Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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Lupi: L’osservatore di Rafael Spike

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Lupi: L’osservatore

I dettagli servono a conoscere qualcuno per davvero. Gli osservatori di ieri erano i poeti dell’altro ieri. Era con i dettagli che facevi innamorare una donna di te. Nei dettagli trovavi le cose in comune e quelle distanti. Con i dettagli sapevi dove poterle incontrare, seguirle per vedere con chi se la facevano ed eventualmente proteggerle. Con i dettagli potevi far parte della loro vita a distanza di sicurezza, da spettatore, da amante vero pronto ad intervenire in caso di pericolo.
Mi sono innamorato spesso sul web e per conservare i dettagli tengo ancora i dossier delle mie ex-fidanzate sui miei tavoli in soggiorno. Le ho sempre amate davvero e non le ho mai depredate più di una volta. Questo perché una volta ottenuto l’amore bisogna conservarlo e renderlo unico, non ripeterlo.

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Lupi: Detriti di Rafael Spike

Lupi detriti rafael Spike

Lupi: Detriti

Un ulteriore strano suono si fece largo in mezzo a quel caotico formicolio e Sandro pensò inizialmente che fosse il rumore di una campana, una campana lontanissima, una campana che si dimenava per segnalare un orario preciso. Avrebbe voluto contare i rintocchi, ma già lottava contro il restare sveglio e solo pensare allo sforzo percettivo lo sfiniva condannandolo all’oblio cerebrale.
Decise di continuare a muovere le mani, visto che neanche girare la testa gli riusciva, e si tastò il petto dove altra polvere e altri pezzi di legno furono scrollati senza consapevolezza. Provò a controllare il proprio respiro, nonostante il senso di disidratazione facesse un male cane peggiore di qualsiasi altro avesse mai provato in passato. Il tentativo fu vano, ma condusse la sua mente ad avere un’idea che in quel momento era più che brillante. Quelli che aveva addosso erano detriti.
Sì, detriti. Come se fosse crollato qualcosa, come se un terremoto avesse devastato il luogo in cui si trovava. Era una possibilità, sebbene ci fossero altri quesiti insoluti per la sua mente provata e difettosa.
Dove si trovava quando questo cataclisma si era verificato? In che modo era stato colpito e coinvolto? Perché sentiva un brusio? Perché suonavano le campane?

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Lupi: Il colosso di Rafael Spike

Lupi il colosso Rafael Spike

Lupi: Il colosso

Gli sportelloni posteriori del veicolo si aprirono di colpo e un colosso fatto di muscoli saltò fuori dal vano vuoto, alleggerendo di duecento chili la grossa vettura. Era più alto del furgone e indossava solo un jeans nero strappato alle ginocchia. Era scalzo, a torso nudo, la testa rasata a zero, senza guanti né mascherina. Totalmente ricoperto di vene sulla pelle abbronzata poteva essere scambiato per un partecipante di Mister Olympia, ma questo qui era alto almeno due metri e trenta.
Rise in modo alquanto piratesco e urlò qualcosa circa il divertimento, dopodiché si girò verso gli sportelli aperti e si allungò per afferrare qualcosa. Un’alabarda medioevale fece il proprio ingresso in scena e io stentai a credere ai miei occhi. Impugnò il bastone lungo un metro circa alla cui punta c’era una lama d’ascia affilata e colossale. Da quella distanza mi pareva larga quasi metà dell’intera altezza della donna.
L’energumeno si mosse con nonchalance, reggendo l’arma sulla spalla. Io mi mordevo le mani ma non riuscivo a fare niente. Potevo osservare e basta, non ero in grado neanche di richiudere le persiane.
La malcapitata provò infruttuosamente ad alzarsi e scappare, ma dal tentativo fallito provennero solo altre grida disperate, altri lamenti e uno spostamento esiguo. Nel frattempo altre luci si accesero lungo i palazzi, qualcuno come me fissava incuriosito la scena.
La raggiunse, le afferrò una caviglia e la costrinse a girarsi. Le disse qualcosa poiché lei controbatté implorando di lasciarla andare, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere lasciata in pace.
Il colosso strinse l’alabarda a due mani e nel grido strozzato della sua vittima calò la sua infida e inarrestabile ghigliottina, tranciandola a metà da fianco a fianco. Uno schizzo di sangue lungo qualche metro abbracciò la linea di mezzeria. Le risate del gigante si riversarono nel nuovo silenzio della defunta.

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