Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero

Veronica ha appena finito il proprio turno di lavoro e, una volta uscita dalla metropolitana, è indecisa se recarsi in palestra oppure andare al pub. Prova a telefonare ai suoi due migliori amici, ma entrambi non rispondono al telefono.

Nella piazza di Wood Green migliaia di persone rendono caotico quel nuvoloso venerdì.

Lei prova più volte a chiamare i suoi compagni ma i suoi tentativi risultano sempre infruttuosi.

Dopo una rapida lotta interiore, opta per cominciare al meglio quel weekend libero andando a bere.

In uno dei pub nelle vicinanze incontra un uomo solitario intento a scrivere su un tablet. I due dimostrano subito di avere una chimica interessante, finché un messaggio improvviso non li interrompe.

La polizia è a casa di uno dei suoi amici e vuole che lei li raggiunga per parlarle.

Veronica non lo sa ma l’altra sua amica è scomparsa da tre giorni e in casa sua, priva di segni di effrazione, sono stati trovati tutti i suoi effetti personali e delle macchie di liquido nero sul pavimento.

Con tale notizia inizierà per Veronica una discesa negli abissi più profondi dell’animo umano, dove paure e fobie si insinueranno sotto la sua pelle, divorando la sua personalità fino all’ultimo boccone.

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Zero Negative by Pasquale Scalpellino

Zero negative by Pasquale Scalpellino

Zero Negative

On 21th July 2020, a young boy on a bicycle is riding along a street in Palmers Green, north London.

He is hot and sweaty, the summer in the English capital has never been so intense and so long. He stops along a bridge in the cycle lane, to check that he has a pound in his rucksack to buy a cold fizzy drink. Suddenly, however, a couple of girls stop on the pavement beside him and raise their index fingers to the sky, distracting him.

Everyone starts to stop, a crowd literally grows out of nowhere.

On the horizon, six state-of-the-art drones have emerged from the trees of the nearby park, flying in synchrony, dragging floppy ropes with them. They climb upwards, vertically, higher and higher, until those ropes stretch and a hanged man starts writhing in front of everyone.

On his bare belly, the poor man sports a strange red inscription.

C O M, say the three lonely letters.

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Amsterdam di Pasquale Scalpellino

Amsterdam di Pasquale Scalpellino

Amsterdam

Un uomo fugge da una situazione di cui potrebbe pentirsi, quando i passeggeri che viaggiano sul suo stesso treno iniziano a comportarsi in maniera anomala.

Sei amici sono in vacanza ad Amsterdam per festeggiare il conseguimento della laurea, ma uno di essi, durante la prima serata di baldoria, viene sommerso da emozioni negative fino a viverne alcune che non credeva potessero esistere.

Una sommozzatrice che lavora per la polizia ripesca due cadaveri da un canale, il cui stato di conservazione è inspiegabile, poiché privo di qualsivoglia traccia di rigor mortis e di gonfiore dovuto all’essere stati immersi.

Un ragazzo che vive solo e lavora in una macelleria della capitale possiede una strana abitudine, la quale ogni ora o due lo costringe a disattivarsi per dieci minuti esatti.

Queste sono solo alcune delle vicende contenute in questa raccolta di 7 racconti horror, il cui nome è legato alla città che ha ispirato l’autore e i cui contenuti saranno ambientati nei quartieri di questa capitale, mescolando tradizioni olandesi moderne a quelle del passato, mostrando inoltre la città sia dall’interno che dall’occhio esterno del turista.

Amsterdam è dunque il terzo volume di Horror Souls, una collana che darà la luce a simili raccolte autoconclusive di racconti horror che cambieranno in base all’anima spaventosa della città che cercheranno di descrivere e mostrare.

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Incipit Il mito dell’essere sorpresi

Il mito dell'essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Primo capitolo Il mito dell’essere sorpresi

L’immobilità di quel cancello era l’apoteosi emotiva del suo attendere. I suoi occhi carezzavano le rughe di ruggine che avevano creato bolle nella pittura cascante. Aveva già premuto il pulsante del citofono, ma nessuno rispondeva, sebbene lei fosse anche un’ora in ritardo. Il sole al di là delle sbarre cercava di districarsi tra piccoli banchi di nubi bianche, i quali non minacciavano pioggia. Faceva caldo, nonostante mezzogiorno fosse ancora lontano. Sbuffò.

Come vengono prodotti i cancelli? Quante tipologie ne esistono nel mondo? Quanti ne vengono venduti al giorno in una città?

Premette di nuovo il pulsante. I suoi piedi uniti e coperti da scarpe da ginnastica giacevano su una pozzanghera d’acqua piovana, la quale inzuppava la nuda pietra di cemento grezzo. Un suono elettrico, annunciato da nessuna voce umana, disattivò finalmente la serratura. Spinse quindi il cancello ormai aperto ed entrò nella proprietà privata di quel particolare condominio napoletano.

Era strano per lei tornare a Napoli dopo la prima ondata della pandemia, durata circa sei mesi, e ancora più strano era aver deciso di passare prima del tempo con i suoi amici, anziché andare da suo fratello, il quale viveva da solo nella casa di proprietà dei loro defunti genitori. Gli aveva detto però che sarebbe atterrata qualche giorno dopo, dunque lui non sapeva che si trovasse già in città.

Sarebbe bello pilotare un aereo con benzina infinita e poter girovagare costantemente sulla superficie del mondo. Chissà quanti governi romperebbero il cazzo per il mio passaggio in spazi aerei sotto la giurisdizione di qualcuno. Chi gli ha dato poi il diritto di dichiarare il movimento proibito su determinate aree, le quali non toccano neanche la terraferma?

C’erano dodici abitazioni a pian terreno, tutte con terrazzine esterne, accessibili da quel sentiero circolare di asfalto su cui lei stava camminando. Erano in totale sei le torri bianche a ospitare gli appartamenti, ma solo quelli a pian terreno con terrazzina potevano aver accesso al cortile ad anello, che sfoggiava un campetto di calcio e basket giusto al centro. Le abitazioni superiori venivano raggiunte dagli ingressi con scale sulle facciate esterne, sui lati opposti, il che rendeva il cortile quasi privato per chi viveva al piano terra. Se non fosse stata per la posizione fuori mano rispetto al centro di Napoli, affittare una casa lì sarebbe costato parecchi soldi, ma proprio tanti.

Pomodoro viveva al numero 44, quindi lei incominciò a guardare i cancelletti neri con citofoni, dove piccoli numeri dorati sovrastavano gli aggeggi elettronici con su scritto i nomi dei padroni di casa. C’era uno strano silenzio intorno, come se tutti fossero andati via per lavoro o stessero dormendo.

Il lockdown non c’era più, eppure quello sembrava il mortorio pandemico che avrebbe tanto voluto vedere a Londra, ma che purtroppo la sua nazione non le aveva offerto in alcun modo, propinandole una reazione collettiva ben lungi da quella razionale che aveva adottato lei, e che in Italia pareva essere stata la stessa. Sentiva i propri passi digrignare sul pietrisco di pece poco assestato.

“Roby!”, chiamò una voce a lei familiare, senza gridare troppo.

Alzò lo sguardo in avanti. Ognuno dei dodici cancelletti individuali, che erano anche poco protettivi ad essere sinceri, vista la facilità con cui potevano essere scavalcati, dava accesso a una scalinata costretta tra da due basse mura, la quale saliva in maniera poco ripida verso il terrazzino in questione. A tre inferriate di distanza, uno dei suoi amici, Lyno, con la sua solita cresta e una blanda maglietta bianca, si sbracciava con i suoi tatuaggi per attirare l’attenzione. Gli sorrise con la mascherina e avanzò il passo.

Devo creare un brand vestiario quando i miei investimenti frutteranno abbastanza profitti, voglio chiamarlo Robydrugs.

Il ragazzo della sua stessa età aprì il minuto uscio di ferro e spalancò le braccia per cingerla e salutarla. Non si vedevano da più di un anno, perché quando era iniziata la pandemia lei mancava dall’Italia già da circa nove mesi. Aveva avuto una promozione a lavoro e, ricevendo di conseguenza più soldi al mese e più vacanze all’anno, aveva deciso di viaggiare per il mondo e non tornare in Italia per qualche tempo. Aveva voglia di visitare il pianeta e vivere qualche avventura. Il primo lockdown aveva rovinato i suoi piani e posticipato ancor di più il suo rientro alla nazione madre.

Si abbracciarono forte.

Il lato migliore della strada è quello con il marciapiede pulito.

“Come stai?”.

“Sopravvivo… è l’unica cosa che possiamo dire e fare di questi tempi”.

Lui rise e con un cenno del capo la invitò a salire sulla scalinata e raggiungere gli altri sulla terrazzina coperta.

“Tu?”.

“Sopravvivo anche io, ma sono uno di quelli fortunati, perché ho avuto il covid e ho beccato solo un po’ di febbre come sintomo”.

“Ottimo”, commentò e poi un piccolo gradino spaccato, con un pezzo di lastra di marmo mancante, le mise uno sgambetto e lei prese una simpatica storta alla caviglia destra.

“Cristo santo!”, imprecò quasi cadendo a faccia in giù, fermandosi con le mani a terra e avvertendo un dolore fortissimo al malleolo, sul lato esterno.

Lyno si girò e la vide inginocchiata su una gamba che si massaggiava docilmente la caviglia. Parve preoccupato e le offrì una mano per tirarsi su.

“Mi dispiace non averti avvertito. Tranquilla però, non sei l’unica che è inciampata su quel gradino maledetto. Ci siamo passati tutti”, sussurrò mentre lei riacquistava equilibrio e sicurezza.

Chissà che sapore avrebbe un brodo di ossa umane. Cannibale del cazzo, basta horror francesi nelle notti di pioggia londinesi! Raw è un bel film comunque.

“Perché bisbigli?”, chiese a bassa voce, proseguendo nel salire l’ultima parte della scalinata. Lyno si voltò e fece segno con l’indice di fare silenzio, prima di muovere le labbra e dire Teams.

Roby annuì senza capire a cosa di riferisse e lo seguì zoppicando, poiché la caviglia gridava nel suo piede destro.

In cima alla gradinata, la tettoia della terrazza copriva un ampio perimetro di mattonelle bordeaux, sovrastate da tre tavoli di plastica verdi con sedie messi uno di fianco all’altro, un’amaca sul lato sinistro, delle lettiere per gatti nei pressi della porta d’ingresso della casa e sul lato destro un barbecue, un forno in pietra per le pizze e miriadi di fioriere, che esibivano piccole piante di peperoncini piccanti e spezie di diversi colori e dimensioni.

Ai tavoli centrali, Pomodoro e Gigidò stavano rollando delle sigarette in tombale silenzio, mentre sul lato più esterno della tavolata c’era Paolino, seduto a braccia incrociate dinanzi a un portatile. Ascoltava le parole di qualcuno che recitava una formula burocratica in tono solenne, quasi da preghiera.

I due nel mezzo lasciarono perdere i drummini e si alzarono in piedi lentamente, evitando qualsiasi tipologia di rumore. Andarono ad abbracciare Roby, che zoppicante aveva raggiunto i tavoli.

La ragazza notò in quel momento, senza sentire quello che veniva dichiarato, che Paolino indossava giacca, camicia e cravatta, ma al di sotto del tavolo aveva un pantaloncino stile costume da spiaggia, piedi scalzi e infradito.

Pomodoro la strinse, dicendole che gli dispiaceva che fosse inciampata sul gradino di casa sua. Gigidò fece lo stesso, ma le chiarì anche che il loro amico si stava laureando in quel momento. Quella che parlava era la presidentessa di commissione, che da remoto stava proclamando dottori in informatica circa venti persone quella mattina.

Lei strabuzzò gli occhi.

Immagina se fossi stata tu a dover spiegare la tesi dinanzi allo schermo di un computer, inquadrata in piena faccia sotto lo sguarda di circa trenta esseri umani. Mi chiedo che colore siano le mutande dei professori, di sicuro sono vestiti proprio come Paolino in questo momento.

Si sedettero tutti e Roby notò che sul tavolo centrale vi erano due cannoni giganti, già rollati e posizionati a x, come due vecchie spade a indicare un tesoro sepolto su una cartina pirata. Quasi sicuramente si aspettava la fine della proclamazione per iniziare il festino e sballarsi. C’erano anche tre birre stappate, quindi Pomodoro ne prese una quarta, da un frigo portatile vicino alla sua sedia, e aprendola la passò a Roby, dopodiché tutti e quattro prepararono una sigaretta a testa, mentre solenne Paolino continuava la sua sceneggiata finale. La voce dal computer continuava a blaterare, ma stava iniziando adesso a chiamare dei nomi propri di persona.

Giro di accendini.

E uno di valzer, tiè!

C’erano due posacenere di ceramica al centro del tavolo.

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Il mito dell’essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Il mito dell'essere sorpresi Pasquale Scalpellino

Il mito dell’essere sorpresi

Roby torna a Napoli dopo aver trascorso la prima ondata della pandemia a Londra, città in cui vive da anni.

Dovrebbe incontrarsi con suo fratello, che vive ormai nella dimora dei suoi defunti genitori, ma decide di spendere prima del tempo con la sua vecchia comitiva, gli amici di sempre con cui faceva baldoria all’università.

Sta per verificarsi una festa spettacolare, piena di erba e alcool, qualcosa che in quei cinque mesi di lockdown era diventato impossibile anche solo immaginare.

Una storta alla caviglia, un biglietto aereo sbagliato e una strana chiacchierata riguardante il tempo sospeso, si mescoleranno ai fumi dei bagordi e si insinueranno dentro di lei pacatamente.

A causa di ciò, la ragazza intraprenderà in modo inevitabile una discesa abissale e introspettiva nei propri pensieri e nella mente che li produce, ma anche quella sarà solo l’inizio, poiché la sorpresa e il suo mito l’attenderanno alla fine del viaggio.

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Incipit di Horror Club

Horror Club Pasquale Scalpellino

Primo capitolo di Horror Club

IL MONDO HA BISOGNO DI HORROR.

Questo era il messaggio che avevo trovato sulla homepage di quello strano sito web. Ci ero incappato per caso, una pagina apparsa dal nulla, una pubblicità qualunque venuta fuori come pop-up da un website di film horror in streaming. Non avevo chiuso subito la finestra e avevo letto quella scritta, lasciandomi ammaliare dalla grafica spettrale. C’erano alberi in nero, illuminati da flash di fulmini, foglie che volavano via come pipistrelli screziati, rumore di pioggia, caratteri rossi insanguinati.

TU SEI L’ULTIMO DELLA CERCHIA.

TU SEI STATO SCELTO PER L’HORROR CLUB.

Poi mi era arrivata di colpo una e-mail, un messaggio ancor più bizzarro del sito stesso, sebbene quest’ultimo ne fosse il mittente.

Tutt’oggi mi chiedo come sia stato possibile quell’invio, visto che non avevo fornito alcun tipo di dati. Avevo soltanto osservato le scritte.

Mi avevano spedito comunque un indirizzo e un orario. Mi avevano ripetuto che il mondo aveva bisogno di Horror, con la lettera maiuscola. Mi avevano detto che saremmo stati in otto. Otto persone, otto narratori, otto scrittori in grado di regalare al mondo la paura, lo spavento, il terrore.

Come avevano saputo però che io ero uno scrittore horror? Non tutti gli utenti dei siti streaming per film di quel genere lo sono.

La situazione mi aveva quindi inquietato e affascinato allo stesso tempo. Escludendo la possibilità che fosse semplicemente un tentativo di hacking, non c’era nulla di male a dare un’occhiata a quell’appuntamento.

Così ci andai.

Non era molto distante da casa mia, per cui a piedi raggiunsi il posto. Era una vecchia casa in disuso, con il cartello di vendita ammuffito e caduto sul giardino di erbacce. La porta era aperta. Sembrava pericolante per certi versi, oltre che infestata. Mi guardai intorno prima di entrare, per vedere se ci fosse qualcuno in arrivo o se ci fosse qualcosa di strano appollaiato ad aspettarmi. Nulla. Gente che passeggiava in un tiepido pomeriggio.

L’interno della dimora era buio e impolverato, un odore stantio si spandeva praticamente dappertutto, sottolineando l’assenza umana con grosse e grigie ragnatele.

“C’è nessuno?”, chiesi al silenzio.

“Accomodati”, replicarono.

Voci atone provenienti da una porta lungo il corridoio.

Avanzai, impaurito ed eccitato, afferrai il pomello d’ottone ed entrai in quello che doveva essere il soggiorno. La stanza era tenebrosa, rischiarata dalla fiammella di una singola candela. Le finestre laterali erano state inchiodate con assi di legno e la mobilia coperta da teloni bianchi. C’erano quattro persone oltre a me. Tre sedute e una in piedi. Riuscivo a scorgere a malapena i tratti dei loro volti.

Non avevo paura che fossero malintenzionati e che fossi caduto in una trappola che avrebbe segnato la mia fine.

Mi accomodai. Nessuno parlava, per cui mi sedetti e gettai un occhio in giro. Non c’era nulla da vedere, a parte l’oscurità, le quattro losche figure e l’atmosfera macabra.

“Siamo qui. Noi cinque soltanto. Non saremo in otto. L’Horror Club sarà composto soltanto da noi. Il mondo ha bisogno di orrore e noi saremo coloro che glielo fornirà”, annunciò quello in piedi, camminando in giro in circolo, per poi fermarsi e raggiungere il tavolo con la candela.

L’afferrò, la sollevò e l’avvicinò al viso, mostrando un volto adulto con una cicatrice sulla guancia sinistra, uno sfregio bluastro. I suoi occhi neri erano profondi, i capelli in disordine.

“In questo luogo, noi racconteremo le storie più spaventose che siano mai state raccontate”.

È così che nacque il famigerato e ricercatissimo Horror Club, il club dei cinque scrittori neri, dei cinque assassini con la penna.

Dovevamo raccontare storie, dovevamo regalare paure. Noi eravamo i narratori oscuri, coloro che promulgavano il terrore.

Non ci volle molto prima che la situazione ci sfuggisse di mano, prima che acquistassimo un potere ultraterreno, prima che cominciassimo a realizzare realtà immonde per la gente.

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Horror Club di Pasquale Scalpellino

Horror club pasquale scalpellino

Horror Club

Se ogni storia che raccontassi potesse avverarsi nella realtà, cosa narreresti? Se le tue parole potessero avere presa sul mondo che ti circonda, tanto da poterlo modificare e alterare con gli avvenimenti da te descritti, cosa faresti succedere?L’Horror Club è la vicenda di cinque scrittori neri, cinque narratori oscuri che tra le mani si ritrovano un potere inimmaginabile. Con la premessa iniziale di dover regalare l’orrore alla gente, cinque appassionati di horror racconteranno nel loro club privato tremende e spaventose vicende, le quali però improvvisamente diverranno reali. Tra segreti, paure e violenze le conseguenze delle loro azioni saranno inimmaginabili, e sarà l’umanità ignara a pagarne le conseguenze.

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Incipit de Il principio dei sei

Sirio rossi il principio dei sei

Primo capitolo de Il principio dei sei

Un nome banale per un obbiettivo sovraumano. Una definizione in parte appariscente per qualcosa che aveva importanza solo per noi.

Dieci categorie.

Dieci persone per ognuna di esse.

Dieci metodi di scelta.

Il Progetto Universo.

Così cominciò e quel nome provvisorio non venne mai cambiato, perché la sua durata fu così breve che nessuno riuscì ad accorgersi della sua esistenza, prima che fosse già concluso e non servisse più, poiché evoluto in qualcosa di diverso.

Raggiunse molti obbiettivi, forse dieci. Di esso restarono la base e le scoperte, poi tutto cambiò e divenne altro e poi ancora altro e poi altro ancora.

Era il 2022 e io avevo 12 anni.

Fui scelto tra i cento di cui vi ho accennato, ma niente fu come mi avevano promesso.

O almeno lo fu soltanto al principio, ovvero prima che raggiungessimo alcuni dei traguardi iniziali.

Penso e parlo da solo.

Penso e parlo da solo.

Il fatto è che mi hanno sottovalutato, per questo non mi hanno ucciso.

Mi hanno detto che sarebbe stata una perdita di tempo, ma in realtà vogliono coprire la verità, ovvero che potrei tornare utile un giorno.

Vogliono che invecchi, che il mio cervello inizi a perdere colpi.

Mi hanno sottovalutato.

Mi temono e posso essere utile.

Sia per loro, sia per tutti i nemici che hanno.

Buon compleanno.

***

Quando si svegliò, aveva già gli occhi aperti e la cella era illuminata e fastidiosamente bianca, come ogni dannata volta in cui ritornava alla realtà.

Lo chiamavano Circolo44, il Cubo Bianco, e lui era consapevole di aver fatto parte del team di ricerca che aveva sviluppato la tecnologia, gli algoritmi e le AI, che avevano contribuito alla realizzazione di quel posto. Aveva il 5% di colpa, quindi un po’ se lo meritava, perché non avrebbe dovuto aiutare nessuno.

Sarebbero dovuti morire tutti.

E invece era lui ad essere imprigionato, da circa 20 anni, anche se quello era un numero immaginario che ripeteva a sé stesso, visto che i calendari e gli orologi non esistevano più e lui in realtà non sapeva da quanto fosse lì.

Si alzò dal materasso. Un portello bianco alla sua medesima altezza si aprì e lo trascinò dentro il muro, lasciandolo senza letto.

Sbuffò, aveva di nuovo sognato quella specie di monologo. Quei pensieri parlati e detti a sé stesso all’interno di un buio nero e grigio, dove sperava che qualcuno ascoltasse.

Quanto avrebbe voluto avere anche un solo essere umano a cui raccontare ogni cosa. Ci sarebbero voluti anni probabilmente per spiegare tutto, anche se fosse stata una persona intelligente e specializzata ad ascoltarlo.

Restò in piedi al centro della stanza.

Tutto era bianco intorno a lui, così bianco che le luci dell’illuminazione non si distinguevano dalle pareti, dal pavimento e dal soffitto. Era come trovarsi al centro del cuore svuotato di un cubo di polistirolo freddo. Non c’erano suoni, non c’erano comunicazioni. Solo silenziosi ordini che con mutismo si verificavano. Sentiva unicamente gli odori del proprio corpo lì dentro.

E continuava a sognare quel monologo buio e grigio, che diceva a sé stesso e che gli disturbava il sonno, poiché mai avrebbe potuto condividerlo con qualcuno. Esisteva anche la possibilità che questo ipotetico interlocutore non sarebbe stato in grado di comprendere alcunché.

Si sedette al centro della stanza.

Da un muro alla sua sinistra si aprirono tre varchi. Uno conteneva un tavolinetto con una sorta di lavandino, senza canale di scolo, tutto pieno di una gelatina bluastra. Era il suo pasto ricco di nutrienti, che avrebbe dovuto mangiare con le mani. Non sporcava, anzi assorbiva addirittura i germi dalle sue dita, facendoglieli ingoiare. In questo modo il suo sistema immunitario, compromesso a causa della depressione da isolamento, poteva essere rinforzato. Speravano che si ammalasse oppure che non accadesse?

Dal secondo varco apparve una sedia a parete, dal terzo invece un piccolo cesso. Non aveva fame né bisogni impellenti, ma non era lui a decidere la propria ruotine quotidiana.

Non esistevano il tempo, i calendari, gli orologi, e se non obbediva subito a quegli ordini silenti, i varchi avrebbero ritirato tutto e ne sarebbe rimasto privo, fino al prossimo turno di routine, che lui non poteva in alcun modo sapere quando fosse.

Aveva provato a contare i secondi, ma erano furbi, e anche se lo faceva nella mente, gli ordini silenti non si verificavano mai nello stesso lasso di tempo contato in precedenza.

3499.

4848.

2222.

3332.

A volte riceveva anche un numero di pasti diverso prima dell’apparizione del letto. Volevano sempre confonderlo sui giorni o sul periodo della giornata.

Si strappò una ciocca di capelli.

Non sapeva per niente quanti anni fossero passati, aveva abbondantemente perso la bussola temporale interiore.

La sua chioma era tutta bianca e grigia ormai. Nessun capello era più marrone chiaro, o cenere come diceva sua madre.

Dovevano essere passati circa vent’anni.

Senza avere la possibilità di calcolare il tempo, quattro lustri erano un’eternità.

Rise e guardò le tre cose apparse, a breve sarebbero sparite se non si fosse alzato dal centro della stanza sulle proprie scricchiolanti gambe.

Molto spesso aveva pensato di attaccare, rompere, bloccare, violare o infilarsi in quei varchi. Ma quelli erano furbi, e probabilmente sarebbe morto se ci avesse provato. Ucciso da loro stessi o dal meccanismo automatizzato e meccanico che lo avrebbe schiacciato o storpiato. Dubitava che concedessero una via di fuga così palese e funzionale.

Si accarezzò il petto all’altezza del cuore e poi grattò nel punto dove c’era un’etichetta rossa e vuota.

Nessun nome, nessun numero.

Era troppo intelligente per non capire che serviva per dopo la sua morte, per metterci un simbolo di riconoscimento o la causa della morte sottoforma di codice.

Serviva a identificare il cadavere e non il prigioniero. Lui poi non era un carcerato come la maggioranza degli ospiti del Circolo44, lui era rinchiuso per essere protetto o nascosto, perché poteva servire ancora e perché poteva essere rapito all’improvviso da qualunque dei nemici di chi lo teneva rinchiuso. Erano furbi anche loro.

Chissà che etichetta gli avrebbero dato dopo la dipartita.

Era di sicuro ancora un tassello di valore nel mosaico del mondo. Se non fosse più servito a nessuno, perché non era stato ucciso e basta? Perché non gli avevano cancellato la memoria come a tutti gli altri esseri umani?

Si alzò in piedi.

Tutte e tre le offerte giornaliere di routine rientrarono nelle mura prima che potesse utilizzarle.

Rise.

Lo stavano prendendo in giro.

Forse chi lo osservava si era rotto dei suoi giochetti, o lo aveva sentito parlare nel sonno, o magari pensava che stesse di nuovo contando i secondi.

Si risedette e poi, da qualche parte, un’esplosione fece tremare ogni cosa.

Rise ancora.

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Il principio dei sei di Sirio Rossi

Il principio dei sei Sirio Rossi

Il principio dei sei

Da oltre vent’anni, un uomo è rinchiuso all’interno del Circolo44, dopo aver subito un voltafaccia da parte dei governi mondiali che aveva aiutato a preservare. Si tratta di Martin Hilltop, uno dei cento membri del Progetto Universo, un consiglio di geni internazionale a fondi illimitati, il cui scopo di esistere era quello di risolvere le catastrofi globali da dietro le quinte.

S02 e R05 sono due mercenari spietati, ingaggiati da un cliente anonimo per individuare proprio il Circolo44. Una volta raggiunto l’obbiettivo però, gli viene ordinato di liberare uno degli ospiti per un compenso ulteriore. Non potranno tirarsi indietro, anche se la prigione gestita dalle intelligenze artificiali è purtroppo inespugnabile.

Cole è invece intrappolato nell’abitacolo frontale del suo Transteiner, dopo aver deliberatamente deciso di deviare la propria traiettoria di viaggio per scappare. Il mezzo ha preso fuoco e lui è stato abbandonato dalla Nazione a causa della disobbedienza. Ha poco tempo per trovare una soluzione e liberarsi prima di rimetterci la pelle.

Katia vaga nuda nella notte gelida, con il cuore vuoto di amore e il cervello pieno di traumi.

“Il principio dei sei” è un romanzo di fantascienza di Sirio Rossi, seguito diretto della raccolta di racconti “Il mondo nuovo”, dalle cui storie prenderà in prestito ben cinque protagonisti e di cui proseguirà le vicende, continuando a esplorare l’universo fantascientifico creato dall’autore, attraverso due fughe e due viaggi di sei personaggi chiave.

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Tokyo by Pasquale Scalpellino

Tokyo by Pasquale Scalpellino

Tokyo

A robber armed with a shotgun disrupts a restaurant dinner for several people. A Western filmmaker with a strange and risky way of getting inspiration spends an absurd night of bloodshed in the Kabukichō district. A young man has to keep his dream about a shinigami hidden to protect his brother and his girlfriend. Three silver masks in Shibuya rain down from the sky on Halloween night and begin to wreak havoc and death.

These are just some of the events contained in this collection of 7 horror stories, whose name is linked to the city that inspired the author and whose contents will be set in the districts of this capital, mixing modern Japanese traditions with those of the past, showing the city both from the inside and the outside eye of the tourist. Tokyo is thus the first volume in Horror Souls, a series that will give birth to similar self-contained collections of horror stories that will change according to the frightening soul of the city they seek to describe and show.

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