Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero di Pasquale Scalpellino

Sangue nero

Veronica ha appena finito il proprio turno di lavoro e, una volta uscita dalla metropolitana, è indecisa se recarsi in palestra oppure andare al pub. Prova a telefonare ai suoi due migliori amici, ma entrambi non rispondono al telefono.

Nella piazza di Wood Green migliaia di persone rendono caotico quel nuvoloso venerdì.

Lei prova più volte a chiamare i suoi compagni ma i suoi tentativi risultano sempre infruttuosi.

Dopo una rapida lotta interiore, opta per cominciare al meglio quel weekend libero andando a bere.

In uno dei pub nelle vicinanze incontra un uomo solitario intento a scrivere su un tablet. I due dimostrano subito di avere una chimica interessante, finché un messaggio improvviso non li interrompe.

La polizia è a casa di uno dei suoi amici e vuole che lei li raggiunga per parlarle.

Veronica non lo sa ma l’altra sua amica è scomparsa da tre giorni e in casa sua, priva di segni di effrazione, sono stati trovati tutti i suoi effetti personali e delle macchie di liquido nero sul pavimento.

Con tale notizia inizierà per Veronica una discesa negli abissi più profondi dell’animo umano, dove paure e fobie si insinueranno sotto la sua pelle, divorando la sua personalità fino all’ultimo boccone.

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Incipit de Il principio dei sei

Sirio rossi il principio dei sei

Primo capitolo de Il principio dei sei

Un nome banale per un obbiettivo sovraumano. Una definizione in parte appariscente per qualcosa che aveva importanza solo per noi.

Dieci categorie.

Dieci persone per ognuna di esse.

Dieci metodi di scelta.

Il Progetto Universo.

Così cominciò e quel nome provvisorio non venne mai cambiato, perché la sua durata fu così breve che nessuno riuscì ad accorgersi della sua esistenza, prima che fosse già concluso e non servisse più, poiché evoluto in qualcosa di diverso.

Raggiunse molti obbiettivi, forse dieci. Di esso restarono la base e le scoperte, poi tutto cambiò e divenne altro e poi ancora altro e poi altro ancora.

Era il 2022 e io avevo 12 anni.

Fui scelto tra i cento di cui vi ho accennato, ma niente fu come mi avevano promesso.

O almeno lo fu soltanto al principio, ovvero prima che raggiungessimo alcuni dei traguardi iniziali.

Penso e parlo da solo.

Penso e parlo da solo.

Il fatto è che mi hanno sottovalutato, per questo non mi hanno ucciso.

Mi hanno detto che sarebbe stata una perdita di tempo, ma in realtà vogliono coprire la verità, ovvero che potrei tornare utile un giorno.

Vogliono che invecchi, che il mio cervello inizi a perdere colpi.

Mi hanno sottovalutato.

Mi temono e posso essere utile.

Sia per loro, sia per tutti i nemici che hanno.

Buon compleanno.

***

Quando si svegliò, aveva già gli occhi aperti e la cella era illuminata e fastidiosamente bianca, come ogni dannata volta in cui ritornava alla realtà.

Lo chiamavano Circolo44, il Cubo Bianco, e lui era consapevole di aver fatto parte del team di ricerca che aveva sviluppato la tecnologia, gli algoritmi e le AI, che avevano contribuito alla realizzazione di quel posto. Aveva il 5% di colpa, quindi un po’ se lo meritava, perché non avrebbe dovuto aiutare nessuno.

Sarebbero dovuti morire tutti.

E invece era lui ad essere imprigionato, da circa 20 anni, anche se quello era un numero immaginario che ripeteva a sé stesso, visto che i calendari e gli orologi non esistevano più e lui in realtà non sapeva da quanto fosse lì.

Si alzò dal materasso. Un portello bianco alla sua medesima altezza si aprì e lo trascinò dentro il muro, lasciandolo senza letto.

Sbuffò, aveva di nuovo sognato quella specie di monologo. Quei pensieri parlati e detti a sé stesso all’interno di un buio nero e grigio, dove sperava che qualcuno ascoltasse.

Quanto avrebbe voluto avere anche un solo essere umano a cui raccontare ogni cosa. Ci sarebbero voluti anni probabilmente per spiegare tutto, anche se fosse stata una persona intelligente e specializzata ad ascoltarlo.

Restò in piedi al centro della stanza.

Tutto era bianco intorno a lui, così bianco che le luci dell’illuminazione non si distinguevano dalle pareti, dal pavimento e dal soffitto. Era come trovarsi al centro del cuore svuotato di un cubo di polistirolo freddo. Non c’erano suoni, non c’erano comunicazioni. Solo silenziosi ordini che con mutismo si verificavano. Sentiva unicamente gli odori del proprio corpo lì dentro.

E continuava a sognare quel monologo buio e grigio, che diceva a sé stesso e che gli disturbava il sonno, poiché mai avrebbe potuto condividerlo con qualcuno. Esisteva anche la possibilità che questo ipotetico interlocutore non sarebbe stato in grado di comprendere alcunché.

Si sedette al centro della stanza.

Da un muro alla sua sinistra si aprirono tre varchi. Uno conteneva un tavolinetto con una sorta di lavandino, senza canale di scolo, tutto pieno di una gelatina bluastra. Era il suo pasto ricco di nutrienti, che avrebbe dovuto mangiare con le mani. Non sporcava, anzi assorbiva addirittura i germi dalle sue dita, facendoglieli ingoiare. In questo modo il suo sistema immunitario, compromesso a causa della depressione da isolamento, poteva essere rinforzato. Speravano che si ammalasse oppure che non accadesse?

Dal secondo varco apparve una sedia a parete, dal terzo invece un piccolo cesso. Non aveva fame né bisogni impellenti, ma non era lui a decidere la propria ruotine quotidiana.

Non esistevano il tempo, i calendari, gli orologi, e se non obbediva subito a quegli ordini silenti, i varchi avrebbero ritirato tutto e ne sarebbe rimasto privo, fino al prossimo turno di routine, che lui non poteva in alcun modo sapere quando fosse.

Aveva provato a contare i secondi, ma erano furbi, e anche se lo faceva nella mente, gli ordini silenti non si verificavano mai nello stesso lasso di tempo contato in precedenza.

3499.

4848.

2222.

3332.

A volte riceveva anche un numero di pasti diverso prima dell’apparizione del letto. Volevano sempre confonderlo sui giorni o sul periodo della giornata.

Si strappò una ciocca di capelli.

Non sapeva per niente quanti anni fossero passati, aveva abbondantemente perso la bussola temporale interiore.

La sua chioma era tutta bianca e grigia ormai. Nessun capello era più marrone chiaro, o cenere come diceva sua madre.

Dovevano essere passati circa vent’anni.

Senza avere la possibilità di calcolare il tempo, quattro lustri erano un’eternità.

Rise e guardò le tre cose apparse, a breve sarebbero sparite se non si fosse alzato dal centro della stanza sulle proprie scricchiolanti gambe.

Molto spesso aveva pensato di attaccare, rompere, bloccare, violare o infilarsi in quei varchi. Ma quelli erano furbi, e probabilmente sarebbe morto se ci avesse provato. Ucciso da loro stessi o dal meccanismo automatizzato e meccanico che lo avrebbe schiacciato o storpiato. Dubitava che concedessero una via di fuga così palese e funzionale.

Si accarezzò il petto all’altezza del cuore e poi grattò nel punto dove c’era un’etichetta rossa e vuota.

Nessun nome, nessun numero.

Era troppo intelligente per non capire che serviva per dopo la sua morte, per metterci un simbolo di riconoscimento o la causa della morte sottoforma di codice.

Serviva a identificare il cadavere e non il prigioniero. Lui poi non era un carcerato come la maggioranza degli ospiti del Circolo44, lui era rinchiuso per essere protetto o nascosto, perché poteva servire ancora e perché poteva essere rapito all’improvviso da qualunque dei nemici di chi lo teneva rinchiuso. Erano furbi anche loro.

Chissà che etichetta gli avrebbero dato dopo la dipartita.

Era di sicuro ancora un tassello di valore nel mosaico del mondo. Se non fosse più servito a nessuno, perché non era stato ucciso e basta? Perché non gli avevano cancellato la memoria come a tutti gli altri esseri umani?

Si alzò in piedi.

Tutte e tre le offerte giornaliere di routine rientrarono nelle mura prima che potesse utilizzarle.

Rise.

Lo stavano prendendo in giro.

Forse chi lo osservava si era rotto dei suoi giochetti, o lo aveva sentito parlare nel sonno, o magari pensava che stesse di nuovo contando i secondi.

Si risedette e poi, da qualche parte, un’esplosione fece tremare ogni cosa.

Rise ancora.

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Zero Negativo di Pasquale Scalpellino

Zero Negativo Pasquale Scalpellino

Zero Negativo

Il 21 luglio del 2020 un ragazzino in bicicletta sta percorrendo una via di Palmers Green, a nord di Londra.

Ha caldo ed è sudatissimo, l’estate nella capitale inglese non è mai stata così forte e così duratura. Si ferma lungo un ponte nella corsia della pista ciclabile, per controllare che nello zainetto abbia un pound per comprare una gelida bibita frizzante. All’improvviso però una coppia di ragazze si arresta sul marciapiede di fianco a lui e alza gli indici al cielo, distraendolo.

Tutti iniziano a fermarsi, una folla cresce letteralmente dal nulla.

All’orizzonte, tra gli alberi del parco lì vicino, sono sbucati sei droni di ultima generazione, i quali, volando in sincrono, trascinano con sé delle corde flosce. Salgono in alto, in verticale, sempre più su, finché quelle funi si tendono e un uomo impiccato inizia a contorcersi dinanzi a tutti.

Sulla pancia nuda, il poveretto esibisce una strana scritta rossa.

C O M, dicono le tre lettere solitarie.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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