radura, mentre sorrideva tra sé aspettando che finisse il tratto diviso. La nota dolente era che Sirio non la guardava proprio per niente.

Lui era fisso dinanzi a sé e in realtà non riusciva a sentire neanche uno dei rumori della natura. Percepiva degli occhi che lo osservavano, ma non erano i candidi e dolci occhi della ragazza. Era un altro sguardo, uno lontano, uno distante, uno che forse non avrebbe mai voluto vedere davvero.

Se conoscessi una verità che nessuno è in grado di comprendere, ne parleresti con qualcuno anche se costui non potrebbe capirti? Io no, preferirei trascendere.

Luca aveva trent’anni ed era un avvocato, Angela invece ne aveva soltanto ventuno ed era una studentessa universitaria. Per quale motivo stessero insieme non lo sapevano neanche loro, visto che entrambi non amavano l’altro ed entrambi tradivano regolarmente il partner. Scopavano, certo, ma nessuno dei due capiva come dopo ogni tradimento, ogni litigio, ogni cattiva frase, fossero sempre lì insieme, sulla terrazza di Luca, a guardare Napoli dall’alto di San Martino, stringendo tra le dita un freddo bicchiere di vodka e lime, pensando di non voler essere in nessun altro posto al mondo.

L’età non era un fattore importante, sebbene tutti e due avessero in passato affermato di odiare le grandi differenze di anni. Lei era bellissima, lui invece soltanto affascinante. Forse era l’odio a unirli? Forse c’era qualche elemento inconoscibile a legarli? E Sirio invece cos’era? La normalità? L’essere coetanei? Il semplice battere delle emozioni e delle attrattive? Difficile rispondere, visto che lei non poteva neanche guardarlo senza eccitarsi. Sin dal primo momento che lo aveva incontrato al raduno degli addetti alla logistica, aveva avvertito una fortissima vampata di calore nel proprio corpo, una vampata che l’aveva quasi portata a bagnarsi per l’eccitazione. Cosa aveva quel ragazzo di speciale? Senza neanche parlare era riuscito a farla cadere in una strana trappola magnetica. Dovevano andare avanti fino in fondo.

Spesso, quando sono da solo al buio, chiudo e apro gli occhi per notare la differenza tra avere gli occhi chiusi e avere gli occhi aperti. Inizialmente non vi è diversità. Oscurità da un lato, oscurità dall’altro. Dopo svariati minuti però le disuguaglianze si manifestano, perché l’occhio si abitua al buio e rende più nitido ciò che si nasconde nell’abisso. Possiamo abituarci a qualsiasi cosa, è la nostra prerogativa umana. Anche al male e al dolore possiamo abituarci.

Sirio era impegnato con Luna da pochi mesi. Non avevano mai dichiarato di stare insieme in maniera ufficiale, però lei non usciva con altri ragazzi e lui faceva lo stesso. Si erano conosciuti a un corso universitario e dopo un semplice caffè si erano baciati. Quello che era seguito dopo non era stato né speciale né unico. Una frequentazione normalissima, un rapporto di uscite comune e una buona dose di sesso sfrenato. Stavano bene insieme, ma non era ancora una relazione a tutti gli effetti e forse non si sarebbero mai amati veramente. Lui continuava ad uscire con gli amici, ubriacandosi tutti i fine settimana, e lei faceva lo stesso. Non frequentavano altri, ma sarebbe potuto capitare con facilità a tutti e due. Un po’ come stava succedendo ora a Sirio con Angela.

A volte è proprio la solitudine a farti compagnia e riesci a capirlo quando vieni rapito e trascinato nell’oscurità. Lì fa freddo, lì non c’è anima viva, lì sono i respiri e i passi gli unici suoni che puoi avvertire. E sono più che terrificanti quando non appartengono a te e sei da solo. Non puoi fuggire dall’oscurità se ti ha inghiottito, ma se qualcuno ti ci ha gettato, beh, quello è ancora peggio. In fondo è solo lui a sapere che sei lì, quindi è solo lui che può venire a recuperarti. E se avesse una mannaia tra le dita?

Il bivio stava per finire, i due sentieri divisi da quel piccolissimo muretto di cespugli e frasche stavano per ricongiungersi in un bacio naturale. Sirio e Angela sarebbero stati di nuovo vicini di pedalata. Sudavano ed erano stanchi, ma nessuno dei due sembrava dare peso a tutto questo.

Angela si voltava a guardare il ragazzo di tanto in tanto, scorgendone dei lembi attraverso la sterpaglia. Lei il calore lo aveva anche dentro. Lui invece fissava la strada dinanzi a sé, aspettando l’attimo in cui sarebbe apparsa la casa abbandonata. La sua testa era piena di voci, ma neanche per un secondo aveva tentato di distrarsi da esse. Non lo aveva fatto né voltandosi verso Angela né pensando a Luna, la quale gli inviava costantemente sms, facendogli vibrare il cellulare in tasca.

“Sirio, adesso voltiamo a destra seguendo il viale?”, chiese la ragazza, notando che mancavano pochi metri al congiungimento dei due sentieri, i quali poi viravano ad angolo retto dietro un cespuglio. Per quanto tutto sembrasse spoglio e diradato, non si riusciva a notare null’altro se non il selvatico colore verde.

Quattro metri separavano i due ragazzi, ma Sirio non rispose alla domanda.

“Allora?”, ripeté Angela, girandosi verso il compagno senza notare in lui niente di strano.

Tre metri. Ancora silenzio.

“Sirio? Rispondi o no?”.

Due metri. Vuoto.

“Cazzo! Sei diventato sordo?”.

Un metro. Il nulla.

“Ma cos…”, riuscì a biascicare la ragazza dai capelli biondi, prima di affrontare il dilemma della situazione.

Sirio non c’era più.

Il muro di rami, alberelli e cespugli era finito. I due sentieri si erano ricongiunti.

Angela aveva pedalato fin lì, continuando a chiedere imperterrita informazioni sulla prossima strada da prendere. Un attimo prima lui andava in bicicletta sotto lo sguardo della ragazza, attraverso la sterpaglia, un attimo dopo era sparito.

Volatilizzato. Svanito. Non era più lì con lei.

In principio il silenzio è la parola, da esso si forma qualsiasi tipologia di suono o di rumore. Se non c’è prima il silenzio, non si potrà mai produrre un suono. Lo stesso vale per la materia. Se non c’è prima il vuoto, come potrebbero crearsi lo spazio e la realtà che lo riempiranno? Tutto scaturisce dal niente, perché è il niente a contenere in principio il tutto. La questione è che il niente deve svilupparsi e manifestarsi per potergli dare vita. Sono i morti, dunque, a contenere in principio i vivi? Noi nasciamo dalla morte? È questo che c’era prima della vita? Siamo solo dei morti manifestati?

La prima reazione che le sovvenne, data la paradossalità del tutto, fu ridere. Un’isteria bella e buona che non si arrestò per svariati minuti, facendola addirittura lacrimare gli occhi. Una risata fittizia, fragorosa e triste. Il ragazzo, che l’aveva trascinata in un’avventura di fantasmi, era sparito come per magia. Il ragazzo, che lei voleva scoparsi e che aveva seguito fin lì proprio per quel motivo, era scomparso nel nulla.

Era impazzita? Era stralunata? Il sole le aveva fatto venire le traveggole? Quel ragazzo esisteva, era carne e ossa. Non era frutto della sua immaginazione! Per giorni aveva lavorato insieme a lui e aveva visto anche altre persone interagire con lui. Esisteva. Era reale.

“Tu credi?”, chiese improvvisamente dal nulla una voce atona e profonda, provocandole un brivido lungo la schiena sudata e arrestandole la risata isterica.

Si voltò con lentezza, quasi cadendo dalla bici. La punta del sellino le premeva sulla parte alta del bacino, dolendole, mentre le sue gambe tremavano contro la sbarra portante del mezzo a due ruote. Sentiva il collo scricchiolare. Era stranamente attratta dalla paura che quella voce le aveva provocato, sebbene in cuor suo provasse l’impulso di voler fuggire il più lontano possibile.

Giratasi, poté notare tre cose.

La prima era Sirio, la seconda era l’assenza della sua bicicletta e la terza era un uomo che poggiava la mano sulla spalla del ragazzo.

Non esistono problemi, non esistono rimorsi e rancori. Non saprei spiegarti perché le cose stanno in questo modo, ma tu fregatene, fregatene altamente di ogni cosa. Alla fine, quando scopri che nulla ha valore, che valore ha il fregarsene? Quando scopri che la morte non è la fine, è semplice risorgere e continuare a vivere. Non trovi?

“Chi… chi… chi sei?”, biascicò Angela, cercando di trattenere la pipì che le era apparsa nella vescica a causa della paura.

“Io?”, chiese l’uomo, sfoggiando nuovamente la propria voce profonda. Era alto, senza capelli, con gli occhi azzurri, una maglietta a mezze maniche grigio scuro, un bermuda di jeans chiaro e i piedi scalzi. Era albino e di ottima corporatura, ma non troppo muscoloso. Le mani erano poderose, mentre lo sguardo e le labbra sorridenti. Sirio, al suo fianco, era una statua di sale. Immobile, senza respiro, pallido come un cencio, pareva addirittura più basso di come ricordasse.

“Sì, tu”.

“Io non sono nessuno e sono tutti quanti proprio per questa ragione”, esordì, sorridendo in maniera demoniaca a trentadue denti.

Angela non capì.

“Non è facile spiegare ciò che non può essere spiegato agli uomini. Io non sono nessuno e sono tutti quanti per questo motivo. Al di là di tutto, c’è il niente che crea ogni cosa. Al di là di ogni cosa, c’è il nulla che le ha create”.

“Non ti seguo”, affermò la ragazza, cominciando a sudare dalla paura piuttosto che dal caldo. I discorsi di quell’uomo erano sconclusionati e privi di senso. Probabilmente era un drogato, un pazzo, magari qualche criminale evaso e nascostosi nel bosco. Cosa stava dicendo? Cosa farneticava?

“Cosa hai fatto al mio amico? Non sembra stare molto bene, perché non lo lasci venire vicino a me?”.

“Perché non vieni tu vicino a noi?”.

“Non mi fido di te, mi spaventi. Vattene via! Vuoi ucciderlo? Vuoi farci del male?”.

“Uccidere, male. Male, uccidere”, ripeté l’uomo a bassa voce.

“Non devi essere spaventata, quando vai al di là di tutto comprendi che nulla va temuto sul serio. Tutto è diverso, niente è superiore, perché niente è uguale. Immutabilità. Una volta che hai raggiunto l’Oltre, neanche morire ti spaventa più”.

La ragazza deglutì.

“In fondo quando scopri che nulla ha il senso che ti aspetti, che senso ha avere paura? Se la morte non è soltanto che un inizio, cosa pensi che occorra per superarla e risorgere? Nulla, niente. Ecco perché sono qui. Ecco perché il tuo amico è con me. Ecco perché verrai anche tu insieme a noi”.

Se la morte non è che un inizio, cosa pensi che occorra per superarla? Quale sforzo credi che ci voglia per poterla oltrepassare e ritornare a vivere in un qualcosa di migliore? Il problema è che nessuno mai lo comprenderà e che neanche tu lo hai compreso… nonostante te lo spiegassi in continuazione…

Angela e Sirio non tornarono a casa quel giorno e neanche in quelli a venire. Sparirono, letteralmente.

Nessuno li trovò mai, sebbene si avviarono numerose indagini per ricercarli. Svanirono e nessuno seppe mai dell’esistenza di quell’uomo privo di capelli e con gli occhi azzurri. Provocarono un grandissimo dolore alle loro famiglie, le quali non riuscirono a darsi pace circa quell’ignoto e doloroso evento.

Cosa accadde? Cosa si verificò? Chi era quel pazzo?

Furono ben quattro persone ad avere la possibilità di poter rispondere a tali quesiti.

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Incipit di Le nuove colpe

Le nuove colpe pasquale scalpellino

Primo capitolo di Le nuove colpe

Non pensava di riuscire a sollevare sul serio tutto, finché non aveva avvolto ogni cosa in quel telone di plastica. Aveva utilizzato le corde come fissaggio e maniglie e poi issato in spalla il peso a mo’ di zaino.

All’inizio aveva barcollato, quasi rischiando di finire faccia a terra con l’ingombro addosso, ma le sue ginocchia avevano resistito e ora poteva osservare quel manto lucente e bluastro giacere disteso nel vano posteriore del suo furgone.

Chiuse i portelloni e raggiunse il lato del guidatore.

Guardò indietro nel parcheggio vuoto che stava per abbandonare: voleva controllare per un solo istante se avesse dimenticato qualcosa.

Non c’era niente, tranne qualche automobile parcheggiata. Le luci al neon riflettevano sulla pietra nera e lucida con strisce gialle, come se niente di male fosse mai accaduto.

Nessuna macchia, nessun ricordo.

Un bicchiere anonimo appena uscito da una lavastoviglie con detersivo al limone.

Trasse un respiro che sapeva di chiuso e salì sul veicolo. Mise in moto, sul lato del passeggero c’era quello che aveva utilizzato per il nuovo lavoro.

Niente di compromettente per chi non avesse competenze chimiche, ma tanto non doveva andare lontano. Il suo obbiettivo di scarico distava meno di tre chilometri e, alle due di notte di un giorno qualsiasi di agosto, chi avrebbe mai fermato un furgone, durante la pandemia nella capitale inglese. La polizia era di sicuro impelagata a cercare i rave illegali, che tra l’altro stavano dilagando peggio del virus stesso. Si vociferava di una nuova ondata a settembre proprio a causa di chi faceva festini, viaggiava all’estero e si ammassava in spiaggia.

Partì e uscì fuori da quel parcheggio a più piani in pochi minuti, senza incontrare nessuno.

La strada in centro a Londra in cui si immise era altrettanto deserta, come anche il cielo violaceo e leggermente nero che ospitava solo una luna mezza viva. Le stelle erano tutte morte.

I lampioni a luci gialle e arancioni ospitavano cataste di zanzare maschio, troppo stupide e grosse per non capire la fallacia di quelle fonti di calore, deludendo chi succhiava sangue altrove. I grattacieli erano tutti spenti, anche se il lockdown era finito e con esso la maggioranza delle restrizioni. A nessuno dunque dava fastidio il gas di scarico e il borbottio del suo mezzo che transitava.

Si fermò a un semaforo rosso, all’incrocio una volpe addentava buste dell’immondizia non ritirate dal servizio dei netturbini comunali. Era magra e con una zampa malmessa.

Sorrise, quando il verde si affermò.

Ripartì subito e arrivò al luogo designato in men che non si dica, sempre in solitudine.

Senza radio, senza parlare.

Il furgone si fermò in un posto ancor più desolato e anonimo del precedente. La chiave venne girata nel quadro, prima che i portelloni posteriori venissero nuovamente aperti.

Le sue mani tirarono giù con poca grazia il telone di plastica, afferrandolo sempre dalle corde.

Il suono dell’urto fu abbastanza strano.

Dalla parte superiore aperta rotolò fuori infatti una mascella sanguinante, strappata da un viso, ma attaccata ad un anello di metallo che aveva spaccato parte dei denti. La carne era fresca e grondante. La catena agganciata a quel cerchio di ferro si allungava e svaniva nell’incerata.

Una pozza di sangue cominciò ad allargarsi.

Ignorò tutto e prese la scopa che aveva nel vano.

Prima di creare palco e spettacolo, doveva seppellire con i detriti le impronte del furgone.

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Incipit di Haters

haters pasquale scalpellino

Primo capitolo di Haters

Immaginate un bambino goffo e impacciato che non riesce ad eccellere in alcuno sport o in alcuna altra attività scolastica.

Immaginate la sua rabbia, il suo odio e la sua voglia di vendetta che inizialmente vengono scagliati contro gli altri e la loro bravura, per poi tornare indietro con effetto boomerang su di lui e sulla sua incompetenza.

Immaginate la frustrazione e la voglia di riscatto che conducono questo ragazzino a migliorare e migliorare e ancora migliorare, per ottenere quel controllo assoluto sui movimenti e sulle abilità ginniche di cui non ha mai assaporato l’essenza.

Ora proiettatevi nella sua adolescenza e nella prospettiva di scelta scolastica che lo pone dinanzi ad un indirizzo informatico, dove avrebbe a che fare con software, computer e codici, la cui precisione e la cui perfezione potrebbero assumere le fattezze di un ulteriore tipo di controllo assoluto.

La tecnologia non è intelligente, ma è perfetta e infallibile se la si adopera nel migliore dei modi.

Immaginate il talento di questo ormai provetto studente e il controllo e le capacità informatiche che ne conseguono.

È bravissimo, la lezione di vita che ha imparato da bambino e lo sforzo che ha impiegato per apprenderla lo portano subito ad ottenere dei risultati fenomenali.

Nel mondo si sviluppano i social network.

La tecnologia moderna invade l’intero pianeta.

Lui giunge all’università e il suo desiderio di controllo accresce, mentre la sua perfezione nella materia informatica lo fa diventare un hacker.

Scopre il deepweb.

Osserva il mondo intorno a sé diversamente.

Vede la superficialità della gente su ognuno dei social di maggior presa.

Nota il cambio di priorità della vita umana e delle società nella quotidianità di tutti.

Ne segue le mode dall’esterno, solo per raccogliere data.

Arrivano gli smartphone e le app, i quali facilitano questo processo.

Poi si accorge che in ogni angolo del web, quello alla luce del sole, accessibile a tutti, ci sono haters e persone che provano e infliggono odio gratuito.

Immaginate come potrebbe reagire dopo quello che ha subito e provato quand’era un bambino e che si porta ancora dietro, adesso che possiede queste competenze da hacker e ha assunto un controllo quasi assoluto sulla tecnologia e l’utilizzo di ogni forma della sua rete.

Avete focalizzato tutto ciò? Avete ben chiaro questo contesto?

Beh, io ero quel bambino e voglio raccontare quello che feci.

Per ovvie ragioni non potrò citare geograficamente luoghi, città e vie e per altrettanti motivi alcuni individui possiederanno soltanto un nome, mentre altri neanche quello.

Sono un hacker e le mie mani sono sporche del sangue di centinaia di esseri umani, ma il mio modo di uccidere non mi coinvolge in modo diretto e questa storia non metterà in pericolo la mia libertà, per questo la voglio raccontare.

Dopo il mio miglioramento fisico da bambino, i miei studi informatici alle superiori e l’essere diventato un hacker all’università, decisi di assumere il controllo degli esseri umani e per farlo sfruttai le mie doti, facendo leva sulle emozioni negative delle mie vittime, cosicché commettessero reati al posto mio senza coinvolgermi.

Scelsi sette persone da plagiare in modo indiretto per condurle a commettere omicidi. Scelsi sette individui da trasformare in leoni da tastiera in grado di tradurre il proprio astio virtuale in qualcosa di reale, traducibile in crimini veri e propri.

In pratica instillai odio per manipolare la morte.

Io creai degli haters che uccisero persone per me, ma lasciate che mi spieghi meglio.

Questo era in pratica il mio piano.

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Incipit de La promessa dell’instamodel

La promessa dell'instamodel

Primo capitolo de La promessa dell’instamodel

“Non ce la faccio più, Lawrence”, sospirò Jane, mentre sudata osservava lo schermo tecnologico dello step che indicava trentadue minuti trascorsi.

“Altri tredici su, non puoi fermarti proprio adesso. Se vuoi il tuo corpo sodo, tonico e fotogenico, in modo tale che i tuoi followers lo amino e lo ammirino, devi fare quest’ulteriore sacrificio. Dai!”, la spronò affannato Larry alla sua sinistra, toccando l’unico tasto dolente che le avrebbe fatto stringere i denti e proseguire.

Nessuno la conosceva meglio di lui e ogni giorno, anche con questi botta e risposta e con tanti altri piccoli dettagli, glielo dimostrava. Anche se lei avrebbe dovuto smettere di chiamarlo con il suo vero nome e iniziare a utilizzare lo pseudonimo Lou. Jane aveva infatti raggiunto da tempo la propria vetta, quell’apice di successo mediatico tanto ambito, era giusto che sostenesse il percorso social del suo migliore amico, nonché consigliere, aiuto-cuoco, compagno di malefatte e assistente. Anche solo chiamarlo con il nuovo appellativo, magari durante le dirette, le storie o i post condivisi, avrebbe fatto la differenza e avrebbe dimostrato la sua posizione di ricambio al sostegno e all’amicizia.

“Okay, Lou. Non è facile però”, dichiarò, voltandosi verso di lui e cercando di sorridergli, senza urlare per il sudore salato che le stava opprimendo la vista, bruciandogliela.

“Ancora un altro po’. Un, due, un, due, un, due, tre!”, iniziò a cantilenare il ragazzo, agitandosi più del normale come in una sceneggiata. Jane non capiva se lo stava facendo per farla ridere e distrarre oppure per attirare l’attenzione di qualcuno.

Si guardò intorno allora e vide tre lunghissime file di step stracolme di persone. Gente in sovrappeso che con occhi assatanati si impegnava a rimediare ai propri problemi sudando il più possibile, gente snella che cercava la tonicità massima, gente normale che voleva solo smaltire un po’ di pancetta e ovviamente i soliti porci che erano lì per atteggiarsi e spiare i culi delle belle ragazze o dei bei ragazzi. Lei indossava un pantalone elasticizzato color bianco con sfumature di azzurro, il quale ben aderiva alle sue gambe depilate e sode, oltre che alle sue chiappe da squat dure e formose, senza cellulite e velate da uno smilzo perizoma. Difatti, quando si voltò, più di cinque teste si girarono di scatto verso un’altra direzione, pur di non rivelare la verità su dove fosse posato il loro incauto sguardo.

Lei sorrise maliziosa, iniziando ad agitarsi allo stesso modo di Lou. In fondo Jane era un’instamodel e lui stava ormai cercando di diventarlo davvero da qualche mese. Mettersi in mostra dinanzi alla folla era ciò che desideravano entrambi, che differenza avrebbe fatto se qualche volta anche nella realtà avessero agito in questo modo?

Il ragazzo di colore con canotta bianca, pantaloncino blu lucido e fascia rosa sulla fronte prese il proprio cellulare e chiese all’amica di voltarsi. La ragazza si morse le labbra in un mezzo sorriso, sporse di più il sedere all’indietro per farne vedere la curva e apparve in background del selfie. Lou scattò e postò sul proprio profilo.

Se non sei in grado di distinguerti, allenati per poterci riuscire.

Questa fu la descrizione.

Condivise la foto, taggando Jane.

“Facciamo anche un saluto!”, dichiarò, cominciando una storia da pubblicare sempre su Instagram.

Riprese prima sé stesso in movimento, sorridendo e facendo una linguaccia, e poi la sua compagna di allenamento, che imitò i suoi gesti alle perfezione senza mai rallentare. Mancavano cinque minuti ormai alla fine della sessione di step, dopodiché c’erano gli addominali finali prima di rientrare alla casa base. Per fortuna le canzoni che venivano pompate dalle casse di quella palestra erano ottime, altrimenti il tempo non sarebbe trascorso mai, visto che entrambi avevano dimenticato le cuffie negli armadietti al primo piano come due stupidi.

Jane a quel punto prese il proprio smartphone e consultò le ultime notifiche che aveva ricevuto. Da quando aveva superato il milione di seguaci, era diventato più che impossibile stare dietro a tutti i commenti, le condivisioni, i messaggi e quant’altro. Già dopo i centomila aveva iniziato ad avere problemi di sovraffollamento. Poi il 40% di chi la seguiva o era un pervertito morto di figa oppure un inutile hater senza niente di meglio da fare, se non criticare la sua morale o condotta, ritenute da sgualdrina.

Ecco perché lei concentrava maggiormente la propria attenzione ai messaggi privati e ai commenti più in alto, perché con questo tipo di selezione poteva evitare spiacevoli parole e situazioni e concentrarsi solo sulle cose importanti del proprio profilo social. Tanto di bava dietro di sé ne avrebbe avuta sempre, come pure l’odio e l’invidia. Aveva scelto questa vita con consapevolezza.

Mise il proprio cuoricino alla foto postata da Lou e controllò altri tag ufficiali che aveva ricevuto nelle ultime ore. Scorse alcuni dei commenti più importanti alla foto del sushi che aveva messo la sera precedente, sorridendo a chi la accusava di uccidere la fauna marina e dispiacendosi per chi faceva battutacce riguardanti il pesce in generale e quello di carne umana.

I cinque minuti terminarono ed entrambi finalmente potettero fermarsi. Scesero dai macchinari, non curandosi più di chi li fissava alle spalle e si avviarono verso il corridoio che li separava dalla sala con tappetini per addominali ed esercizi a corpo libero.

La ragazza aprì di nuovo la casella dei messaggi di testo privata e iniziò a scorrere i nomi in cerca di uno in particolare.

“Sei pronta per la fase finale?”, chiese Lou, colpendola con un fianco e gettando uno sguardo sullo schermo del suo telefono.

“Certo”.

“Stai cercando qualche messaggio di DannyKO92? Vuoi farti prendere a botte dal pugile? Puttanella!”, la canzonò, facendo qualche passo di lato per schivare gli schiaffi e i graffi intimidatori di Jane, che voleva farlo smettere di urlare apertamente in un luogo pubblico, dove molte persone potevano riconoscerla.

“Avviati”, sbuffò dopo l’insuccesso dei propri attacchi, “vado un attimo in bagno”.

“Okay, ma poi aggiornami su cosa gli stai per dire”, dichiarò suadente con una linguaccia.

L’instamodel spalancò la porta della toilette, meravigliandosi di non essere investita dalla puzza di letame e uova marce che di solito c’era. A terra le mattonelle erano un po’ umide, come anche i lavandini e gli specchi. Qualcuno era appena stato lì a pulire, che fortuna esserci andata ora invece che dopo gli addominali.

Si avvicinò ad una delle porte verdi aperte, vi entrò, vi si chiuse dentro e si sedette sulla tazza dopo aver abbassato pantalone e mutandine. Iniziò ad urinare nel momento in cui la tristezza stava montando, per l’assenza di quel nome che lei desiderava diventasse importante sul serio.

Jo, Luke, Log, Seth, Lilly, Beth, Jenny, Meg, Magic, Lala, Ophra, Lana, Line, Kon, Paul, Bimp, Stu, Gen, Jenis, Telt, Beck, Fos, Wes, Qad, Chad, Chase, Vey, Vij.

Nomi su nomi si affacciavano sullo scorcio dello schermo, giusto un secondo prima di sparire a causa del movimento automatico del suo dito, che non faceva altro che scorrere, scorrere e scorrere, pur di trovare quello che ricercava.

“Dove sei?”, sussurrò affranta, mentre le ultime gocce di pipì precipitavano senza fare rumore.

DannyKO92.

Finalmente lo trovò, solo che l’interazione risaliva a pochi giorni fa, ovvero al saluto che lei gli aveva posto dopo l’ultima conversazione avuta. Aprì la chat per rileggere le ultime cose dette, in modo tale da capire se ci fosse o meno una speranza che qualcosa potesse prima o poi succedere.

D: quindi vai in palestra quattro volte a settimana, anche se sul profilo a volte fai sembrare che sia ogni giorno e altre volte che non ci vai per settimane intere.

J: sì, si chiama ‘uccidere la monotonia’. Non seguo degli schemi di pubblicazione, cerco di essere il più naturale possibile, pubblicando le foto in base a come penso che siano innovative. Così non annoio nessuno con lo stesso tipo di foto durante l’arco della settimana. Tu quante volte ci vai? Fai solo palestra?

D: come mai questa domanda?

J: non avrai un fisico del tutto statuario, ma il tuo bicipite sembra grosso. Secondo me fai qualche sport complicato o comunque ti ammazzi di palestra da anni.

D: Boxing, da più di dieci anni ormai.

J: Lo sapevo! Perché non lo scrivi nel tuo profilo?

Boom! Boom! Boom!, risuonò contro la porta del bagno, distraendo la ragazza e facendole alzare gli occhi dal cellulare.

“Occupato”, dichiarò lei annoiata, tornando a fissare lo schermo del telefono.

Stava proprio riprendendo dal punto in cui aveva lasciato, che la chat le fece notare che Danny stava scrivendo.

Jane strabuzzò gli occhi dalla felicità e si morse le labbra per l’eccitazione. Finalmente aveva deciso di contattarla! Avevano parlato per più di un’ora l’ultima volta, non capiva come lui non avesse afferrato il fatto che ci fosse dell’interesse da parte sua. Una Instamodel da un milione di follower non perderebbe così tanto tempo su una chat con uno sconosciuto se non ci fosse un secondo fine, ma forse il ragazzo era troppo stupido per capirlo o troppo maschio. L’importante però era che adesso le stava scrivendo qualcosa per primo.

Ding!, strillò il suo cellulare invece di fare il solito suono fischiettante legato ai messaggi di Instagram. Era un sms quello, da un numero a lei sconosciuto tra l’altro.

Aprì il messaggio con noncuranza, giusto per cancellarne la notifica visto che si trattava sicuramente del suo gestore telefonico o di un reminder per un evento o per il pagamento mensile della sua carta di credito. Che giorno era quello?

Lo schermo divenne bianco, poi rivelò il numero inglese non salvato, lasciando scorgere le poche lettere che ne componevano il testo.

Ciao, Janette.

Sono Jonas, dobbiamo parlare…

Gli occhi della ragazza si persero nel vuoto, lasciando andare la realtà e lo smartphone su cui erano stati poggiati fino a quel momento. Erano anni che nessuno la chiamava Janette ed erano anni che non sentiva né vedeva Jonas. Dovevano parlare? E di cosa? Dopo tutto quel tempo la ragione poteva essere soltanto una ed era proprio quella che stava sconvolgendo il cuore e la mente della ragazza.

Ricordò il tea freddo, i cubetti di ghiaccio che si scioglievano perché faceva caldo sul portico, il vento di Oakwood che soffiava maestoso ma tiepido. La voce squillante di Jonas, quella roca di suo padre. Il pallone, i pastelli a cera, i cespugli di rose. Quella risata, la sigaretta.

Boom! Boom! Boom!, risuonò di nuovo contro la porta verde.

“Occupato ho detto!”, ripeté Jane, stizzita da quell’insistenza. Quando era entrata nel bagno, l’intero luogo era pressoché deserto, quindi perché continuavano a bussare così invece di usare un altro gabinetto?

Di nuovo il silenzio fu la risposta che ottenne, prima che il suo telefono fischiettasse per ricordarle che Danny le stava scrivendo e che adesso le aveva appena inviato un messaggio su Instagram.

D: Ciao Jane, come va?

J: Tutto bene, sono in palestra a distruggermi di addominali.

D: Non stancarti troppo, anche se non posso essere molto convincente visto che proprio adesso sto per entrare anch’io in palestra.

J: Ci provo, ma devo se voglio mantenere la linea. Cosa fai oggi? Palestra o boxe?

Danny visualizzò il messaggio ma non rispose né iniziò a scrivere per poterle rispondere. Jane attese qualche secondo, ma poi decise che era giunto il momento di riprendere la sessione di allenamento, altrimenti Lou l’avrebbe presa in giro per il boxer o per un improbabile e puzzolente blocco intestinale.

Si pulì, tirò su le proprie braghe e infilò il cellulare in tasca. Non aveva più quattordici anni da un pezzo, non poteva di certo stare lì imbambolata ad aspettare che il ragazzo di cui era interessata le scrivesse, come una qualunque adolescente in preda agli ormoni. Era quasi adulta ormai e aveva una carriera da instamodel da portare avanti. Sciogliersi per un’infatuazione era una cosa che non aveva più intenzione di fare, soprattutto dopo l’ultima relazione avuta.

Si legò i capelli dietro la testa, prima di uscire dal bagno. Quando però venne fuori, restò interdetta. Non c’era nessuno, neanche un inserviente o un’altra ragazza. Tutti le cabine erano vuote e non c’era anima viva intenta a specchiarsi o a lavarsi le mani.

Allora chi aveva bussato? Nessuno aveva usato o stava usando i servizi igienici. Mica chi aveva battuto il pugno contro l’uscio verde lo aveva fatto espressamente per lei? Chi poteva essere? E soprattutto cosa voleva? Era in corso uno scherzo di Lou?

Jane andò a lavarsi le mani sospettosa e il suo cellulare fischiettò. Non lo cavò dalla tasca, visto che decise su due piedi di far aspettare Danny, per ricambiarlo con la stessa moneta. Se si fosse bagnato un po’ nel brodo, si sarebbe cotto a puntino anche lui senza rendersene conto.

Smise di pensare a tutto e trasse un respiro profondo, carezzandosi con lo sguardo attraverso lo specchio.

Dimenticò l’esistenza del messaggio di testo che voleva ricondurla agli eventi di Oakwood di quand’era bambina. Dimenticò di dover rispondere al pugile dopo quel breve scambio di battute iniziato da lui. Dimenticò anche il fatto che avessero bussato alla sua porta mentre stava orinando.

Lavate le mani infatti, uscì dal bagno e raggiunse Lou, il quale aveva già cominciato gli addominali senza di lei. Non si rese conto che il ragazzo non fece domande sulla chat con cui l’aveva lasciata. D’altronde ne avrebbero comunque parlato dopo il verificarsi di qualche svolta interessante.

Non c’era niente di strano in quell’omissione del suo migliore amico, difatti, in quel momento, Lou non era il vero problema che stava per abbattersi su di lei. Solo che lei non lo sapeva.

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Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

paure dell'uomo il fantasma della cantina pasquale scalpellino

Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

Ratti Paure dell'uomo Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

savior pasquale scalpellino

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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