Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

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Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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Lupi: Una passeggiata nel buio di Rafael Spike

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Lupi: Una passeggiata nel buio

Scese le scale del condominio senza incontrare nessuno. I marmi grigi erano umidi e scivolosi e le porte nere degli appartamenti erano silenziose come se fosse l’unico a vivere nel palazzo.
Non era notte fonda, erano appena le 7.

Giù al cancello d’ingresso, la saracinesca del portiere era chiusa. Quell’uomo andava in vacanza per due settimane nel periodo natalizio e non aveva mancato di farlo nell’anno della pandemia. Era da un po’ infatti che non lo vedeva.

Aprì il portone di metallo tutto agghindato e uscì sul marciapiede che aveva battuto qualche ora prima. L’insegna verde del supermercato brillava come un sole artificiale. Emanava addirittura calore in quei venticinque metri di distanza.

Non c’era nessuno però al suo interno, neanche il personale, ma le serrande non erano chiuse. Quel posto le appannava solo per due ore notturne durante la giornata.

Nella via dove or ora i lampioni comunali si stavano svegliando, la desolazione era la medesima.

Faceva più freddo di quanto immaginasse e di quanto facesse prima.
Tirò su il bavero del giubbotto di lana, nonostante lo scaldacollo fosse di ottima fattura. Soffiò aria calda sulle mani in lattice che non poteva di certo strofinare.

Perché sei uscito?

Iniziò a camminare verso sinistra, restando sul marciapiede quasi congelato, rabbrividendo in modo strano. Non era la temperatura bassa a scatenargli quel tremore.

È l’ansia infatti.

Non è ansia.

Che ansia?

Di che stai parlando?

Un cane abbaiò lontano, ma nessuno gli disse di tacere. Un profumo di immondizia lo raggiunse da un contenitore ricolmo. Tra le buste nere qualcosa si muoveva.

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Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

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Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

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Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

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“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

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Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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Savior di Pasquale Scalpellino

Savior Pasquale Scalpellino

Savior

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

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La croce nel giardino di Pasquale Scalpellino

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La croce nel giardino

A nord di Londra, lungo Bounds Green Road, vi è una proprietà privata molto particolare. Nonostante la sua grandezza di 250 metri per lato e la bellezza delle quattro ville che fungono da vertici al perimetro, è la misteriosità il tratto che più inquieta tutto il vicinato.

I proprietari terrieri di quel luogo hanno deciso di recintare il proprio giardino privato con una palizzata di legno e ferro, alta più di tre metri. La curiosità circa ciò che hanno nascosto oltre quel muro bucolico è stata ampiamente soddisfatta dal volo di droni comandati a distanza, ma oltre a scoprire la presenza di un giardino ben curato solo un elemento ha destato strani sospetti.

Al centro della proprietà vi è infatti un pozzo di quattro metri di diametro, con una croce di oro massiccio a chiuderlo, alle cui punte sono presenti degli anelli che ospitano grossi lucchetti.

Nessuno sa il motivo di quella impensabile costruzione e nessuno conosce il segreto di quell’inquietante pozzo.

Un giorno però Eric e i suoi quattro amici commetteranno un grosso errore. A causa di uno sciocco sbaglio, ovvero l’aver fatto la spia alla maestra, i ragazzini di nove anni, con l’aiuto di una scala di un’impresa edile lì vicino, faranno cadere un loro coetaneo sul lato opposto della palizzata.

Peccato che anziché pianti e lamenti del giovane punito, sentiranno ringhi, morsi e urla disumane.

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Zero Negativo di Pasquale Scalpellino

Zero Negativo Pasquale Scalpellino

Zero Negativo

Il 21 luglio del 2020 un ragazzino in bicicletta sta percorrendo una via di Palmers Green, a nord di Londra.

Ha caldo ed è sudatissimo, l’estate nella capitale inglese non è mai stata così forte e così duratura. Si ferma lungo un ponte nella corsia della pista ciclabile, per controllare che nello zainetto abbia un pound per comprare una gelida bibita frizzante. All’improvviso però una coppia di ragazze si arresta sul marciapiede di fianco a lui e alza gli indici al cielo, distraendolo.

Tutti iniziano a fermarsi, una folla cresce letteralmente dal nulla.

All’orizzonte, tra gli alberi del parco lì vicino, sono sbucati sei droni di ultima generazione, i quali, volando in sincrono, trascinano con sé delle corde flosce. Salgono in alto, in verticale, sempre più su, finché quelle funi si tendono e un uomo impiccato inizia a contorcersi dinanzi a tutti.

Sulla pancia nuda, il poveretto esibisce una strana scritta rossa.

C O M, dicono le tre lettere solitarie.

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Lupi: Asfissiare di Rafael Spike

Lupi asfissiare Rafael Spike

Lupi: Asfissiare

Ta-dah! Sì! Le mie mani sono nere! Nerissime! Sono di pece! Come il manto di un corvo, dice una delle mie migliori amiche quando gliele mostro su Skype. Sono tutte nere: dalle unghie, fino a poco più su del polso. Il tatto come senso è rimasto integro e se chiudo gli occhi e me le appoggio sul viso, o su qualsiasi altro punto del corpo, le sento esattamente della stessa consistenza di prima. Sono le stesse mani che avevo, hanno solo cambiato colore.

Non sono abbronzate, arrostite e non ho una malattia come la vitiligine al contrario. Non si tratta di pelle scura come chi è di colore, tipo il mio amico Amed del Congo. La mia cute è nera come il ferro battuto, nera come la pittura, nera come la morte infernale, come un diablo. Le pellicine sono nere, le unghie, le nocche e i peli – e voi sapete che i miei sono biondi, sono quasi albino.

Provo dolore e sanguino sangue rosso, ma la carne se mi scortico o mi taglio è nera al di sotto della superficie. Non è cancrena, non è una patologia rara. Sono nere e basta.

Sono stato dal medico, all’ospedale e da uno specialista dermatologo, ma nessuno è riuscito a darmi alcuna spiegazione, nonostante mi abbiano fatto centinaia di test. Credetemi sulla parola: nessuno sa cosa sia! Ma il bello è che tutto questo me lo dicevano a priori, anche prima di testarmi. Non si aspettavano risposte concrete, cure o spiegazioni perché non ero il primo, in molti insieme a me avevano mostrato questo “innocuo sfogo della pelle”. Così lo hanno battezzato, uno “sfogo gentile”. Non è una malattia, non è una mutazione di quelle che aspettiamo per la seconda ondata. Non è letale in questa forma, è solo una colorazione cutanea.

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