Incipit Il mito dell’essere sorpresi

Il mito dell'essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Primo capitolo Il mito dell’essere sorpresi

L’immobilità di quel cancello era l’apoteosi emotiva del suo attendere. I suoi occhi carezzavano le rughe di ruggine che avevano creato bolle nella pittura cascante. Aveva già premuto il pulsante del citofono, ma nessuno rispondeva, sebbene lei fosse anche un’ora in ritardo. Il sole al di là delle sbarre cercava di districarsi tra piccoli banchi di nubi bianche, i quali non minacciavano pioggia. Faceva caldo, nonostante mezzogiorno fosse ancora lontano. Sbuffò.

Come vengono prodotti i cancelli? Quante tipologie ne esistono nel mondo? Quanti ne vengono venduti al giorno in una città?

Premette di nuovo il pulsante. I suoi piedi uniti e coperti da scarpe da ginnastica giacevano su una pozzanghera d’acqua piovana, la quale inzuppava la nuda pietra di cemento grezzo. Un suono elettrico, annunciato da nessuna voce umana, disattivò finalmente la serratura. Spinse quindi il cancello ormai aperto ed entrò nella proprietà privata di quel particolare condominio napoletano.

Era strano per lei tornare a Napoli dopo la prima ondata della pandemia, durata circa sei mesi, e ancora più strano era aver deciso di passare prima del tempo con i suoi amici, anziché andare da suo fratello, il quale viveva da solo nella casa di proprietà dei loro defunti genitori. Gli aveva detto però che sarebbe atterrata qualche giorno dopo, dunque lui non sapeva che si trovasse già in città.

Sarebbe bello pilotare un aereo con benzina infinita e poter girovagare costantemente sulla superficie del mondo. Chissà quanti governi romperebbero il cazzo per il mio passaggio in spazi aerei sotto la giurisdizione di qualcuno. Chi gli ha dato poi il diritto di dichiarare il movimento proibito su determinate aree, le quali non toccano neanche la terraferma?

C’erano dodici abitazioni a pian terreno, tutte con terrazzine esterne, accessibili da quel sentiero circolare di asfalto su cui lei stava camminando. Erano in totale sei le torri bianche a ospitare gli appartamenti, ma solo quelli a pian terreno con terrazzina potevano aver accesso al cortile ad anello, che sfoggiava un campetto di calcio e basket giusto al centro. Le abitazioni superiori venivano raggiunte dagli ingressi con scale sulle facciate esterne, sui lati opposti, il che rendeva il cortile quasi privato per chi viveva al piano terra. Se non fosse stata per la posizione fuori mano rispetto al centro di Napoli, affittare una casa lì sarebbe costato parecchi soldi, ma proprio tanti.

Pomodoro viveva al numero 44, quindi lei incominciò a guardare i cancelletti neri con citofoni, dove piccoli numeri dorati sovrastavano gli aggeggi elettronici con su scritto i nomi dei padroni di casa. C’era uno strano silenzio intorno, come se tutti fossero andati via per lavoro o stessero dormendo.

Il lockdown non c’era più, eppure quello sembrava il mortorio pandemico che avrebbe tanto voluto vedere a Londra, ma che purtroppo la sua nazione non le aveva offerto in alcun modo, propinandole una reazione collettiva ben lungi da quella razionale che aveva adottato lei, e che in Italia pareva essere stata la stessa. Sentiva i propri passi digrignare sul pietrisco di pece poco assestato.

“Roby!”, chiamò una voce a lei familiare, senza gridare troppo.

Alzò lo sguardo in avanti. Ognuno dei dodici cancelletti individuali, che erano anche poco protettivi ad essere sinceri, vista la facilità con cui potevano essere scavalcati, dava accesso a una scalinata costretta tra da due basse mura, la quale saliva in maniera poco ripida verso il terrazzino in questione. A tre inferriate di distanza, uno dei suoi amici, Lyno, con la sua solita cresta e una blanda maglietta bianca, si sbracciava con i suoi tatuaggi per attirare l’attenzione. Gli sorrise con la mascherina e avanzò il passo.

Devo creare un brand vestiario quando i miei investimenti frutteranno abbastanza profitti, voglio chiamarlo Robydrugs.

Il ragazzo della sua stessa età aprì il minuto uscio di ferro e spalancò le braccia per cingerla e salutarla. Non si vedevano da più di un anno, perché quando era iniziata la pandemia lei mancava dall’Italia già da circa nove mesi. Aveva avuto una promozione a lavoro e, ricevendo di conseguenza più soldi al mese e più vacanze all’anno, aveva deciso di viaggiare per il mondo e non tornare in Italia per qualche tempo. Aveva voglia di visitare il pianeta e vivere qualche avventura. Il primo lockdown aveva rovinato i suoi piani e posticipato ancor di più il suo rientro alla nazione madre.

Si abbracciarono forte.

Il lato migliore della strada è quello con il marciapiede pulito.

“Come stai?”.

“Sopravvivo… è l’unica cosa che possiamo dire e fare di questi tempi”.

Lui rise e con un cenno del capo la invitò a salire sulla scalinata e raggiungere gli altri sulla terrazzina coperta.

“Tu?”.

“Sopravvivo anche io, ma sono uno di quelli fortunati, perché ho avuto il covid e ho beccato solo un po’ di febbre come sintomo”.

“Ottimo”, commentò e poi un piccolo gradino spaccato, con un pezzo di lastra di marmo mancante, le mise uno sgambetto e lei prese una simpatica storta alla caviglia destra.

“Cristo santo!”, imprecò quasi cadendo a faccia in giù, fermandosi con le mani a terra e avvertendo un dolore fortissimo al malleolo, sul lato esterno.

Lyno si girò e la vide inginocchiata su una gamba che si massaggiava docilmente la caviglia. Parve preoccupato e le offrì una mano per tirarsi su.

“Mi dispiace non averti avvertito. Tranquilla però, non sei l’unica che è inciampata su quel gradino maledetto. Ci siamo passati tutti”, sussurrò mentre lei riacquistava equilibrio e sicurezza.

Chissà che sapore avrebbe un brodo di ossa umane. Cannibale del cazzo, basta horror francesi nelle notti di pioggia londinesi! Raw è un bel film comunque.

“Perché bisbigli?”, chiese a bassa voce, proseguendo nel salire l’ultima parte della scalinata. Lyno si voltò e fece segno con l’indice di fare silenzio, prima di muovere le labbra e dire Teams.

Roby annuì senza capire a cosa di riferisse e lo seguì zoppicando, poiché la caviglia gridava nel suo piede destro.

In cima alla gradinata, la tettoia della terrazza copriva un ampio perimetro di mattonelle bordeaux, sovrastate da tre tavoli di plastica verdi con sedie messi uno di fianco all’altro, un’amaca sul lato sinistro, delle lettiere per gatti nei pressi della porta d’ingresso della casa e sul lato destro un barbecue, un forno in pietra per le pizze e miriadi di fioriere, che esibivano piccole piante di peperoncini piccanti e spezie di diversi colori e dimensioni.

Ai tavoli centrali, Pomodoro e Gigidò stavano rollando delle sigarette in tombale silenzio, mentre sul lato più esterno della tavolata c’era Paolino, seduto a braccia incrociate dinanzi a un portatile. Ascoltava le parole di qualcuno che recitava una formula burocratica in tono solenne, quasi da preghiera.

I due nel mezzo lasciarono perdere i drummini e si alzarono in piedi lentamente, evitando qualsiasi tipologia di rumore. Andarono ad abbracciare Roby, che zoppicante aveva raggiunto i tavoli.

La ragazza notò in quel momento, senza sentire quello che veniva dichiarato, che Paolino indossava giacca, camicia e cravatta, ma al di sotto del tavolo aveva un pantaloncino stile costume da spiaggia, piedi scalzi e infradito.

Pomodoro la strinse, dicendole che gli dispiaceva che fosse inciampata sul gradino di casa sua. Gigidò fece lo stesso, ma le chiarì anche che il loro amico si stava laureando in quel momento. Quella che parlava era la presidentessa di commissione, che da remoto stava proclamando dottori in informatica circa venti persone quella mattina.

Lei strabuzzò gli occhi.

Immagina se fossi stata tu a dover spiegare la tesi dinanzi allo schermo di un computer, inquadrata in piena faccia sotto lo sguarda di circa trenta esseri umani. Mi chiedo che colore siano le mutande dei professori, di sicuro sono vestiti proprio come Paolino in questo momento.

Si sedettero tutti e Roby notò che sul tavolo centrale vi erano due cannoni giganti, già rollati e posizionati a x, come due vecchie spade a indicare un tesoro sepolto su una cartina pirata. Quasi sicuramente si aspettava la fine della proclamazione per iniziare il festino e sballarsi. C’erano anche tre birre stappate, quindi Pomodoro ne prese una quarta, da un frigo portatile vicino alla sua sedia, e aprendola la passò a Roby, dopodiché tutti e quattro prepararono una sigaretta a testa, mentre solenne Paolino continuava la sua sceneggiata finale. La voce dal computer continuava a blaterare, ma stava iniziando adesso a chiamare dei nomi propri di persona.

Giro di accendini.

E uno di valzer, tiè!

C’erano due posacenere di ceramica al centro del tavolo.

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Incipit de L’uomo dagli occhi azzurri

L'uomo dagli occhi azzurri

Primo capitolo de L’uomo dagli occhi azzurri

1 – NONOSTANTE TE LO SPIEGASSI IN CONTINUAZIONE

Sebbene l’uomo sia la creatura più ossessionata dalla ricerca e dalla scoperta della verità, egli è anche quella che più di ogni altra non è in grado di riconoscerla, per quanto spesso l’abbia innanzi agli occhi.

Se fosse esistita una ragione plausibile al loro pedalare in quella fitta boscaglia, sarebbe stata riconducibile alla curiosità, ovvero al piacere che l’ignoto può dare svelando i propri misteri. Se poi si considera che la compagnia affiancata era tra le migliori che si potessero mai avere, risulta molto facile capire come a un certo punto fosse stato necessario mettersi in sella e iniziare a macinare i metri che separavano l’oggetto del desiderio da loro stessi.

Sirio aveva soltanto sentito parlare di quella casa in passato, ma mai avrebbe pensato di dirigervisi così: in bici, da soli, un pomeriggio, con Angela.

Ma chi era poi Angela? Un’amica? Una sconosciuta? Una ragazza che gli piaceva? Una ragazza che desiderava? Una stronza? Un bel perizoma che si lasciava ammirare? Una ragazza così intelligente da metterlo alle strette in ogni tipologia di discussione? Un’amante? Non lo sapeva nemmeno lui e non ci pensava poi così tanto, ciò che gli interessava era il suono che quelle vecchie dicerie producevano all’interno della sua mente. 

Quella non è una casa abbandonata, ma uno stabilimento distrutto, lasciato a marcire piuttosto che essere abbattuto. Un posto che non si dovrebbe mai visitare e che al massimo dovrebbe essere osservato a distanza di sicurezza.

La Mostra D’Oltremare era un parco archeologico, ma anche una delle più grandi sedi fieristiche italiane, che all’interno della città di Napoli era di solito scelta come location per ospitare concerti, mostre, raduni, opere teatrali e tanto altro. Possedeva numerosi edifici, fatti da immensi padiglioni, oltre che gigantesche aiuole, sentieri, un anfiteatro romano, palazzine varie e una colossale fontana. Aveva un perimetro di grande vastità e numerose zone inaccessibili, più alcune altre sezioni abbandonate e quasi irraggiungibili.

Proprio verso una di queste, Sirio e Angela di nascosto si stavano dirigendo, pompando le proprie gambe su quei pedali neri e sudando nelle loro divise a causa della calura estiva pomeridiana.

Le vetrate sono tutte spaccate e le mura coperte da stranissimi graffiti, demoniaci mi verrebbe da dire. A volte si sentono delle urla, altre volte degli striduli ululati. Molti dicono di aver visto rincorrersi due ragazze nude. Il sentiero asfaltato che arriva fin lassù è deformato dalle radici degli alberi e incrostato dai muschi, come se la natura stessa volesse proteggere il proprio cuore nero dal mondo esterno. Se supererai quegli ostacoli, ti assumerai la responsabilità di fronteggiare ciò che avresti dovuto lasciare in pace.

E pensare che Sirio aveva ottenuto quel posto di lavoro senza neanche volerlo, mandando semplicemente un curriculum ad una selezione online, tramite il suggerimento di un amico. Era un evento mondiale, organizzato dall’ONU, eppure le cinquecento persone che cercavano come staff non erano riusciti a metterle insieme. Solo trecento circa si erano buttati a partecipare e di conseguenza, anche per mancanza di alternative, tutti erano stati assunti. Si trattava di un’esposizione mondiale a tema urbanistico, che serviva come collegamento di idee tra le architetture urbane dei vari paesi del mondo. C’erano cinque categorie d’impiego, ma la più gettonata era quella logistica che si occupava di allestire manualmente i vari aspetti dei padiglioni della fiera. Era il lavoro più semplice in fin dei conti.

A Sirio e Angela sarebbe piaciuto occuparsi della mansione giornalistico-informatica, ma quella era un’occupazione per pochi e c’erano già tante altre persone più qualificate di loro a essersi proposte. In questo modo entrambi erano finiti a Logistica e si erano conosciuti il primo giorno al primo compito da svolgere, ovvero la costruzione dei pannelli indicatori.

Se dovessi scegliere un posto dell’orrore dove trascorrere la notte, sceglierei subito quello lì. Non ho mai visto qualcosa di più terrificante, non so neanche se ci sopravvivrei. In realtà non so nemmeno se esiste un modo per uscire illeso da quelle fatiscenti mura.

Lei gli pedalava davanti, alzando leggermente il sedere dal sellino, cosicché lui riuscisse a vederla sculettare e riuscisse a sbirciare le sue mutande bianco di pizzo. L’attrazione tra loro si era avvertita sin dal primo momento, ma non era mai accaduto nulla di concreto ancora.

Lei era fidanzata e smorfiosa, lui era stupido e impegnato. Tutto però sembrava convergere e puntare verso il misfatto, visto che ad ogni turno capitavano sempre insieme, manco fosse fatto di proposito da una divinità giocherellona e propiziatoria.

Passaggio di controllo agli stand? Sirio e Angela!

Turno di promozione bici? Sirio e Angela!

Pausa pranzo in due? Sirio e Angela!

A meno che i supervisori non sospettassero qualcosa o provassero a creare un’occasione intima a loro insaputa, l’avvento di tutte quelle coincidenze sembrava sul serio uno scherzo del destino.

Dicono che l’ultima persona che abusivamente l’aveva occupata squartò con una mannaia alcuni bambini e ne stese al sole gli organi per essiccarli. Di giorno, d’estate, quando fa caldo e la giornata è secca, si può sentire il fetore della decomposizione da centinaia di metri. A volte anche le urla dilaniate dei piccoli innocenti.

“Ehi, Sirio! Quanto pensi che disti ancora?”, chiese improvvisamente la ragazza, alzandosi ancor di più dal sellino e lasciando che il pantaloncino di jeans scendesse quasi del tutto, liberando il panorama.

“Non penso manchi parecchio, dopo quella svolta dovremmo già riuscire a vedere qualcosa”, ribatté il ragazzo, fissando le natiche senza pudore.

Il sentiero si stava facendo sempre più ripido man mano che si inoltravano nel bosco, facendo sparire quelle che erano le parti asfaltate della strada, per lasciare posto a cumuli di foglie secche sparsi qui e là, i quali scricchiolavano al loro passaggio. Intorno si percepivano soltanto i rumori del bosco, accompagnati da un venticello caldissimo che batteva sulle loro gambe lucide per il sudore. Il posto in cui lavoravano e il motivo per cui avevano le bici promozionali parevano lontani mille miglia in quel momento. Ora esistevano soltanto la casa abbandonata da raggiungere, il culo di Angela e l’erezione di Sirio. Neanche le loro relazioni erano più così vicine da contare qualcosa.

Abbandonata? Ah! Non è mai stato abbandonato quel luogo. Ci vivono almeno una dozzina di spiriti da quando ci andai la prima volta nel 1970. Quel luogo è antichissimo ed è sempre stato occupato in un modo o nell’altro… in un senso o nell’altro.

Pian piano e con molta fatica riuscirono a percorrere quel sentiero fino alla cima, sbucando in un piccolo spiazzo che si diramava in due viottoli sterrati. Era tuttavia un falso bivio, poiché si riusciva a intravedere con chiarezza come le due strade si ricongiungessero dopo un centinaio di metri, diventando un vero e proprio viale, che poi svoltava bruscamente a destra dietro una siepe. Non c’era una scelta da fare su quale percorso prendere, non c’era il fato da consultare col lancio della monetina. La via era ambigua, ma unica. Confondeva, però conduceva ad una sola e irreversibile meta.

Nella mente di Sirio, ad ogni modo, il bel culo dell’amica stava cominciando di punto in bianco ad avere meno importanza. Il suono dei suoi pensieri lugubri stava occupando tutto lo spazio possibile e immaginabile. Se lei avesse avuto intenzione di tradire il suo fidanzato trentenne, portando lui a essere infedele alla propria ragazza, non sarebbe accaduto di certo quel giorno.

La testa del giovane era troppo affollata dal nero parlare di quei racconti, di cui lui era venuto a conoscenza chiedendo in giro nei giorni precedenti. Magari l’eccitazione che Sirio sentiva non era per le belle forme di lei, ma per la possibilità di giungere finalmente in quel luogo infestato. Più pedalavano verso la meta e più lui non capiva cosa volesse o meno.

Una volta ci passai di fretta e furia mentre giocavo con degli amici a nascondino. Eravamo sgattaiolati via dalla Mostra a cui ci avevano trascinati i nostri genitori e ci eravamo messi a giocare tra i boschi indisturbati. Di sfuggita vidi due ragazze a torso nudo rincorrersi ridendo, attraverso una finestra rotta. Quando mi fermai sorpreso, si fermarono anche loro, mettendosi a guardare nella mia direzione. Non credo che potessero vedermi, eppure sentivo il loro odio all’interno della mia anima.

“Tu vai a destra e io a sinistra, okay?”, affermò la ragazza, sorridendo e mostrando una malizia prepotente. Voleva dare ordini.

“Va bene”, rispose il giovane. “Cerca di stare attenta però”.

Lei rise incredula, prima che si mettessero entrambi di nuovo in moto. Non si aspettava che le facesse un avvertimento simile. Stava cercando di dare una nota di terrore a quell’escursione? Voleva rendere spaventosa la situazione? Non era un film horror quello, non stavano per andare incontro a una triste fine. Voleva impaurirla o era lui ad essere impaurito? Cosa gli succedeva? Sembrava che non le guardasse manco più il culo scoperto.

Senz’altro è un luogo di mistero. Direi che affascinerebbe chiunque sia patito del genere. Altro che Blair Witch Project, qua parliamo di un luogo spettrale, disastrato, in disuso. Se qualcuno avesse ucciso delle persone e le avesse sepolte o nascoste lì? Cioè come si potrebbe mai sapere una cosa simile? Gli occhi che luccicano al buio, attraverso quei muri sfondati, non appartengono di certo agli animali del bosco.

Percorsero quella manciata di metri separati, ascoltando il rumore reciproco delle proprie bici che si muovevano più veloci sul tratto pianeggiante e non più in salita. Attraverso gli alberi e le foglie riuscivano a scorgersi l’un l’altro come figure multiformi e spezzate. Un brandello di gambe, uno di maglia, un dito, una ciocca di capelli. Angela guardava tutto questo attraverso la radura, mentre sorrideva tra sé aspettando che finisse il tratto diviso. La nota dolente era che Sirio non la guardava proprio per niente.

Lui era fisso dinanzi a sé e in realtà non riusciva a sentire neanche uno dei rumori della natura. Percepiva degli occhi che lo osservavano, ma non erano i candidi e dolci occhi della ragazza. Era un altro sguardo, uno lontano, uno distante, uno che forse non avrebbe mai voluto vedere davvero.

Se conoscessi una verità che nessuno è in grado di comprendere, ne parleresti con qualcuno anche se costui non potrebbe capirti? Io no, preferirei trascendere.

Luca aveva trent’anni ed era un avvocato, Angela invece ne aveva soltanto ventuno ed era una studentessa universitaria. Per quale motivo stessero insieme non lo sapevano neanche loro, visto che entrambi non amavano l’altro ed entrambi tradivano regolarmente il partner. Scopavano, certo, ma nessuno dei due capiva come dopo ogni tradimento, ogni litigio, ogni cattiva frase, fossero sempre lì insieme, sulla terrazza di Luca, a guardare Napoli dall’alto di San Martino, stringendo tra le dita un freddo bicchiere di vodka e lime, pensando di non voler essere in nessun altro posto al mondo.

L’età non era un fattore importante, sebbene tutti e due avessero in passato affermato di odiare le grandi differenze di anni. Lei era bellissima, lui invece soltanto affascinante. Forse era l’odio a unirli? Forse c’era qualche elemento inconoscibile a legarli? E Sirio invece cos’era? La normalità? L’essere coetanei? Il semplice battere delle emozioni e delle attrattive? Difficile rispondere, visto che lei non poteva neanche guardarlo senza eccitarsi. Sin dal primo momento che lo aveva incontrato al raduno degli addetti alla logistica, aveva avvertito una fortissima vampata di calore nel proprio corpo, una vampata che l’aveva quasi portata a bagnarsi per l’eccitazione. Cosa aveva quel ragazzo di speciale? Senza neanche parlare era riuscito a farla cadere in una strana trappola magnetica. Dovevano andare avanti fino in fondo.

Spesso, quando sono da solo al buio, chiudo e apro gli occhi per notare la differenza tra avere gli occhi chiusi e avere gli occhi aperti. Inizialmente non vi è diversità. Oscurità da un lato, oscurità dall’altro. Dopo svariati minuti però le disuguaglianze si manifestano, perché l’occhio si abitua al buio e rende più nitido ciò che si nasconde nell’abisso. Possiamo abituarci a qualsiasi cosa, è la nostra prerogativa umana. Anche al male e al dolore possiamo abituarci.

Sirio era impegnato con Luna da pochi mesi. Non avevano mai dichiarato di stare insieme in maniera ufficiale, però lei non usciva con altri ragazzi e lui faceva lo stesso. Si erano conosciuti a un corso universitario e dopo un semplice caffè si erano baciati. Quello che era seguito dopo non era stato né speciale né unico. Una frequentazione normalissima, un rapporto di uscite comune e una buona dose di sesso sfrenato. Stavano bene insieme, ma non era ancora una relazione a tutti gli effetti e forse non si sarebbero mai amati veramente. Lui continuava ad uscire con gli amici, ubriacandosi tutti i fine settimana, e lei faceva lo stesso. Non frequentavano altri, ma sarebbe potuto capitare con facilità a tutti e due. Un po’ come stava succedendo ora a Sirio con Angela.

A volte è proprio la solitudine a farti compagnia e riesci a capirlo quando vieni rapito e trascinato nell’oscurità. Lì fa freddo, lì non c’è anima viva, lì sono i respiri e i passi gli unici suoni che puoi avvertire. E sono più che terrificanti quando non appartengono a te e sei da solo. Non puoi fuggire dall’oscurità se ti ha inghiottito, ma se qualcuno ti ci ha gettato, beh, quello è ancora peggio. In fondo è solo lui a sapere che sei lì, quindi è solo lui che può venire a recuperarti. E se avesse una mannaia tra le dita?

Il bivio stava per finire, i due sentieri divisi da quel piccolissimo muretto di cespugli e frasche stavano per ricongiungersi in un bacio naturale. Sirio e Angela sarebbero stati di nuovo vicini di pedalata. Sudavano ed erano stanchi, ma nessuno dei due sembrava dare peso a tutto questo.

Angela si voltava a guardare il ragazzo di tanto in tanto, scorgendone dei lembi attraverso la sterpaglia. Lei il calore lo aveva anche dentro. Lui invece fissava la strada dinanzi a sé, aspettando l’attimo in cui sarebbe apparsa la casa abbandonata. La sua testa era piena di voci, ma neanche per un secondo aveva tentato di distrarsi da esse. Non lo aveva fatto né voltandosi verso Angela né pensando a Luna, la quale gli inviava costantemente sms, facendogli vibrare il cellulare in tasca.

“Sirio, adesso voltiamo a destra seguendo il viale?”, chiese la ragazza, notando che mancavano pochi metri al congiungimento dei due sentieri, i quali poi viravano ad angolo retto dietro un cespuglio. Per quanto tutto sembrasse spoglio e diradato, non si riusciva a notare null’altro se non il selvatico colore verde.

Quattro metri separavano i due ragazzi, ma Sirio non rispose alla domanda.

“Allora?”, ripeté Angela, girandosi verso il compagno senza notare in lui niente di strano.

Tre metri. Ancora silenzio.

“Sirio? Rispondi o no?”.

Due metri. Vuoto.

“Cazzo! Sei diventato sordo?”.

Un metro. Il nulla.

“Ma cos…”, riuscì a biascicare la ragazza dai capelli biondi, prima di affrontare il dilemma della situazione.

Sirio non c’era più.

Il muro di rami, alberelli e cespugli era finito. I due sentieri si erano ricongiunti.

Angela aveva pedalato fin lì, continuando a chiedere imperterrita informazioni sulla prossima strada da prendere. Un attimo prima lui andava in bicicletta sotto lo sguardo della ragazza, attraverso la sterpaglia, un attimo dopo era sparito.

Volatilizzato. Svanito. Non era più lì con lei.

In principio il silenzio è la parola, da esso si forma qualsiasi tipologia di suono o di rumore. Se non c’è prima il silenzio, non si potrà mai produrre un suono. Lo stesso vale per la materia. Se non c’è prima il vuoto, come potrebbero crearsi lo spazio e la realtà che lo riempiranno? Tutto scaturisce dal niente, perché è il niente a contenere in principio il tutto. La questione è che il niente deve svilupparsi e manifestarsi per potergli dare vita. Sono i morti, dunque, a contenere in principio i vivi? Noi nasciamo dalla morte? È questo che c’era prima della vita? Siamo solo dei morti manifestati?

La prima reazione che le sovvenne, data la paradossalità del tutto, fu ridere. Un’isteria bella e buona che non si arrestò per svariati minuti, facendola addirittura lacrimare gli occhi. Una risata fittizia, fragorosa e triste. Il ragazzo, che l’aveva trascinata in un’avventura di fantasmi, era sparito come per magia. Il ragazzo, che lei voleva scoparsi e che aveva seguito fin lì proprio per quel motivo, era scomparso nel nulla.

Era impazzita? Era stralunata? Il sole le aveva fatto venire le traveggole? Quel ragazzo esisteva, era carne e ossa. Non era frutto della sua immaginazione! Per giorni aveva lavorato insieme a lui e aveva visto anche altre persone interagire con lui. Esisteva. Era reale.

“Tu credi?”, chiese improvvisamente dal nulla una voce atona e profonda, provocandole un brivido lungo la schiena sudata e arrestandole la risata isterica.

Si voltò con lentezza, quasi cadendo dalla bici. La punta del sellino le premeva sulla parte alta del bacino, dolendole, mentre le sue gambe tremavano contro la sbarra portante del mezzo a due ruote. Sentiva il collo scricchiolare. Era stranamente attratta dalla paura che quella voce le aveva provocato, sebbene in cuor suo provasse l’impulso di voler fuggire il più lontano possibile.

Giratasi, poté notare tre cose.

La prima era Sirio, la seconda era l’assenza della sua bicicletta e la terza era un uomo che poggiava la mano sulla spalla del ragazzo.

Non esistono problemi, non esistono rimorsi e rancori. Non saprei spiegarti perché le cose stanno in questo modo, ma tu fregatene, fregatene altamente di ogni cosa. Alla fine, quando scopri che nulla ha valore, che valore ha il fregarsene? Quando scopri che la morte non è la fine, è semplice risorgere e continuare a vivere. Non trovi?

“Chi… chi… chi sei?”, biascicò Angela, cercando di trattenere la pipì che le era apparsa nella vescica a causa della paura.

“Io?”, chiese l’uomo, sfoggiando nuovamente la propria voce profonda. Era alto, senza capelli, con gli occhi azzurri, una maglietta a mezze maniche grigio scuro, un bermuda di jeans chiaro e i piedi scalzi. Era albino e di ottima corporatura, ma non troppo muscoloso. Le mani erano poderose, mentre lo sguardo e le labbra sorridenti. Sirio, al suo fianco, era una statua di sale. Immobile, senza respiro, pallido come un cencio, pareva addirittura più basso di come ricordasse.

“Sì, tu”.

“Io non sono nessuno e sono tutti quanti proprio per questa ragione”, esordì, sorridendo in maniera demoniaca a trentadue denti.

Angela non capì.

“Non è facile spiegare ciò che non può essere spiegato agli uomini. Io non sono nessuno e sono tutti quanti per questo motivo. Al di là di tutto, c’è il niente che crea ogni cosa. Al di là di ogni cosa, c’è il nulla che le ha create”.

“Non ti seguo”, affermò la ragazza, cominciando a sudare dalla paura piuttosto che dal caldo. I discorsi di quell’uomo erano sconclusionati e privi di senso. Probabilmente era un drogato, un pazzo, magari qualche criminale evaso e nascostosi nel bosco. Cosa stava dicendo? Cosa farneticava?

“Cosa hai fatto al mio amico? Non sembra stare molto bene, perché non lo lasci venire vicino a me?”.

“Perché non vieni tu vicino a noi?”.

“Non mi fido di te, mi spaventi. Vattene via! Vuoi ucciderlo? Vuoi farci del male?”.

“Uccidere, male. Male, uccidere”, ripeté l’uomo a bassa voce.

“Non devi essere spaventata, quando vai al di là di tutto comprendi che nulla va temuto sul serio. Tutto è diverso, niente è superiore, perché niente è uguale. Immutabilità. Una volta che hai raggiunto l’Oltre, neanche morire ti spaventa più”.

La ragazza deglutì.

“In fondo quando scopri che nulla ha il senso che ti aspetti, che senso ha avere paura? Se la morte non è soltanto che un inizio, cosa pensi che occorra per superarla e risorgere? Nulla, niente. Ecco perché sono qui. Ecco perché il tuo amico è con me. Ecco perché verrai anche tu insieme a noi”.

Se la morte non è che un inizio, cosa pensi che occorra per superarla? Quale sforzo credi che ci voglia per poterla oltrepassare e ritornare a vivere in un qualcosa di migliore? Il problema è che nessuno mai lo comprenderà e che neanche tu lo hai compreso… nonostante te lo spiegassi in continuazione…

Angela e Sirio non tornarono a casa quel giorno e neanche in quelli a venire. Sparirono, letteralmente.

Nessuno li trovò mai, sebbene si avviarono numerose indagini per ricercarli. Svanirono e nessuno seppe mai dell’esistenza di quell’uomo privo di capelli e con gli occhi azzurri. Provocarono un grandissimo dolore alle loro famiglie, le quali non riuscirono a darsi pace circa quell’ignoto e doloroso evento.

Cosa accadde? Cosa si verificò? Chi era quel pazzo?

Furono ben quattro persone ad avere la possibilità di poter rispondere a tali quesiti.

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Incipit di Le nuove colpe

Le nuove colpe pasquale scalpellino

Primo capitolo di Le nuove colpe

Non pensava di riuscire a sollevare sul serio tutto, finché non aveva avvolto ogni cosa in quel telone di plastica. Aveva utilizzato le corde come fissaggio e maniglie e poi issato in spalla il peso a mo’ di zaino.

All’inizio aveva barcollato, quasi rischiando di finire faccia a terra con l’ingombro addosso, ma le sue ginocchia avevano resistito e ora poteva osservare quel manto lucente e bluastro giacere disteso nel vano posteriore del suo furgone.

Chiuse i portelloni e raggiunse il lato del guidatore.

Guardò indietro nel parcheggio vuoto che stava per abbandonare: voleva controllare per un solo istante se avesse dimenticato qualcosa.

Non c’era niente, tranne qualche automobile parcheggiata. Le luci al neon riflettevano sulla pietra nera e lucida con strisce gialle, come se niente di male fosse mai accaduto.

Nessuna macchia, nessun ricordo.

Un bicchiere anonimo appena uscito da una lavastoviglie con detersivo al limone.

Trasse un respiro che sapeva di chiuso e salì sul veicolo. Mise in moto, sul lato del passeggero c’era quello che aveva utilizzato per il nuovo lavoro.

Niente di compromettente per chi non avesse competenze chimiche, ma tanto non doveva andare lontano. Il suo obbiettivo di scarico distava meno di tre chilometri e, alle due di notte di un giorno qualsiasi di agosto, chi avrebbe mai fermato un furgone, durante la pandemia nella capitale inglese. La polizia era di sicuro impelagata a cercare i rave illegali, che tra l’altro stavano dilagando peggio del virus stesso. Si vociferava di una nuova ondata a settembre proprio a causa di chi faceva festini, viaggiava all’estero e si ammassava in spiaggia.

Partì e uscì fuori da quel parcheggio a più piani in pochi minuti, senza incontrare nessuno.

La strada in centro a Londra in cui si immise era altrettanto deserta, come anche il cielo violaceo e leggermente nero che ospitava solo una luna mezza viva. Le stelle erano tutte morte.

I lampioni a luci gialle e arancioni ospitavano cataste di zanzare maschio, troppo stupide e grosse per non capire la fallacia di quelle fonti di calore, deludendo chi succhiava sangue altrove. I grattacieli erano tutti spenti, anche se il lockdown era finito e con esso la maggioranza delle restrizioni. A nessuno dunque dava fastidio il gas di scarico e il borbottio del suo mezzo che transitava.

Si fermò a un semaforo rosso, all’incrocio una volpe addentava buste dell’immondizia non ritirate dal servizio dei netturbini comunali. Era magra e con una zampa malmessa.

Sorrise, quando il verde si affermò.

Ripartì subito e arrivò al luogo designato in men che non si dica, sempre in solitudine.

Senza radio, senza parlare.

Il furgone si fermò in un posto ancor più desolato e anonimo del precedente. La chiave venne girata nel quadro, prima che i portelloni posteriori venissero nuovamente aperti.

Le sue mani tirarono giù con poca grazia il telone di plastica, afferrandolo sempre dalle corde.

Il suono dell’urto fu abbastanza strano.

Dalla parte superiore aperta rotolò fuori infatti una mascella sanguinante, strappata da un viso, ma attaccata ad un anello di metallo che aveva spaccato parte dei denti. La carne era fresca e grondante. La catena agganciata a quel cerchio di ferro si allungava e svaniva nell’incerata.

Una pozza di sangue cominciò ad allargarsi.

Ignorò tutto e prese la scopa che aveva nel vano.

Prima di creare palco e spettacolo, doveva seppellire con i detriti le impronte del furgone.

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Incipit di Haters

haters pasquale scalpellino

Primo capitolo di Haters

Immaginate un bambino goffo e impacciato che non riesce ad eccellere in alcuno sport o in alcuna altra attività scolastica.

Immaginate la sua rabbia, il suo odio e la sua voglia di vendetta che inizialmente vengono scagliati contro gli altri e la loro bravura, per poi tornare indietro con effetto boomerang su di lui e sulla sua incompetenza.

Immaginate la frustrazione e la voglia di riscatto che conducono questo ragazzino a migliorare e migliorare e ancora migliorare, per ottenere quel controllo assoluto sui movimenti e sulle abilità ginniche di cui non ha mai assaporato l’essenza.

Ora proiettatevi nella sua adolescenza e nella prospettiva di scelta scolastica che lo pone dinanzi ad un indirizzo informatico, dove avrebbe a che fare con software, computer e codici, la cui precisione e la cui perfezione potrebbero assumere le fattezze di un ulteriore tipo di controllo assoluto.

La tecnologia non è intelligente, ma è perfetta e infallibile se la si adopera nel migliore dei modi.

Immaginate il talento di questo ormai provetto studente e il controllo e le capacità informatiche che ne conseguono.

È bravissimo, la lezione di vita che ha imparato da bambino e lo sforzo che ha impiegato per apprenderla lo portano subito ad ottenere dei risultati fenomenali.

Nel mondo si sviluppano i social network.

La tecnologia moderna invade l’intero pianeta.

Lui giunge all’università e il suo desiderio di controllo accresce, mentre la sua perfezione nella materia informatica lo fa diventare un hacker.

Scopre il deepweb.

Osserva il mondo intorno a sé diversamente.

Vede la superficialità della gente su ognuno dei social di maggior presa.

Nota il cambio di priorità della vita umana e delle società nella quotidianità di tutti.

Ne segue le mode dall’esterno, solo per raccogliere data.

Arrivano gli smartphone e le app, i quali facilitano questo processo.

Poi si accorge che in ogni angolo del web, quello alla luce del sole, accessibile a tutti, ci sono haters e persone che provano e infliggono odio gratuito.

Immaginate come potrebbe reagire dopo quello che ha subito e provato quand’era un bambino e che si porta ancora dietro, adesso che possiede queste competenze da hacker e ha assunto un controllo quasi assoluto sulla tecnologia e l’utilizzo di ogni forma della sua rete.

Avete focalizzato tutto ciò? Avete ben chiaro questo contesto?

Beh, io ero quel bambino e voglio raccontare quello che feci.

Per ovvie ragioni non potrò citare geograficamente luoghi, città e vie e per altrettanti motivi alcuni individui possiederanno soltanto un nome, mentre altri neanche quello.

Sono un hacker e le mie mani sono sporche del sangue di centinaia di esseri umani, ma il mio modo di uccidere non mi coinvolge in modo diretto e questa storia non metterà in pericolo la mia libertà, per questo la voglio raccontare.

Dopo il mio miglioramento fisico da bambino, i miei studi informatici alle superiori e l’essere diventato un hacker all’università, decisi di assumere il controllo degli esseri umani e per farlo sfruttai le mie doti, facendo leva sulle emozioni negative delle mie vittime, cosicché commettessero reati al posto mio senza coinvolgermi.

Scelsi sette persone da plagiare in modo indiretto per condurle a commettere omicidi. Scelsi sette individui da trasformare in leoni da tastiera in grado di tradurre il proprio astio virtuale in qualcosa di reale, traducibile in crimini veri e propri.

In pratica instillai odio per manipolare la morte.

Io creai degli haters che uccisero persone per me, ma lasciate che mi spieghi meglio.

Questo era in pratica il mio piano.

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Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Incipit di Zero Negativo

Primo capitolo di Zero Negativo

Zero negativo Pasquale Scalpellino

Oscura era la stanza dove aspettava e affannato era il respiro con cui la persona, avvolta dalla coperta, cercava di tenersi calma e con la mente lucida.

Dal soffitto pendeva un neon circolare che si era staccato dalla sua plafoniera, la quale infatti giaceva a terra in mille pezzi. Una mattonella spaccata e delle gocce di sangue erano il ricordo di una disattenta indifferenza.

L’elettricità di quel nudo vetro ad anello andava e veniva, difatti la camera era un ambiente che passava dal chiarore alla luce quasi intensa con uno strano ritmo, che di certo non aiutava la tranquillità e il rasserenamento.

La figura era rannicchiata su una sedia girevole, stringendosi le ginocchia al petto e fissando lo schermo del portatile settato sulla luminosità più bassa possibile. Chrome era aperto con due finestre, le quali si dividevano mezzo monitor con due siti rivali. Da un lato la pagina delle news live della BBC cercava con le sue tinte rosse di contrastare le tonalità biancoverdi del Telegraph. I due giornali ricevevano il medesimo spazio all’interno della superficie del computer e i loro siti avevano l’aggiornamento automatico non appena veniva aggiunta una nuova e breve notizia recente.

L’orologio ticchettava sulla parete, segnando le 3 in punto del pomeriggio. A breve sarebbe apparsa la breaking news che interessava quell’anonimo utente nascosto dal plaid di lana. Gli occhi chiari erano avidi come la luce che voleva filtrare dalle finestre con le tapparelle abbassate.

La parete alle spalle della scrivania nera comunque era composta da decine e decine di bacheche di legno, accostate come piastrelle una di fianco all’altra, e sulla loro superficie numerosissime puntine di metallo inchiodavano centinaia e centinaia di fogli a4, su cui erano stampati tutti i resoconti live dei due giornali per i giorni precedenti a quello attuale.

Quelli live segnavano sullo schermo del portatile la data del 21 luglio 2020. Migliaia di altre pagine di carta erano suddivise in maniera molto schematica e composta lungo tutta la pavimentazione. Quelle sulla parete erano difatti notizie particolari e sconvolgenti di tutto il periodo della pandemia, come scoperte, false promesse politiche dei governi, cospirazioni eclatanti, gente in alto che trasgrediva le regole, missili, proteste, assassinii e quant’altro. Erano una macabra carta da parati, ma la mancanza di fili rossi a fare da collegamento o quella di fotografie di persone da dover incriminare dava poco valore paranoico e di congiura.

Di fianco al mouse però c’erano alcune fialette ospedaliere ricche di sangue scuro e al di sotto del tavolo una ventina di metri di fune da scalata arrotolati su sé stessi, come comodi pitoni addormentati.

Fece uno starnuto, si pulì il naso con la coperta e poi ciò che stava aspettando arrivò con un formidabile video su tutti i giornali, ma principalmente sui due che dividevano il suo poco luminoso computer.

Virale però lo ritenne un aggettivo poco felice.

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Incipit di Depression

Primo capitolo di Depression

Depression pasquale scalpellino

Sapeva che quella avrebbe potuto essere l’ultima sera della sua vita, eppure si sentiva tremendamente tranquillo.

Quella donna era sempre stata chiara con tutti.

Indossa questa GoPro al collo e cerca di lasciarle campo libero giusto di fronte a te, aveva costantemente ripetuto nel tempo, consegnando la telecamera ai diretti interessati.

Era un compito duro da portare a termine, se si considerava il fatto che la fine di esso fosse appunto la morte. Certa tra l’altro, non probabile. La assoluta e definitiva morte certa. Si doveva indossare quella cosa fino a quell’esatto momento.

L’ultimo istante, in pratica.

Quelli come te non sono soli, aveva sempre aggiunto.

E non devono esserlo più, ma per poter riuscire in questo bisogna che alcuni si sacrifichino, come le cavie di qualsiasi medicina sperimentale o i primi a subire qualche nuova e innovativa procedura chirurgica.

Aveva pensato ai posteri.

Molti di loro sarebbero potuti finire nella sua situazione, quindi perché non sfruttare il suo già esserci per cercare di salvarli?

Per questo aveva al collo quella telecamera e per questo camminava lungo il guardrail di pietra dell’autostrada, nonostante piovesse a dirotto. Il vento era infernale e lo frustava senza sosta con raffiche d’acqua e nevischio.

Aveva qualcosa nel cervello, ma quella donna aveva detto che c’era in realtà molto di più. Aveva qualcosa che gli straziava il cuore, che gli bastonava l’anima e che prendeva la sua personalità per il collo impiccandola ad ogni istante di vita, senza stancarsi mai.

Non sapeva cosa significasse tutto questo, ma sapeva cosa sarebbe potuto accadere.

I fari di un camion illuminarono il suo viso pallido. Il poco sonno soddisfatto aveva preso a pugni i suoi occhi. Tremava perché non aveva fame e le gocce gelide che gli si accumulavano sulla pelle scoperta non lo bagnavano per davvero. Era disidratato. Avrebbe tanto voluto buttar giù un altro goccetto. Così, tanto per ricordare l’inizio.

Il sapore del fuoco, la parvenza di benzina. Bere lo avrebbe salvato da quell’autostrada, fatta di pece nera e linea di mezzeria tratteggiata.

Camminava nella direzione opposta al senso di marcia e si trovava sul lato esterno della carreggiata. Finora non aveva ancora incontrato una piazzola di sosta e si era concentrato completamente sul tenere la GoPro fissa innanzi a sé. Nessuno lampeggiava i fari nella sua direzione, ma lui si sentiva accecato.

Nessuno suonava il clacson per segnalargli di stare attento e scendere da quel luogo non fatto per i pedoni, eppure lui era assordato da un rumore continuo.

Quella bottiglia.

Quel portafogli dimenticato.

Quel caffè non bevuto.

Si fermò perché il fiato iniziò a mancargli.

Quando prese a fissare le auto instancabili, dall’altro lato della corsia c’era un bambino di una decina d’anni. Aveva una felpa scura con il cappuccio ben piantato in testa. Con un piede appoggiato sul triangolo di segnalazione per gli incidenti, provava ad allacciarsi le scarpe, ma non ci riusciva perché una delle sue braccia era storta all’indietro, spezzata in una maniera indicibile e così frantumata da sembrare essere uscita da un frullatore.

“Ehi, attento!”, gridò con monito l’uomo.

Il ragazzo alzò il capo e lo guardò con un sorriso strano, poiché diviso a metà da un’ustione che gli aveva devastato mezza faccia.

Sapeva chi era, altrimenti non avrebbe mai indossato la telecamera.

Pianse di getto, lasciando che quell’attacco di panico prendesse il sopravvento.

Poi attraversò l’autostrada senza guardare, ma almeno la GoPro tenne gli occhi aperti per tutto il tempo.

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Incipit di Sangue e cemento

Primo capitolo di Sangue e cemento

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette, nessuno avrebbe mai detto che quei palmi e quelle dita potessero appartenere ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l’accostamento di esse ad un tipo di lavoro così manuale. Nessuna copertina può infatti mai esprimere realmente ciò che nasconde oltre la superficie.

Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell’unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell’azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.

Ne completò cinque in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.

Spalancò l’uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso ai ganci a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all’altra i tendini di Achille, assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell’uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena undici anni.

Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.

Un corpo umano contiene circa cinque litri di sangue e fondamentalmente questo liquido rosso può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell’acqua, più del vino, più dell’alcool e dell’urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all’assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.

Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.

Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell’addome di quell’uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.

Spostò il secchio e infilzò l’uomo dall’altezza dell’ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c’era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 

Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, dunque accese il macchinario e lo frullò totalmente.

Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l’organo liquido nella bacinella piena di sangue e la accostò a quella più insolita che possedeva nell’angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po’ di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare… avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.

Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere.

Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d’ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c’era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c’erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.

Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, iniziò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano era assordante, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.

Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.

Adagiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.

E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.

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Incipit de La croce nel giardino

Primo capitolo de La croce nel giardino

La croce nel giardino pasquale scalpellino

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.

Alla fine di quest’arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell’intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino quattro case identiche, dalla bellezza inaudita.

Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l’appezzamento interno che i quattro proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l’intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben tre metri e mezzo.

Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l’ingresso in tale protetto e curato giardino, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant’è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall’alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.

Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e alle fantastiche siepi che ospitava, aveva un’altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di quattro metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po’ anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.

Una croce d’oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lustrata dai proprietari. Non c’era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle quattro estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l’ingresso di quel pozzo.

Quel mercoledì mattina però, i quattro catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell’erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.

Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l’acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all’angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all’interno del giardino, tramite delle comode portefinestre.

Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì un ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino aromatico nell’acqua bollente.

Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango e aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball, se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell’inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.

Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell’ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.

Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena con il terzo proiettile.

Sean si voltò di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d’infanzia, e mostrò le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.

Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.

Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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