Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero

Veronica ha appena finito il proprio turno di lavoro e, una volta uscita dalla metropolitana, è indecisa se recarsi in palestra oppure andare al pub. Prova a telefonare ai suoi due migliori amici, ma entrambi non rispondono al telefono.

Nella piazza di Wood Green migliaia di persone rendono caotico quel nuvoloso venerdì.

Lei prova più volte a chiamare i suoi compagni ma i suoi tentativi risultano sempre infruttuosi.

Dopo una rapida lotta interiore, opta per cominciare al meglio quel weekend libero andando a bere.

In uno dei pub nelle vicinanze incontra un uomo solitario intento a scrivere su un tablet. I due dimostrano subito di avere una chimica interessante, finché un messaggio improvviso non li interrompe.

La polizia è a casa di uno dei suoi amici e vuole che lei li raggiunga per parlarle.

Veronica non lo sa ma l’altra sua amica è scomparsa da tre giorni e in casa sua, priva di segni di effrazione, sono stati trovati tutti i suoi effetti personali e delle macchie di liquido nero sul pavimento.

Con tale notizia inizierà per Veronica una discesa negli abissi più profondi dell’animo umano, dove paure e fobie si insinueranno sotto la sua pelle, divorando la sua personalità fino all’ultimo boccone.

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Incipit di Haters

haters pasquale scalpellino

Primo capitolo di Haters

Immaginate un bambino goffo e impacciato che non riesce ad eccellere in alcuno sport o in alcuna altra attività scolastica.

Immaginate la sua rabbia, il suo odio e la sua voglia di vendetta che inizialmente vengono scagliati contro gli altri e la loro bravura, per poi tornare indietro con effetto boomerang su di lui e sulla sua incompetenza.

Immaginate la frustrazione e la voglia di riscatto che conducono questo ragazzino a migliorare e migliorare e ancora migliorare, per ottenere quel controllo assoluto sui movimenti e sulle abilità ginniche di cui non ha mai assaporato l’essenza.

Ora proiettatevi nella sua adolescenza e nella prospettiva di scelta scolastica che lo pone dinanzi ad un indirizzo informatico, dove avrebbe a che fare con software, computer e codici, la cui precisione e la cui perfezione potrebbero assumere le fattezze di un ulteriore tipo di controllo assoluto.

La tecnologia non è intelligente, ma è perfetta e infallibile se la si adopera nel migliore dei modi.

Immaginate il talento di questo ormai provetto studente e il controllo e le capacità informatiche che ne conseguono.

È bravissimo, la lezione di vita che ha imparato da bambino e lo sforzo che ha impiegato per apprenderla lo portano subito ad ottenere dei risultati fenomenali.

Nel mondo si sviluppano i social network.

La tecnologia moderna invade l’intero pianeta.

Lui giunge all’università e il suo desiderio di controllo accresce, mentre la sua perfezione nella materia informatica lo fa diventare un hacker.

Scopre il deepweb.

Osserva il mondo intorno a sé diversamente.

Vede la superficialità della gente su ognuno dei social di maggior presa.

Nota il cambio di priorità della vita umana e delle società nella quotidianità di tutti.

Ne segue le mode dall’esterno, solo per raccogliere data.

Arrivano gli smartphone e le app, i quali facilitano questo processo.

Poi si accorge che in ogni angolo del web, quello alla luce del sole, accessibile a tutti, ci sono haters e persone che provano e infliggono odio gratuito.

Immaginate come potrebbe reagire dopo quello che ha subito e provato quand’era un bambino e che si porta ancora dietro, adesso che possiede queste competenze da hacker e ha assunto un controllo quasi assoluto sulla tecnologia e l’utilizzo di ogni forma della sua rete.

Avete focalizzato tutto ciò? Avete ben chiaro questo contesto?

Beh, io ero quel bambino e voglio raccontare quello che feci.

Per ovvie ragioni non potrò citare geograficamente luoghi, città e vie e per altrettanti motivi alcuni individui possiederanno soltanto un nome, mentre altri neanche quello.

Sono un hacker e le mie mani sono sporche del sangue di centinaia di esseri umani, ma il mio modo di uccidere non mi coinvolge in modo diretto e questa storia non metterà in pericolo la mia libertà, per questo la voglio raccontare.

Dopo il mio miglioramento fisico da bambino, i miei studi informatici alle superiori e l’essere diventato un hacker all’università, decisi di assumere il controllo degli esseri umani e per farlo sfruttai le mie doti, facendo leva sulle emozioni negative delle mie vittime, cosicché commettessero reati al posto mio senza coinvolgermi.

Scelsi sette persone da plagiare in modo indiretto per condurle a commettere omicidi. Scelsi sette individui da trasformare in leoni da tastiera in grado di tradurre il proprio astio virtuale in qualcosa di reale, traducibile in crimini veri e propri.

In pratica instillai odio per manipolare la morte.

Io creai degli haters che uccisero persone per me, ma lasciate che mi spieghi meglio.

Questo era in pratica il mio piano.

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Haters di Pasquale Scalpellino

haters pasquale scalpellino

Haters

Immaginate un bambino goffo e impacciato che non riesce ad eccellere in alcuno sport o in alcuna altra attività scolastica.

Immaginate la sua rabbia, il suo odio e la sua voglia di vendetta che inizialmente vengono scagliati contro gli altri e la loro bravura, per poi tornare indietro con effetto boomerang su di lui e sulla sua incompetenza.

Immaginate la frustrazione e la voglia di riscatto che conducono questo ragazzino a migliorare e migliorare e ancora migliorare, per ottenere quel controllo assoluto sui movimenti e sulle abilità ginniche di cui non ha mai assaporato l’essenza.

Ora proiettatevi nella sua adolescenza e nella prospettiva di scelta scolastica che lo pone dinanzi ad un indirizzo informatico, dove avrebbe a che fare con software, computer e codici, la cui precisione e la cui perfezione potrebbero assumere le fattezze di un ulteriore tipo di controllo assoluto.

Nel mondo si sviluppano i social network.

La tecnologia moderna invade l’intero pianeta.

Lui giunge all’università e il suo desiderio di controllo accresce, mentre la sua perfezione nella materia informatica lo fa diventare un hacker.

Scopre il deepweb.

Osserva il mondo intorno a sé diversamente.

Vede la superficialità della gente su ognuno dei social di maggior presa.

Nota il cambio di priorità della vita umana e delle società nella quotidianità di tutti.
Ne segue le mode dall’esterno, solo per raccogliere data.

Arrivano gli smartphone e le app, i quali facilitano questo processo.

Poi si accorge che in ogni angolo del web, quello alla luce del sole, accessibile a tutti, ci sono haters e persone che provano e infliggono odio gratuito.

Immaginate come potrebbe reagire dopo quello che ha subito e provato quand’era un bambino e che si porta ancora dietro, adesso che possiede queste competenze da hacker e ha assunto un controllo quasi assoluto sulla tecnologia e l’utilizzo di ogni forma della sua rete.

Avete focalizzato tutto ciò? Avete ben chiaro questo contesto?

Beh, io ero quel bambino e voglio raccontare quello che feci.

Per ovvie ragioni non potrò citare geograficamente luoghi, città e vie e per altrettanti motivi alcuni individui possiederanno soltanto un nome, mentre altri neanche quello.

Sono un hacker e le mie mani sono sporche del sangue di centinaia di esseri umani, ma il mio modo di uccidere non mi coinvolge in modo diretto e questa storia non metterà in pericolo la mia libertà, per questo la voglio raccontare.

Scelsi sette persone da plagiare in modo indiretto per condurle a commettere omicidi. Scelsi sette individui da trasformare in leoni da tastiera in grado di tradurre il proprio astio virtuale in qualcosa di reale, traducibile in crimini veri e propri.
In pratica instillai odio per manipolare la morte.

Io creai degli haters che uccisero persone per me, ma lasciate che mi spieghi meglio.
Questo era in pratica il mio piano.

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Incipit di Zero Negativo

Primo capitolo di Zero Negativo

Zero negativo Pasquale Scalpellino

Oscura era la stanza dove aspettava e affannato era il respiro con cui la persona, avvolta dalla coperta, cercava di tenersi calma e con la mente lucida.

Dal soffitto pendeva un neon circolare che si era staccato dalla sua plafoniera, la quale infatti giaceva a terra in mille pezzi. Una mattonella spaccata e delle gocce di sangue erano il ricordo di una disattenta indifferenza.

L’elettricità di quel nudo vetro ad anello andava e veniva, difatti la camera era un ambiente che passava dal chiarore alla luce quasi intensa con uno strano ritmo, che di certo non aiutava la tranquillità e il rasserenamento.

La figura era rannicchiata su una sedia girevole, stringendosi le ginocchia al petto e fissando lo schermo del portatile settato sulla luminosità più bassa possibile. Chrome era aperto con due finestre, le quali si dividevano mezzo monitor con due siti rivali. Da un lato la pagina delle news live della BBC cercava con le sue tinte rosse di contrastare le tonalità biancoverdi del Telegraph. I due giornali ricevevano il medesimo spazio all’interno della superficie del computer e i loro siti avevano l’aggiornamento automatico non appena veniva aggiunta una nuova e breve notizia recente.

L’orologio ticchettava sulla parete, segnando le 3 in punto del pomeriggio. A breve sarebbe apparsa la breaking news che interessava quell’anonimo utente nascosto dal plaid di lana. Gli occhi chiari erano avidi come la luce che voleva filtrare dalle finestre con le tapparelle abbassate.

La parete alle spalle della scrivania nera comunque era composta da decine e decine di bacheche di legno, accostate come piastrelle una di fianco all’altra, e sulla loro superficie numerosissime puntine di metallo inchiodavano centinaia e centinaia di fogli a4, su cui erano stampati tutti i resoconti live dei due giornali per i giorni precedenti a quello attuale.

Quelli live segnavano sullo schermo del portatile la data del 21 luglio 2020. Migliaia di altre pagine di carta erano suddivise in maniera molto schematica e composta lungo tutta la pavimentazione. Quelle sulla parete erano difatti notizie particolari e sconvolgenti di tutto il periodo della pandemia, come scoperte, false promesse politiche dei governi, cospirazioni eclatanti, gente in alto che trasgrediva le regole, missili, proteste, assassinii e quant’altro. Erano una macabra carta da parati, ma la mancanza di fili rossi a fare da collegamento o quella di fotografie di persone da dover incriminare dava poco valore paranoico e di congiura.

Di fianco al mouse però c’erano alcune fialette ospedaliere ricche di sangue scuro e al di sotto del tavolo una ventina di metri di fune da scalata arrotolati su sé stessi, come comodi pitoni addormentati.

Fece uno starnuto, si pulì il naso con la coperta e poi ciò che stava aspettando arrivò con un formidabile video su tutti i giornali, ma principalmente sui due che dividevano il suo poco luminoso computer.

Virale però lo ritenne un aggettivo poco felice.

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Incipit di Sangue e cemento

Primo capitolo di Sangue e cemento

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette, nessuno avrebbe mai detto che quei palmi e quelle dita potessero appartenere ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l’accostamento di esse ad un tipo di lavoro così manuale. Nessuna copertina può infatti mai esprimere realmente ciò che nasconde oltre la superficie.

Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell’unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell’azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.

Ne completò cinque in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.

Spalancò l’uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso ai ganci a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all’altra i tendini di Achille, assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell’uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena undici anni.

Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.

Un corpo umano contiene circa cinque litri di sangue e fondamentalmente questo liquido rosso può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell’acqua, più del vino, più dell’alcool e dell’urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all’assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.

Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.

Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell’addome di quell’uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.

Spostò il secchio e infilzò l’uomo dall’altezza dell’ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c’era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 

Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, dunque accese il macchinario e lo frullò totalmente.

Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l’organo liquido nella bacinella piena di sangue e la accostò a quella più insolita che possedeva nell’angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po’ di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare… avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.

Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere.

Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d’ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c’era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c’erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.

Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, iniziò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano era assordante, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.

Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.

Adagiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.

E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.

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Sangue e cemento di Pasquale Scalpellino

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Sangue e cemento

Il cemento per l’umanità.
Il sangue per la spiritualità.
E parti del corpo come organi e ossa per l’individualità.

Giovanni Saviona è un muratore esperto e ha intenzione di portare il suo hobby per la scultura verso un livello superiore, adesso che il suo piano – il suo progetto divino – è finalmente delineato del tutto, con tanto di palazzo abbandonato in cui poterlo svolgere senza alcun disturbo.

Il tatuaggio con la scritta Tormento che ha dietro al collo è il medesimo che il suo martello da carpentiere ha inciso sul manico di legno. Loro due sono amici inseparabili, lo sono sempre stati.

John, nome con cui amava chiamarlo sua moglie Suzanna, è dunque in cerca di vittime da uccidere con modalità precise, per poter prelevare sangue e parti dei loro corpi da centrifugare. Dovrà mischiare il tutto alla pasta cementizia, se vorrà ottenere un cemento color malva. L’obbiettivo è quello di scolpire grezzamente questi blocchi rosati per realizzare piccole statue.

Nello scantinato un uomo è appeso a testa in giù su ganci da macellaio, la sua gola è squarciata.

John vuole ricostruire il mondo. John vuole creare simboli per rendere la realtà un posto migliore. Purtroppo, a causa di ciò moltissima gente è destinata a morire, perché per ricostruire tutto il muratore dovrà prima abbattere ogni cosa a colpi di martello, innocenti compresi.

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Kill Her di Pasquale Scalpellino

Kill her Pasquale Scalpellino

Kill Her

Il telefono di casa e il suo cercapersone suonarono quasi allo stesso momento, quando Selene si fermò di sfuggita a fissare le immagini del notiziario che riportavano alcuni omicidi dell’ultim’ora. Era venerdì sera, aveva da poco finito di fare una doccia dopo uno stressante turno di lavoro al dipartimento e si stava rilassando con una birra sul proprio divano, mentre la cena si riscaldava nel microonde. Erano due dei suoi colleghi che stavano cercando di rintracciarla.
Essere un’investigatrice capo non era mai stato semplice, ma quella sera dodici persone a caso erano appena state uccise nella sua città.
Avevano usato armi contundenti per farlo, ma queste erano tutte diverse tra loro.
Simili erano i pentacoli di sangue dipinti nei soggiorni e gli orari delle esecuzioni, ma la cosa più inquietante che avevano in comune i cadaveri delle vittime era il nome di Selene inciso sui polpacci.

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Incipit di Kill Her

Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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