Incipit di Le nuove colpe

Le nuove colpe pasquale scalpellino

Primo capitolo di Le nuove colpe

Non pensava di riuscire a sollevare sul serio tutto, finché non aveva avvolto ogni cosa in quel telone di plastica. Aveva utilizzato le corde come fissaggio e maniglie e poi issato in spalla il peso a mo’ di zaino.

All’inizio aveva barcollato, quasi rischiando di finire faccia a terra con l’ingombro addosso, ma le sue ginocchia avevano resistito e ora poteva osservare quel manto lucente e bluastro giacere disteso nel vano posteriore del suo furgone.

Chiuse i portelloni e raggiunse il lato del guidatore.

Guardò indietro nel parcheggio vuoto che stava per abbandonare: voleva controllare per un solo istante se avesse dimenticato qualcosa.

Non c’era niente, tranne qualche automobile parcheggiata. Le luci al neon riflettevano sulla pietra nera e lucida con strisce gialle, come se niente di male fosse mai accaduto.

Nessuna macchia, nessun ricordo.

Un bicchiere anonimo appena uscito da una lavastoviglie con detersivo al limone.

Trasse un respiro che sapeva di chiuso e salì sul veicolo. Mise in moto, sul lato del passeggero c’era quello che aveva utilizzato per il nuovo lavoro.

Niente di compromettente per chi non avesse competenze chimiche, ma tanto non doveva andare lontano. Il suo obbiettivo di scarico distava meno di tre chilometri e, alle due di notte di un giorno qualsiasi di agosto, chi avrebbe mai fermato un furgone, durante la pandemia nella capitale inglese. La polizia era di sicuro impelagata a cercare i rave illegali, che tra l’altro stavano dilagando peggio del virus stesso. Si vociferava di una nuova ondata a settembre proprio a causa di chi faceva festini, viaggiava all’estero e si ammassava in spiaggia.

Partì e uscì fuori da quel parcheggio a più piani in pochi minuti, senza incontrare nessuno.

La strada in centro a Londra in cui si immise era altrettanto deserta, come anche il cielo violaceo e leggermente nero che ospitava solo una luna mezza viva. Le stelle erano tutte morte.

I lampioni a luci gialle e arancioni ospitavano cataste di zanzare maschio, troppo stupide e grosse per non capire la fallacia di quelle fonti di calore, deludendo chi succhiava sangue altrove. I grattacieli erano tutti spenti, anche se il lockdown era finito e con esso la maggioranza delle restrizioni. A nessuno dunque dava fastidio il gas di scarico e il borbottio del suo mezzo che transitava.

Si fermò a un semaforo rosso, all’incrocio una volpe addentava buste dell’immondizia non ritirate dal servizio dei netturbini comunali. Era magra e con una zampa malmessa.

Sorrise, quando il verde si affermò.

Ripartì subito e arrivò al luogo designato in men che non si dica, sempre in solitudine.

Senza radio, senza parlare.

Il furgone si fermò in un posto ancor più desolato e anonimo del precedente. La chiave venne girata nel quadro, prima che i portelloni posteriori venissero nuovamente aperti.

Le sue mani tirarono giù con poca grazia il telone di plastica, afferrandolo sempre dalle corde.

Il suono dell’urto fu abbastanza strano.

Dalla parte superiore aperta rotolò fuori infatti una mascella sanguinante, strappata da un viso, ma attaccata ad un anello di metallo che aveva spaccato parte dei denti. La carne era fresca e grondante. La catena agganciata a quel cerchio di ferro si allungava e svaniva nell’incerata.

Una pozza di sangue cominciò ad allargarsi.

Ignorò tutto e prese la scopa che aveva nel vano.

Prima di creare palco e spettacolo, doveva seppellire con i detriti le impronte del furgone.

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Le nuove colpe di Pasquale Scalpellino

Le nuove colpe Pasquale Scalpellino

Le nuove colpe

Zed Unknown, il primo serial killer della pandemia, è sparito ormai da quasi due settimane e i due agenti incaricati del caso, l’ispettore Richard Storming e l’agente Stuart Grogan del New Scotland Yard, non sono in grado di trovare una pista con cui rintracciarlo di nuovo e metterlo finalmente dietro le sbarre.

Ha ucciso cinque persone con diversi modus operandi, scrivendo lettere sui loro corpi per comunicare un indirizzo e-mail con cui essere contattato. Il suo obbiettivo era punire chi non seguiva le restrizioni governative per impedire il diffondersi del coronavirus.

Zed non desidera che il mondo ritorni alla normalità poiché quest’ultimo non era migliore di quello pandemico in cui ormai viviamo. Ciò che voleva comunicare è che nella nuova normalità sta prendendo piede una nuova tipologia di criminalità, la quale necessita di una nuova giustizia per essere fermata.

Richard sta ormai lavorando da casa, per problemi di salute, ed è convinto che il serial killer sia fermo poiché ha intenzione di ritornare in grande stile, come la prima volta.

Stuart lavora dunque da solo al dipartimento, cercando di trovare, nei crimini e negli omicidi quotidiani che si verificano a Londra, degli indizi che smascherino la presenza celata e lo zampino di Zed Unknown.

Il serial killer sta comunque per rientrare in scena sul serio e lo farà il giorno in cui Sarah, la nipote di Stuart, parteciperà ad una manifestazione BLM insieme alla sua migliore amica.

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Incipit di Zero Negativo

Primo capitolo di Zero Negativo

Zero negativo Pasquale Scalpellino

Oscura era la stanza dove aspettava e affannato era il respiro con cui la persona, avvolta dalla coperta, cercava di tenersi calma e con la mente lucida.

Dal soffitto pendeva un neon circolare che si era staccato dalla sua plafoniera, la quale infatti giaceva a terra in mille pezzi. Una mattonella spaccata e delle gocce di sangue erano il ricordo di una disattenta indifferenza.

L’elettricità di quel nudo vetro ad anello andava e veniva, difatti la camera era un ambiente che passava dal chiarore alla luce quasi intensa con uno strano ritmo, che di certo non aiutava la tranquillità e il rasserenamento.

La figura era rannicchiata su una sedia girevole, stringendosi le ginocchia al petto e fissando lo schermo del portatile settato sulla luminosità più bassa possibile. Chrome era aperto con due finestre, le quali si dividevano mezzo monitor con due siti rivali. Da un lato la pagina delle news live della BBC cercava con le sue tinte rosse di contrastare le tonalità biancoverdi del Telegraph. I due giornali ricevevano il medesimo spazio all’interno della superficie del computer e i loro siti avevano l’aggiornamento automatico non appena veniva aggiunta una nuova e breve notizia recente.

L’orologio ticchettava sulla parete, segnando le 3 in punto del pomeriggio. A breve sarebbe apparsa la breaking news che interessava quell’anonimo utente nascosto dal plaid di lana. Gli occhi chiari erano avidi come la luce che voleva filtrare dalle finestre con le tapparelle abbassate.

La parete alle spalle della scrivania nera comunque era composta da decine e decine di bacheche di legno, accostate come piastrelle una di fianco all’altra, e sulla loro superficie numerosissime puntine di metallo inchiodavano centinaia e centinaia di fogli a4, su cui erano stampati tutti i resoconti live dei due giornali per i giorni precedenti a quello attuale.

Quelli live segnavano sullo schermo del portatile la data del 21 luglio 2020. Migliaia di altre pagine di carta erano suddivise in maniera molto schematica e composta lungo tutta la pavimentazione. Quelle sulla parete erano difatti notizie particolari e sconvolgenti di tutto il periodo della pandemia, come scoperte, false promesse politiche dei governi, cospirazioni eclatanti, gente in alto che trasgrediva le regole, missili, proteste, assassinii e quant’altro. Erano una macabra carta da parati, ma la mancanza di fili rossi a fare da collegamento o quella di fotografie di persone da dover incriminare dava poco valore paranoico e di congiura.

Di fianco al mouse però c’erano alcune fialette ospedaliere ricche di sangue scuro e al di sotto del tavolo una ventina di metri di fune da scalata arrotolati su sé stessi, come comodi pitoni addormentati.

Fece uno starnuto, si pulì il naso con la coperta e poi ciò che stava aspettando arrivò con un formidabile video su tutti i giornali, ma principalmente sui due che dividevano il suo poco luminoso computer.

Virale però lo ritenne un aggettivo poco felice.

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Kill Her di Pasquale Scalpellino

Kill her Pasquale Scalpellino

Kill Her

Il telefono di casa e il suo cercapersone suonarono quasi allo stesso momento, quando Selene si fermò di sfuggita a fissare le immagini del notiziario che riportavano alcuni omicidi dell’ultim’ora. Era venerdì sera, aveva da poco finito di fare una doccia dopo uno stressante turno di lavoro al dipartimento e si stava rilassando con una birra sul proprio divano, mentre la cena si riscaldava nel microonde. Erano due dei suoi colleghi che stavano cercando di rintracciarla.
Essere un’investigatrice capo non era mai stato semplice, ma quella sera dodici persone a caso erano appena state uccise nella sua città.
Avevano usato armi contundenti per farlo, ma queste erano tutte diverse tra loro.
Simili erano i pentacoli di sangue dipinti nei soggiorni e gli orari delle esecuzioni, ma la cosa più inquietante che avevano in comune i cadaveri delle vittime era il nome di Selene inciso sui polpacci.

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Incipit di Kill Her

Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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