Incipit di Sangue e cemento

Primo capitolo di Sangue e cemento

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette, nessuno avrebbe mai detto che quei palmi e quelle dita potessero appartenere ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l’accostamento di esse ad un tipo di lavoro così manuale. Nessuna copertina può infatti mai esprimere realmente ciò che nasconde oltre la superficie.

Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell’unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell’azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.

Ne completò cinque in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.

Spalancò l’uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso ai ganci a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all’altra i tendini di Achille, assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell’uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena undici anni.

Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.

Un corpo umano contiene circa cinque litri di sangue e fondamentalmente questo liquido rosso può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell’acqua, più del vino, più dell’alcool e dell’urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all’assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.

Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.

Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell’addome di quell’uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.

Spostò il secchio e infilzò l’uomo dall’altezza dell’ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c’era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 

Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, dunque accese il macchinario e lo frullò totalmente.

Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l’organo liquido nella bacinella piena di sangue e la accostò a quella più insolita che possedeva nell’angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po’ di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare… avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.

Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere.

Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d’ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c’era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c’erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.

Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, iniziò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano era assordante, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.

Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.

Adagiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.

E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.

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Depression di Pasquale Scalpellino

depression pasquale scalpellino

Depression

Tim Sterling, neurochirurgo di fama internazionale, sta per ritirare il premio Nobel per la medicina, dopo il successo di un suo recente studio con cui è riuscito a diagnosticare la depressione come malattia non solo psicologica, bensì anche fisica, visto che provoca riscontri visibili nell’aspetto e nel funzionamento cerebrale.

Larry Worth è uno scrittore della medesima fama che partecipa annualmente alla premiazione, senza mai vincere alcun premio, nonostante più di una volta abbia sfiorato tale riconoscimento.

I due si incontreranno in un pub rinomato subito dopo la cerimonia e tra un bicchiere e l’altro lo scrittore confesserà di voler realizzare un’opera biografica, circa il neurochirurgo e la diagnosi che lo ha condotto al conseguimento dell’ambito premio.

Tim sarà più che entusiasta del progetto, ma avviserà Larry che la storia non sarà così semplice da accettare e buttar giù, poiché alle spalle dell’apparenza medica dello studio ci sono tantissimi segreti, fatti di morte ed eventi oltre l’ordinario.

Lo scrittore non saprà dunque cosa lo attende, ma tutto gli verrà man mano consegnato attraverso video amatoriali provenienti da delle GoPro affidate ai pazienti affetti da depressione, negli ultimi dieci giorni della loro vita.

Una parte dell’investigazione medica di Sterling è infatti filmare la morte dei suoi pazienti.

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Sangue e cemento di Pasquale Scalpellino

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Sangue e cemento

Il cemento per l’umanità.
Il sangue per la spiritualità.
E parti del corpo come organi e ossa per l’individualità.

Giovanni Saviona è un muratore esperto e ha intenzione di portare il suo hobby per la scultura verso un livello superiore, adesso che il suo piano – il suo progetto divino – è finalmente delineato del tutto, con tanto di palazzo abbandonato in cui poterlo svolgere senza alcun disturbo.

Il tatuaggio con la scritta Tormento che ha dietro al collo è il medesimo che il suo martello da carpentiere ha inciso sul manico di legno. Loro due sono amici inseparabili, lo sono sempre stati.

John, nome con cui amava chiamarlo sua moglie Suzanna, è dunque in cerca di vittime da uccidere con modalità precise, per poter prelevare sangue e parti dei loro corpi da centrifugare. Dovrà mischiare il tutto alla pasta cementizia, se vorrà ottenere un cemento color malva. L’obbiettivo è quello di scolpire grezzamente questi blocchi rosati per realizzare piccole statue.

Nello scantinato un uomo è appeso a testa in giù su ganci da macellaio, la sua gola è squarciata.

John vuole ricostruire il mondo. John vuole creare simboli per rendere la realtà un posto migliore. Purtroppo, a causa di ciò moltissima gente è destinata a morire, perché per ricostruire tutto il muratore dovrà prima abbattere ogni cosa a colpi di martello, innocenti compresi.

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Incipit de La croce nel giardino

Primo capitolo de La croce nel giardino

La croce nel giardino pasquale scalpellino

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.

Alla fine di quest’arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell’intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino quattro case identiche, dalla bellezza inaudita.

Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l’appezzamento interno che i quattro proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l’intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben tre metri e mezzo.

Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l’ingresso in tale protetto e curato giardino, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant’è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall’alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.

Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e alle fantastiche siepi che ospitava, aveva un’altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di quattro metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po’ anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.

Una croce d’oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lustrata dai proprietari. Non c’era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle quattro estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l’ingresso di quel pozzo.

Quel mercoledì mattina però, i quattro catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell’erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.

Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l’acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all’angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all’interno del giardino, tramite delle comode portefinestre.

Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì un ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino aromatico nell’acqua bollente.

Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango e aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball, se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell’inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.

Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell’ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.

Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena con il terzo proiettile.

Sean si voltò di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d’infanzia, e mostrò le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.

Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.

Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

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La croce nel giardino di Pasquale Scalpellino

la croce nel giardino pasquale scalpellino

La croce nel giardino

A nord di Londra, lungo Bounds Green Road, vi è una proprietà privata molto particolare. Nonostante la sua grandezza di 250 metri per lato e la bellezza delle quattro ville che fungono da vertici al perimetro, è la misteriosità il tratto che più inquieta tutto il vicinato.

I proprietari terrieri di quel luogo hanno deciso di recintare il proprio giardino privato con una palizzata di legno e ferro, alta più di tre metri. La curiosità circa ciò che hanno nascosto oltre quel muro bucolico è stata ampiamente soddisfatta dal volo di droni comandati a distanza, ma oltre a scoprire la presenza di un giardino ben curato solo un elemento ha destato strani sospetti.

Al centro della proprietà vi è infatti un pozzo di quattro metri di diametro, con una croce di oro massiccio a chiuderlo, alle cui punte sono presenti degli anelli che ospitano grossi lucchetti.

Nessuno sa il motivo di quella impensabile costruzione e nessuno conosce il segreto di quell’inquietante pozzo.

Un giorno però Eric e i suoi quattro amici commetteranno un grosso errore. A causa di uno sciocco sbaglio, ovvero l’aver fatto la spia alla maestra, i ragazzini di nove anni, con l’aiuto di una scala di un’impresa edile lì vicino, faranno cadere un loro coetaneo sul lato opposto della palizzata.

Peccato che anziché pianti e lamenti del giovane punito, sentiranno ringhi, morsi e urla disumane.

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L’ansia nel Pandemismo

L’animo inquieto

Penso decisamente che l’irrequietezza dell’animo, la mancanza di tranquillità e comunque l’incertezza in generale, circa anche il più piccolo degli aspetti della vita, siano state caratteristiche comuni a tutte le persone che hanno vissuto e stanno vivendo questo 2020. E ovviamente con esse pure la relativa quarantena dovuta alla pandemia.

Di punto in bianco tutti i nostri animi sono divenuti inquieti all’inizio di quest’anno, poiché quell’annuncio fatto all’improvviso, che però aveva valore globale, metteva in gioco un problema e una paura che tutti dovevamo condividere e affrontare, nessuno escluso. Diciamoci la verità, tenendo anche conto del fatto che siamo ancora in piena pandemia a quasi otto mesi dalla resa pubblica della minaccia, l’inquietudine ha colpito tutti quanti chi più chi meno e con essa l’ansia e tutto ciò che ne concerne.

L’ansia in pandemia

L’ansia e tutti i suoi effetti sono stati effettivamente incontrollabili durante la pandemia. Il mondo si è fermato, l’economia si è fermata, la società si è fermata, persino la scuola, gli aerei, i mezzi pubblici e quasi pure gli ospedali si sono fermati. Il terrore del contagio, la tristezza nell’osservare il conteggio dei nuovi infettati e quello dei morti ci hanno travolto con tutta la loro inaudita violenza.

L’ansia è stata un po’ inevitabile per tutti poiché ci ha abbracciato da più fronti.

Restare in casa per essere al sicuro ci ha donato l’ansia per il mondo esterno, l’ansia circa gli altri, l’ansia di mettere piede fuori dalla propria dimora.

La crisi economica ci ha regalato l’ansia di perdere il lavoro subito o poco dopo, di perdere la propria attività, di perdere il futuro e di non avere la possibilità di iniziarlo, ultimarlo e completarlo questo futuro che sembra svanire.

Il sovraffollamento ospedaliero ci ha fatto temere di non poter essere curati neanche per altre malattie, oltre a quella che ci minaccia con più forza.

La classe politica sommersa dai problemi ci ha dato quel tipo di ansia d’abbandono, come se non potessero aiutarci tutti.

Il non poter più viaggiare ci ha sussurrato all’orecchio l’ansia di essere rinchiusi per sempre.

L’essere uno dei lavoratori essenziali invece ci ha passato quella di essere costretti a stare fuori, dove c’è il pericolo, come se fossimo sacrificabili rispetto a quelli bloccati comodamente a casa.

Essere separati da amici, parenti e fidanzate ci ha dato l’ansia di non poterli vedere mai più.

Non poter uscire ci ha iniettato l’ansia dell’inazione che ci ha fatto perdere il sonno o l’ha comunque trasformato in incubi notturni e ci ha fatto sfogare la voglia di attività in due modi, scissi tra l’inerzia totale e annoiata e il desiderio di mangiare bene e godersi gli hobby, come se fossero le ultime cose belle, prima di vedere la fine del mondo.

I media, i comunicati politici e le fake news, condite di complottismi, ci hanno appoggiato addosso l’ansia di non poter mai riuscire a capire e comprendere la realtà e quella di vedere la fine dei giorni in ogni minimo nuovo evento fuori dal comune.

La società ferma e il mondo naturale e animale che hanno tirato un sospiro di sollievo per questo ci hanno donato la considerevole ansia che forse è stata tutta colpa nostra, poiché in fin dei conti il mondo di prima era decisamente sbagliato.

Il restare soli ci ha regalato l’ansia di capire che forse attraverso i social non conoscevamo neanche gli altri, oltre noi stessi.

Con questa nuova situazione mondiale, sono venuti a mancare in pratica tutti gli aspetti della nostra vita e dello stile con cui la vivevamo, dunque siamo stati travolti dall’ansia circa ognuno degli aspetti.

Probabilmente anche se il virus sparisse, il mondo non potrebbe tornare come prima per quante riflessioni e incertezze ci abbiano scosso a causa di quest’ansia.

Era tutto sbagliato prima e sarebbe un errore ricrearlo simile.

L’ansia nei personaggi del Pandemismo

La lista e gli esempi dell’ansia da pandemia che ho elencato nel paragrafo precedente sono ovviamente solo una piccola parte di quella che psicologicamente è l’ansia della collettività e dell’individuo, ma è un ottimo terreno di partenza per poter sviluppare i personaggi tipici sia piatti che a tutto tondo da poter inserire nelle opere del Pandemismo.

Raccontare una storia, scrivere un racconto o un romanzo all’epoca di questa pandemia non è di certo semplice, ma il movimento del Pandemismo sta appunto creando delle basi per aiutare gli autori interessati, quelli futuri e gli studiosi a farlo e capirlo.

Qualsiasi sia la prossima narrazione nello stile del Pandemismo, di qualsiasi genere letterario si tratti, non potrà avere dei personaggi credibili se in essi non ci fossero alcune delle sfumature dell’ansia che purtroppo tutti in qualche modo abbiamo vissuto.

Addirittura un personaggio interessante potrebbe essere quello immune ad ognuna di queste ansie, poiché in pace con sé stesso e con la fine ancora apparente del mondo moderno pre-pandemico, o poiché indifferente alle paure comuni del cittadino medio.

Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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Kill Her di Pasquale Scalpellino

Kill her Pasquale Scalpellino

Kill Her

Il telefono di casa e il suo cercapersone suonarono quasi allo stesso momento, quando Selene si fermò di sfuggita a fissare le immagini del notiziario che riportavano alcuni omicidi dell’ultim’ora. Era venerdì sera, aveva da poco finito di fare una doccia dopo uno stressante turno di lavoro al dipartimento e si stava rilassando con una birra sul proprio divano, mentre la cena si riscaldava nel microonde. Erano due dei suoi colleghi che stavano cercando di rintracciarla.
Essere un’investigatrice capo non era mai stato semplice, ma quella sera dodici persone a caso erano appena state uccise nella sua città.
Avevano usato armi contundenti per farlo, ma queste erano tutte diverse tra loro.
Simili erano i pentacoli di sangue dipinti nei soggiorni e gli orari delle esecuzioni, ma la cosa più inquietante che avevano in comune i cadaveri delle vittime era il nome di Selene inciso sui polpacci.

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Incipit di Kill Her

Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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L’uomo che mangiava i vestiti di Pasquale Scalpellino

Horror club: L’uomo che mangiava i vestiti

L'uomo che mangiava i vestiti horror club

Lavorava ormai da anni in quella gigantesca lavanderia industriale, difatti mancava poco alla sua promozione a caporeparto.

Ammetteva con tranquillità che non era assolutamente un mestiere faticoso, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie molti ruoli della catena di montaggio erano pressoché sostituiti dai macchinari. Erano poche le mansioni rimaste ormai e spesso queste ultime non erano altro che tener sotto controllo il funzionamento di quelle braccia meccaniche. A lui piaceva quel lavoro, non gli dava neanche troppi problemi … forse.

Luca ad esempio era uno di quei dipendenti che non aveva mai potuto sopportare. Un ragazzo schivo, timido, preoccupato, uno di quelli che non cercava di stringere rapporti con nessuno, ma che poi diventava una sanguisuga con l’unico essere umano a cui aveva furtivamente detto ciao, venendo malauguratamente ricambiato. Luca aveva detto a lui ciao e Luca era diventato la sua ignobile sanguisuga.

Lo perseguitava, lo seguiva, gli offriva il pranzo. A volte gli chiedeva anche come stesse sua moglie, donna che non aveva mai incontrato. Altre volte invece non lo degnava di uno sguardo e in particolare questo accadeva nei giorni in cui sembrava depresso. In quei casi si presentava a lavoro abbattuto e pallido come un cencio, si dedicava con pigrizia alle sue mansioni e restava con lo sguardo nel vuoto per ore, estraniandosi dal mondo. Questo era un aspetto che lo inquietava. Ciò che però lo spaventò di più accadde un giorno in cui entrambi restarono per degli straordinari notturni.

Erano soli, avevano una mole esorbitante di lenzuola da lavare e l’unico che riusciva ad usare i macchinari più grossi non era Luca. Questo significava che avrebbero dovuto lavorare separati, uno in una stanza e l’altro in un’altra. Si trattava soltanto di alcune ore, ma il suo collega stava attraversando una di quelle giornate di depressione. Alle 3 passate infatti andò a vedere come se la stava cavando e quello che vi si parò dinanzi fu impensabile.

Luca era carponi su uno dei tavoli allestito per il piegamento dei tessuti più grandi. Contorto in una posizione animalesca, mangiava voracemente le lenzuola. Le addentava come se fossero prede succulente, come se fossero gazzelle divorate da un leone. I suoi occhi non avevano pupille e dalla bocca gli colava sia sangue che bava bianca. I suoi denti producevano un rumore grottesco e neanche riusciva ad immaginare come potessero lacerare le lenzuola fino ad ingoiarle. Le mani stringevano così forte quelle stoffe che sembravano indemoniate. Il suo ventre era gonfio e di un colore violaceo. C’era una puzza di morte indescrivibile.

Cosa cazzo stava succedendo? Cosa diamine era preso a quell’uomo? Stava mangiando quelle lenzuola come se fossero pezzi di carne giganti! Era indemoniato? Era posseduto? Era fatto? Era impazzito?

Non cercò di farlo rinsavire per due motivi molto semplici. Il primo era legato al fatto che fosse letteralmente terrorizzato dalla situazione.

Il secondo era legato al fatto che non c’erano soltanto le lenzuola sul grosso tavolo su cui era carponi Luca, no. In un angolo, mordicchiati e appena appena lacerati, c’erano dei vestitini di sua moglie e alcuni maglioni di suo figlio.

Fino a che punto Luca era diventato la sua sanguisuga?

Non lo voleva sapere … preferì prendere le chiavi di casa e andare a controllare come stesse la sua famiglia.

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