Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

savior pasquale scalpellino

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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Savior di Pasquale Scalpellino

Savior Pasquale Scalpellino

Savior

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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