Naturalia: Le Colonne d’Acqua di Laurel Wilson

Naturalia le colonne d'acqua Laurel Wilson

Naturalia: Le Colonne d’Acqua

Koral si avvicinò ai cespugli e lì si immobilizzò, restando in attesa. Erano due i ruggiti che puntavano nella sua direzione ed erano felini, di felini belli grossi. La cosa particolare era che venivano pronunciati alternati, come se fossero qualcosa di più di una semplice comunicazione in Felinese, di un richiamo amoroso o di un avvertimento di caccia.

Pareva musica, una musica ritmica e ben strutturata.

Per la prima volta si sentì tremendamente incuriosito.

Più passavano i secondi, più il vento avvicinava quelle raggelanti urla. Andavano a tempo.

Uno, due. Uno, due. Uno, due, tre, quattro.
Pensò alla natura selvaggia dell’isola di Na.

Uno, due. Uno, due. Uno, due, tre, quattro.

Dopo alcuni minuti dalla sua pietrificazione, Koral poté finalmente ammirare chi fosse l’artefice di quella interessante melodia. Da un angolo di un piccolo spiazzale di terra umida, nei pressi di un corso salato bollente ai piedi delle Colonne d’Acqua, apparvero due pantere grigie.

Erano monocromatiche e grosse più di tre metri, il triplo di Koral. Camminavano erette, una dietro l’altra, marciando con rigore ma agitando le zampe posteriori in una sorta di danza. Zampe comunque muscolosissime.

Restò scioccato per svariate ragioni, ma le principali erano anche terrorizzanti. Le pantere facevano parte della Grande Deca, ma erano nere come le caverne e non grigie, inoltre non camminavano perfettamente su due zampe, erano curvate e ingobbite e non avevano alcunché di ritmico, melodico o danzante.

Nessun animale ballava, se non per rituali di accoppiamento che però erano rilegati agli animali sottosviluppati, non ai Nuovi.
Colore e comportamento diverso dal comune potevano significare una sola cosa: Senzanatura.

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Naturalia: Gli alberi a rischio di Laurel Wilson

Naturalia gli alberi a rischio Laurel Wilson

Naturalia: Gli alberi a rischio

La corsa dell’insetto rosso si arrestò ad un certo punto, quando all’ombra di una betulla bianchissima e vecchia l’esserino si posò su un ramoscello, alla cui sommità una gocciolina rinfrescante di rugiada attendeva di essere bevuta. Sostò per riposo e ristoro, leccò il liquido, distese le proprie ali brillanti e curvò a scatti in più direzioni il corpo allungato, per contrarre la struttura del suo esoscheletro.
Se avesse saputo che quella sarebbe stata la sua ultima degustazione, probabilmente avrebbe scelto qualcosa di più dolce o di più abbondante, ma a Naturalia erano solo in quattro gli esseri in grado di intuire e predire in maniera accurata il futuro e nessuno viveva nelle Terre del Sud, ma soprattutto nessuno di essi era parte della famiglia delle libellule.
Effettivamente provò a volare via, ma l’animale che si catapultò nella sua direzione era come un masso gigantesco che rotolava giù a tutta velocità da una montagna. Difatti la schiacciò senza rendersene conto insieme ad un cespuglio nelle vicinanze, prima di spalancare due fauci immense e addentare con mandibola d’acciaio il tronco bianco della betulla.
Il rumore esplosivo del legno che si spezzava rimbombò per tutta la foresta, producendo una dispersione di schegge di varie dimensioni, anche se fu il fuggi fuggi di centinaia di animali ad essere preoccupante. Rane, pesci, crostacei, molluschi e rettili partirono a razzo all’interno del fiume salato, risalendo la corrente per puntare verso il bacino marino. Gli uccelli insieme ad altri abitanti degli alberi fecero lo stesso, come anche gli insetti e i mammiferi di terra. Quel colosso peloso di oltre quattro metri e con sei zampe mastodontiche riuscì a serrare la mascella, tranciando dunque metà della betulla, la cui fine si tramutò in un lento precipitare plateale.

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