Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

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Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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Lupi: Una passeggiata nel buio di Rafael Spike

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Lupi: Una passeggiata nel buio

Scese le scale del condominio senza incontrare nessuno. I marmi grigi erano umidi e scivolosi e le porte nere degli appartamenti erano silenziose come se fosse l’unico a vivere nel palazzo.
Non era notte fonda, erano appena le 7.

Giù al cancello d’ingresso, la saracinesca del portiere era chiusa. Quell’uomo andava in vacanza per due settimane nel periodo natalizio e non aveva mancato di farlo nell’anno della pandemia. Era da un po’ infatti che non lo vedeva.

Aprì il portone di metallo tutto agghindato e uscì sul marciapiede che aveva battuto qualche ora prima. L’insegna verde del supermercato brillava come un sole artificiale. Emanava addirittura calore in quei venticinque metri di distanza.

Non c’era nessuno però al suo interno, neanche il personale, ma le serrande non erano chiuse. Quel posto le appannava solo per due ore notturne durante la giornata.

Nella via dove or ora i lampioni comunali si stavano svegliando, la desolazione era la medesima.

Faceva più freddo di quanto immaginasse e di quanto facesse prima.
Tirò su il bavero del giubbotto di lana, nonostante lo scaldacollo fosse di ottima fattura. Soffiò aria calda sulle mani in lattice che non poteva di certo strofinare.

Perché sei uscito?

Iniziò a camminare verso sinistra, restando sul marciapiede quasi congelato, rabbrividendo in modo strano. Non era la temperatura bassa a scatenargli quel tremore.

È l’ansia infatti.

Non è ansia.

Che ansia?

Di che stai parlando?

Un cane abbaiò lontano, ma nessuno gli disse di tacere. Un profumo di immondizia lo raggiunse da un contenitore ricolmo. Tra le buste nere qualcosa si muoveva.

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Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

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Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

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Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

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“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

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Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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Savior di Pasquale Scalpellino

Savior Pasquale Scalpellino

Savior

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

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Paure dell’uomo di Pasquale Scalpellino

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Paure dell’uomo

Tra le dita rigiro lo scatolo di medicinali da trenta pillole con cui voglio provocarmi un’overdose.

Non ne ho assunta neanche una per adesso, ma so che, ingoiandole singolarmente a distanza di poco tempo l’una dall’altra, sentirò la paura crescermi dentro un passo alla volta, fino ad esplodere nella reazione distruttiva di cui sono in cerca.

Ogni capsula avrà dunque un effetto peggiore della precedente, ogni capsula farà più male.

Più ne prenderò e più ne sarò devastato, nonostante all’inizio proverò del semplice fastidio e delle sensazioni di stordimento che già conosco.

Voglio raccontarvi la mia storia, voglio raccontarvi l’overdose che mi attende, ma per capirla a pieno dovrete prima prendere queste classiche pillole dell’orrore insieme a me.

Soltanto dopo potremo vivere insieme questa sconvolgente fine.

Paure dell’uomo è una raccolta di trenta racconti horror brevissimi, che omaggiano tematiche classiche e già conosciute, più uno più lungo a chiudere l’overdose della paura.

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Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Incipit di Depression

Primo capitolo di Depression

Depression pasquale scalpellino

Sapeva che quella avrebbe potuto essere l’ultima sera della sua vita, eppure si sentiva tremendamente tranquillo.

Quella donna era sempre stata chiara con tutti.

Indossa questa GoPro al collo e cerca di lasciarle campo libero giusto di fronte a te, aveva costantemente ripetuto nel tempo, consegnando la telecamera ai diretti interessati.

Era un compito duro da portare a termine, se si considerava il fatto che la fine di esso fosse appunto la morte. Certa tra l’altro, non probabile. La assoluta e definitiva morte certa. Si doveva indossare quella cosa fino a quell’esatto momento.

L’ultimo istante, in pratica.

Quelli come te non sono soli, aveva sempre aggiunto.

E non devono esserlo più, ma per poter riuscire in questo bisogna che alcuni si sacrifichino, come le cavie di qualsiasi medicina sperimentale o i primi a subire qualche nuova e innovativa procedura chirurgica.

Aveva pensato ai posteri.

Molti di loro sarebbero potuti finire nella sua situazione, quindi perché non sfruttare il suo già esserci per cercare di salvarli?

Per questo aveva al collo quella telecamera e per questo camminava lungo il guardrail di pietra dell’autostrada, nonostante piovesse a dirotto. Il vento era infernale e lo frustava senza sosta con raffiche d’acqua e nevischio.

Aveva qualcosa nel cervello, ma quella donna aveva detto che c’era in realtà molto di più. Aveva qualcosa che gli straziava il cuore, che gli bastonava l’anima e che prendeva la sua personalità per il collo impiccandola ad ogni istante di vita, senza stancarsi mai.

Non sapeva cosa significasse tutto questo, ma sapeva cosa sarebbe potuto accadere.

I fari di un camion illuminarono il suo viso pallido. Il poco sonno soddisfatto aveva preso a pugni i suoi occhi. Tremava perché non aveva fame e le gocce gelide che gli si accumulavano sulla pelle scoperta non lo bagnavano per davvero. Era disidratato. Avrebbe tanto voluto buttar giù un altro goccetto. Così, tanto per ricordare l’inizio.

Il sapore del fuoco, la parvenza di benzina. Bere lo avrebbe salvato da quell’autostrada, fatta di pece nera e linea di mezzeria tratteggiata.

Camminava nella direzione opposta al senso di marcia e si trovava sul lato esterno della carreggiata. Finora non aveva ancora incontrato una piazzola di sosta e si era concentrato completamente sul tenere la GoPro fissa innanzi a sé. Nessuno lampeggiava i fari nella sua direzione, ma lui si sentiva accecato.

Nessuno suonava il clacson per segnalargli di stare attento e scendere da quel luogo non fatto per i pedoni, eppure lui era assordato da un rumore continuo.

Quella bottiglia.

Quel portafogli dimenticato.

Quel caffè non bevuto.

Si fermò perché il fiato iniziò a mancargli.

Quando prese a fissare le auto instancabili, dall’altro lato della corsia c’era un bambino di una decina d’anni. Aveva una felpa scura con il cappuccio ben piantato in testa. Con un piede appoggiato sul triangolo di segnalazione per gli incidenti, provava ad allacciarsi le scarpe, ma non ci riusciva perché una delle sue braccia era storta all’indietro, spezzata in una maniera indicibile e così frantumata da sembrare essere uscita da un frullatore.

“Ehi, attento!”, gridò con monito l’uomo.

Il ragazzo alzò il capo e lo guardò con un sorriso strano, poiché diviso a metà da un’ustione che gli aveva devastato mezza faccia.

Sapeva chi era, altrimenti non avrebbe mai indossato la telecamera.

Pianse di getto, lasciando che quell’attacco di panico prendesse il sopravvento.

Poi attraversò l’autostrada senza guardare, ma almeno la GoPro tenne gli occhi aperti per tutto il tempo.

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