Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

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Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

Ratti Paure dell'uomo Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Il mondo nuovo: Legacy Bound di Sirio Rossi

Il mondo nuovo legacy bound sirio rossi

Il mondo nuovo: Legacy Bound

“Avete letto bene. Una settimana fa uno dei miei campi di coltivazione ha rilevato un allarme intrusivo, piovuto dall’alto, che messo completamente fuorigioco il sistema elettromagnetico. I lavoratori non hanno visto niente, le torri di vedetta e i militari nemmeno. Il suolo è stato setacciato sia internamente che esternamente, con attrezzature di ricerca radar a fonti di energia alterne e rilevamento materiale di ultima generazione americana, ma nulla, neanche la carcassa di un topo o di uno scoiattolo è stata rinvenuta. Neanche il più piccolo bacarozzo carbonizzato. Osservando in prima analisi le registrazioni di sorveglianza circa quella che potremmo considerare come una esplosione aerea, è stato fatto un altro buco nell’acqua, finché non ho passato la questione alla S.T.S. che magicamente ha individuato la venuta, o dovrei dire la caduta, di un alieno. Vi mostro il video, ma vi anticipo che le due addette dell’ufficio sono già state terminate per evitare la diffusione della notizia. Non possiamo permettere che la cosa torni di dominio pubblico e viaggi sulla bocca di tutti, altrimenti il rischio di sovversioni e suicidi aumenterebbero nuovamente in maniera non gestibile in ognuna delle nostre nazioni”.

“Non esiste neanche più un giacimento di Riserva Cancellativa per azzerare tutte le memorie da capo”, commentò il Chinese State, un inflessibile uomo sulla cinquantina con gli occhi a mandorla e i capelli bianco platino. Indossava degli occhiali a cerchio, le sue iridi anonime parevano viaggiare su ricordi di iniezioni e folle mascherate in fila, un ricordo lontano che non avrebbe dovuto ripetersi per il troppo dispendio economico e tempistico.

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Incipit de La croce nel giardino

Primo capitolo de La croce nel giardino

La croce nel giardino pasquale scalpellino

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.

Alla fine di quest’arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell’intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino quattro case identiche, dalla bellezza inaudita.

Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l’appezzamento interno che i quattro proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l’intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben tre metri e mezzo.

Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l’ingresso in tale protetto e curato giardino, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant’è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall’alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.

Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e alle fantastiche siepi che ospitava, aveva un’altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di quattro metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po’ anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.

Una croce d’oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lustrata dai proprietari. Non c’era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle quattro estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l’ingresso di quel pozzo.

Quel mercoledì mattina però, i quattro catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell’erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.

Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l’acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all’angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all’interno del giardino, tramite delle comode portefinestre.

Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì un ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino aromatico nell’acqua bollente.

Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango e aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball, se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell’inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.

Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell’ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.

Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena con il terzo proiettile.

Sean si voltò di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d’infanzia, e mostrò le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.

Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.

Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

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Lupi: Asfissiare di Rafael Spike

Lupi asfissiare Rafael Spike

Lupi: Asfissiare

Ta-dah! Sì! Le mie mani sono nere! Nerissime! Sono di pece! Come il manto di un corvo, dice una delle mie migliori amiche quando gliele mostro su Skype. Sono tutte nere: dalle unghie, fino a poco più su del polso. Il tatto come senso è rimasto integro e se chiudo gli occhi e me le appoggio sul viso, o su qualsiasi altro punto del corpo, le sento esattamente della stessa consistenza di prima. Sono le stesse mani che avevo, hanno solo cambiato colore.

Non sono abbronzate, arrostite e non ho una malattia come la vitiligine al contrario. Non si tratta di pelle scura come chi è di colore, tipo il mio amico Amed del Congo. La mia cute è nera come il ferro battuto, nera come la pittura, nera come la morte infernale, come un diablo. Le pellicine sono nere, le unghie, le nocche e i peli – e voi sapete che i miei sono biondi, sono quasi albino.

Provo dolore e sanguino sangue rosso, ma la carne se mi scortico o mi taglio è nera al di sotto della superficie. Non è cancrena, non è una patologia rara. Sono nere e basta.

Sono stato dal medico, all’ospedale e da uno specialista dermatologo, ma nessuno è riuscito a darmi alcuna spiegazione, nonostante mi abbiano fatto centinaia di test. Credetemi sulla parola: nessuno sa cosa sia! Ma il bello è che tutto questo me lo dicevano a priori, anche prima di testarmi. Non si aspettavano risposte concrete, cure o spiegazioni perché non ero il primo, in molti insieme a me avevano mostrato questo “innocuo sfogo della pelle”. Così lo hanno battezzato, uno “sfogo gentile”. Non è una malattia, non è una mutazione di quelle che aspettiamo per la seconda ondata. Non è letale in questa forma, è solo una colorazione cutanea.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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L’uomo che mangiava i vestiti di Pasquale Scalpellino

Horror club: L’uomo che mangiava i vestiti

L'uomo che mangiava i vestiti horror club

Lavorava ormai da anni in quella gigantesca lavanderia industriale, difatti mancava poco alla sua promozione a caporeparto.

Ammetteva con tranquillità che non era assolutamente un mestiere faticoso, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie molti ruoli della catena di montaggio erano pressoché sostituiti dai macchinari. Erano poche le mansioni rimaste ormai e spesso queste ultime non erano altro che tener sotto controllo il funzionamento di quelle braccia meccaniche. A lui piaceva quel lavoro, non gli dava neanche troppi problemi … forse.

Luca ad esempio era uno di quei dipendenti che non aveva mai potuto sopportare. Un ragazzo schivo, timido, preoccupato, uno di quelli che non cercava di stringere rapporti con nessuno, ma che poi diventava una sanguisuga con l’unico essere umano a cui aveva furtivamente detto ciao, venendo malauguratamente ricambiato. Luca aveva detto a lui ciao e Luca era diventato la sua ignobile sanguisuga.

Lo perseguitava, lo seguiva, gli offriva il pranzo. A volte gli chiedeva anche come stesse sua moglie, donna che non aveva mai incontrato. Altre volte invece non lo degnava di uno sguardo e in particolare questo accadeva nei giorni in cui sembrava depresso. In quei casi si presentava a lavoro abbattuto e pallido come un cencio, si dedicava con pigrizia alle sue mansioni e restava con lo sguardo nel vuoto per ore, estraniandosi dal mondo. Questo era un aspetto che lo inquietava. Ciò che però lo spaventò di più accadde un giorno in cui entrambi restarono per degli straordinari notturni.

Erano soli, avevano una mole esorbitante di lenzuola da lavare e l’unico che riusciva ad usare i macchinari più grossi non era Luca. Questo significava che avrebbero dovuto lavorare separati, uno in una stanza e l’altro in un’altra. Si trattava soltanto di alcune ore, ma il suo collega stava attraversando una di quelle giornate di depressione. Alle 3 passate infatti andò a vedere come se la stava cavando e quello che vi si parò dinanzi fu impensabile.

Luca era carponi su uno dei tavoli allestito per il piegamento dei tessuti più grandi. Contorto in una posizione animalesca, mangiava voracemente le lenzuola. Le addentava come se fossero prede succulente, come se fossero gazzelle divorate da un leone. I suoi occhi non avevano pupille e dalla bocca gli colava sia sangue che bava bianca. I suoi denti producevano un rumore grottesco e neanche riusciva ad immaginare come potessero lacerare le lenzuola fino ad ingoiarle. Le mani stringevano così forte quelle stoffe che sembravano indemoniate. Il suo ventre era gonfio e di un colore violaceo. C’era una puzza di morte indescrivibile.

Cosa cazzo stava succedendo? Cosa diamine era preso a quell’uomo? Stava mangiando quelle lenzuola come se fossero pezzi di carne giganti! Era indemoniato? Era posseduto? Era fatto? Era impazzito?

Non cercò di farlo rinsavire per due motivi molto semplici. Il primo era legato al fatto che fosse letteralmente terrorizzato dalla situazione.

Il secondo era legato al fatto che non c’erano soltanto le lenzuola sul grosso tavolo su cui era carponi Luca, no. In un angolo, mordicchiati e appena appena lacerati, c’erano dei vestitini di sua moglie e alcuni maglioni di suo figlio.

Fino a che punto Luca era diventato la sua sanguisuga?

Non lo voleva sapere … preferì prendere le chiavi di casa e andare a controllare come stesse la sua famiglia.

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Lupi: Il colosso di Rafael Spike

Lupi il colosso Rafael Spike

Lupi: Il colosso

Gli sportelloni posteriori del veicolo si aprirono di colpo e un colosso fatto di muscoli saltò fuori dal vano vuoto, alleggerendo di duecento chili la grossa vettura. Era più alto del furgone e indossava solo un jeans nero strappato alle ginocchia. Era scalzo, a torso nudo, la testa rasata a zero, senza guanti né mascherina. Totalmente ricoperto di vene sulla pelle abbronzata poteva essere scambiato per un partecipante di Mister Olympia, ma questo qui era alto almeno due metri e trenta.
Rise in modo alquanto piratesco e urlò qualcosa circa il divertimento, dopodiché si girò verso gli sportelli aperti e si allungò per afferrare qualcosa. Un’alabarda medioevale fece il proprio ingresso in scena e io stentai a credere ai miei occhi. Impugnò il bastone lungo un metro circa alla cui punta c’era una lama d’ascia affilata e colossale. Da quella distanza mi pareva larga quasi metà dell’intera altezza della donna.
L’energumeno si mosse con nonchalance, reggendo l’arma sulla spalla. Io mi mordevo le mani ma non riuscivo a fare niente. Potevo osservare e basta, non ero in grado neanche di richiudere le persiane.
La malcapitata provò infruttuosamente ad alzarsi e scappare, ma dal tentativo fallito provennero solo altre grida disperate, altri lamenti e uno spostamento esiguo. Nel frattempo altre luci si accesero lungo i palazzi, qualcuno come me fissava incuriosito la scena.
La raggiunse, le afferrò una caviglia e la costrinse a girarsi. Le disse qualcosa poiché lei controbatté implorando di lasciarla andare, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere lasciata in pace.
Il colosso strinse l’alabarda a due mani e nel grido strozzato della sua vittima calò la sua infida e inarrestabile ghigliottina, tranciandola a metà da fianco a fianco. Uno schizzo di sangue lungo qualche metro abbracciò la linea di mezzeria. Le risate del gigante si riversarono nel nuovo silenzio della defunta.

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