Incipit Il mito dell’essere sorpresi

Il mito dell'essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Primo capitolo Il mito dell’essere sorpresi

L’immobilità di quel cancello era l’apoteosi emotiva del suo attendere. I suoi occhi carezzavano le rughe di ruggine che avevano creato bolle nella pittura cascante. Aveva già premuto il pulsante del citofono, ma nessuno rispondeva, sebbene lei fosse anche un’ora in ritardo. Il sole al di là delle sbarre cercava di districarsi tra piccoli banchi di nubi bianche, i quali non minacciavano pioggia. Faceva caldo, nonostante mezzogiorno fosse ancora lontano. Sbuffò.

Come vengono prodotti i cancelli? Quante tipologie ne esistono nel mondo? Quanti ne vengono venduti al giorno in una città?

Premette di nuovo il pulsante. I suoi piedi uniti e coperti da scarpe da ginnastica giacevano su una pozzanghera d’acqua piovana, la quale inzuppava la nuda pietra di cemento grezzo. Un suono elettrico, annunciato da nessuna voce umana, disattivò finalmente la serratura. Spinse quindi il cancello ormai aperto ed entrò nella proprietà privata di quel particolare condominio napoletano.

Era strano per lei tornare a Napoli dopo la prima ondata della pandemia, durata circa sei mesi, e ancora più strano era aver deciso di passare prima del tempo con i suoi amici, anziché andare da suo fratello, il quale viveva da solo nella casa di proprietà dei loro defunti genitori. Gli aveva detto però che sarebbe atterrata qualche giorno dopo, dunque lui non sapeva che si trovasse già in città.

Sarebbe bello pilotare un aereo con benzina infinita e poter girovagare costantemente sulla superficie del mondo. Chissà quanti governi romperebbero il cazzo per il mio passaggio in spazi aerei sotto la giurisdizione di qualcuno. Chi gli ha dato poi il diritto di dichiarare il movimento proibito su determinate aree, le quali non toccano neanche la terraferma?

C’erano dodici abitazioni a pian terreno, tutte con terrazzine esterne, accessibili da quel sentiero circolare di asfalto su cui lei stava camminando. Erano in totale sei le torri bianche a ospitare gli appartamenti, ma solo quelli a pian terreno con terrazzina potevano aver accesso al cortile ad anello, che sfoggiava un campetto di calcio e basket giusto al centro. Le abitazioni superiori venivano raggiunte dagli ingressi con scale sulle facciate esterne, sui lati opposti, il che rendeva il cortile quasi privato per chi viveva al piano terra. Se non fosse stata per la posizione fuori mano rispetto al centro di Napoli, affittare una casa lì sarebbe costato parecchi soldi, ma proprio tanti.

Pomodoro viveva al numero 44, quindi lei incominciò a guardare i cancelletti neri con citofoni, dove piccoli numeri dorati sovrastavano gli aggeggi elettronici con su scritto i nomi dei padroni di casa. C’era uno strano silenzio intorno, come se tutti fossero andati via per lavoro o stessero dormendo.

Il lockdown non c’era più, eppure quello sembrava il mortorio pandemico che avrebbe tanto voluto vedere a Londra, ma che purtroppo la sua nazione non le aveva offerto in alcun modo, propinandole una reazione collettiva ben lungi da quella razionale che aveva adottato lei, e che in Italia pareva essere stata la stessa. Sentiva i propri passi digrignare sul pietrisco di pece poco assestato.

“Roby!”, chiamò una voce a lei familiare, senza gridare troppo.

Alzò lo sguardo in avanti. Ognuno dei dodici cancelletti individuali, che erano anche poco protettivi ad essere sinceri, vista la facilità con cui potevano essere scavalcati, dava accesso a una scalinata costretta tra da due basse mura, la quale saliva in maniera poco ripida verso il terrazzino in questione. A tre inferriate di distanza, uno dei suoi amici, Lyno, con la sua solita cresta e una blanda maglietta bianca, si sbracciava con i suoi tatuaggi per attirare l’attenzione. Gli sorrise con la mascherina e avanzò il passo.

Devo creare un brand vestiario quando i miei investimenti frutteranno abbastanza profitti, voglio chiamarlo Robydrugs.

Il ragazzo della sua stessa età aprì il minuto uscio di ferro e spalancò le braccia per cingerla e salutarla. Non si vedevano da più di un anno, perché quando era iniziata la pandemia lei mancava dall’Italia già da circa nove mesi. Aveva avuto una promozione a lavoro e, ricevendo di conseguenza più soldi al mese e più vacanze all’anno, aveva deciso di viaggiare per il mondo e non tornare in Italia per qualche tempo. Aveva voglia di visitare il pianeta e vivere qualche avventura. Il primo lockdown aveva rovinato i suoi piani e posticipato ancor di più il suo rientro alla nazione madre.

Si abbracciarono forte.

Il lato migliore della strada è quello con il marciapiede pulito.

“Come stai?”.

“Sopravvivo… è l’unica cosa che possiamo dire e fare di questi tempi”.

Lui rise e con un cenno del capo la invitò a salire sulla scalinata e raggiungere gli altri sulla terrazzina coperta.

“Tu?”.

“Sopravvivo anche io, ma sono uno di quelli fortunati, perché ho avuto il covid e ho beccato solo un po’ di febbre come sintomo”.

“Ottimo”, commentò e poi un piccolo gradino spaccato, con un pezzo di lastra di marmo mancante, le mise uno sgambetto e lei prese una simpatica storta alla caviglia destra.

“Cristo santo!”, imprecò quasi cadendo a faccia in giù, fermandosi con le mani a terra e avvertendo un dolore fortissimo al malleolo, sul lato esterno.

Lyno si girò e la vide inginocchiata su una gamba che si massaggiava docilmente la caviglia. Parve preoccupato e le offrì una mano per tirarsi su.

“Mi dispiace non averti avvertito. Tranquilla però, non sei l’unica che è inciampata su quel gradino maledetto. Ci siamo passati tutti”, sussurrò mentre lei riacquistava equilibrio e sicurezza.

Chissà che sapore avrebbe un brodo di ossa umane. Cannibale del cazzo, basta horror francesi nelle notti di pioggia londinesi! Raw è un bel film comunque.

“Perché bisbigli?”, chiese a bassa voce, proseguendo nel salire l’ultima parte della scalinata. Lyno si voltò e fece segno con l’indice di fare silenzio, prima di muovere le labbra e dire Teams.

Roby annuì senza capire a cosa di riferisse e lo seguì zoppicando, poiché la caviglia gridava nel suo piede destro.

In cima alla gradinata, la tettoia della terrazza copriva un ampio perimetro di mattonelle bordeaux, sovrastate da tre tavoli di plastica verdi con sedie messi uno di fianco all’altro, un’amaca sul lato sinistro, delle lettiere per gatti nei pressi della porta d’ingresso della casa e sul lato destro un barbecue, un forno in pietra per le pizze e miriadi di fioriere, che esibivano piccole piante di peperoncini piccanti e spezie di diversi colori e dimensioni.

Ai tavoli centrali, Pomodoro e Gigidò stavano rollando delle sigarette in tombale silenzio, mentre sul lato più esterno della tavolata c’era Paolino, seduto a braccia incrociate dinanzi a un portatile. Ascoltava le parole di qualcuno che recitava una formula burocratica in tono solenne, quasi da preghiera.

I due nel mezzo lasciarono perdere i drummini e si alzarono in piedi lentamente, evitando qualsiasi tipologia di rumore. Andarono ad abbracciare Roby, che zoppicante aveva raggiunto i tavoli.

La ragazza notò in quel momento, senza sentire quello che veniva dichiarato, che Paolino indossava giacca, camicia e cravatta, ma al di sotto del tavolo aveva un pantaloncino stile costume da spiaggia, piedi scalzi e infradito.

Pomodoro la strinse, dicendole che gli dispiaceva che fosse inciampata sul gradino di casa sua. Gigidò fece lo stesso, ma le chiarì anche che il loro amico si stava laureando in quel momento. Quella che parlava era la presidentessa di commissione, che da remoto stava proclamando dottori in informatica circa venti persone quella mattina.

Lei strabuzzò gli occhi.

Immagina se fossi stata tu a dover spiegare la tesi dinanzi allo schermo di un computer, inquadrata in piena faccia sotto lo sguarda di circa trenta esseri umani. Mi chiedo che colore siano le mutande dei professori, di sicuro sono vestiti proprio come Paolino in questo momento.

Si sedettero tutti e Roby notò che sul tavolo centrale vi erano due cannoni giganti, già rollati e posizionati a x, come due vecchie spade a indicare un tesoro sepolto su una cartina pirata. Quasi sicuramente si aspettava la fine della proclamazione per iniziare il festino e sballarsi. C’erano anche tre birre stappate, quindi Pomodoro ne prese una quarta, da un frigo portatile vicino alla sua sedia, e aprendola la passò a Roby, dopodiché tutti e quattro prepararono una sigaretta a testa, mentre solenne Paolino continuava la sua sceneggiata finale. La voce dal computer continuava a blaterare, ma stava iniziando adesso a chiamare dei nomi propri di persona.

Giro di accendini.

E uno di valzer, tiè!

C’erano due posacenere di ceramica al centro del tavolo.

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Il mito dell’essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Il mito dell'essere sorpresi Pasquale Scalpellino

Il mito dell’essere sorpresi

Roby torna a Napoli dopo aver trascorso la prima ondata della pandemia a Londra, città in cui vive da anni.

Dovrebbe incontrarsi con suo fratello, che vive ormai nella dimora dei suoi defunti genitori, ma decide di spendere prima del tempo con la sua vecchia comitiva, gli amici di sempre con cui faceva baldoria all’università.

Sta per verificarsi una festa spettacolare, piena di erba e alcool, qualcosa che in quei cinque mesi di lockdown era diventato impossibile anche solo immaginare.

Una storta alla caviglia, un biglietto aereo sbagliato e una strana chiacchierata riguardante il tempo sospeso, si mescoleranno ai fumi dei bagordi e si insinueranno dentro di lei pacatamente.

A causa di ciò, la ragazza intraprenderà in modo inevitabile una discesa abissale e introspettiva nei propri pensieri e nella mente che li produce, ma anche quella sarà solo l’inizio, poiché la sorpresa e il suo mito l’attenderanno alla fine del viaggio.

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Incipit de Il principio dei sei

Sirio rossi il principio dei sei

Primo capitolo de Il principio dei sei

Un nome banale per un obbiettivo sovraumano. Una definizione in parte appariscente per qualcosa che aveva importanza solo per noi.

Dieci categorie.

Dieci persone per ognuna di esse.

Dieci metodi di scelta.

Il Progetto Universo.

Così cominciò e quel nome provvisorio non venne mai cambiato, perché la sua durata fu così breve che nessuno riuscì ad accorgersi della sua esistenza, prima che fosse già concluso e non servisse più, poiché evoluto in qualcosa di diverso.

Raggiunse molti obbiettivi, forse dieci. Di esso restarono la base e le scoperte, poi tutto cambiò e divenne altro e poi ancora altro e poi altro ancora.

Era il 2022 e io avevo 12 anni.

Fui scelto tra i cento di cui vi ho accennato, ma niente fu come mi avevano promesso.

O almeno lo fu soltanto al principio, ovvero prima che raggiungessimo alcuni dei traguardi iniziali.

Penso e parlo da solo.

Penso e parlo da solo.

Il fatto è che mi hanno sottovalutato, per questo non mi hanno ucciso.

Mi hanno detto che sarebbe stata una perdita di tempo, ma in realtà vogliono coprire la verità, ovvero che potrei tornare utile un giorno.

Vogliono che invecchi, che il mio cervello inizi a perdere colpi.

Mi hanno sottovalutato.

Mi temono e posso essere utile.

Sia per loro, sia per tutti i nemici che hanno.

Buon compleanno.

***

Quando si svegliò, aveva già gli occhi aperti e la cella era illuminata e fastidiosamente bianca, come ogni dannata volta in cui ritornava alla realtà.

Lo chiamavano Circolo44, il Cubo Bianco, e lui era consapevole di aver fatto parte del team di ricerca che aveva sviluppato la tecnologia, gli algoritmi e le AI, che avevano contribuito alla realizzazione di quel posto. Aveva il 5% di colpa, quindi un po’ se lo meritava, perché non avrebbe dovuto aiutare nessuno.

Sarebbero dovuti morire tutti.

E invece era lui ad essere imprigionato, da circa 20 anni, anche se quello era un numero immaginario che ripeteva a sé stesso, visto che i calendari e gli orologi non esistevano più e lui in realtà non sapeva da quanto fosse lì.

Si alzò dal materasso. Un portello bianco alla sua medesima altezza si aprì e lo trascinò dentro il muro, lasciandolo senza letto.

Sbuffò, aveva di nuovo sognato quella specie di monologo. Quei pensieri parlati e detti a sé stesso all’interno di un buio nero e grigio, dove sperava che qualcuno ascoltasse.

Quanto avrebbe voluto avere anche un solo essere umano a cui raccontare ogni cosa. Ci sarebbero voluti anni probabilmente per spiegare tutto, anche se fosse stata una persona intelligente e specializzata ad ascoltarlo.

Restò in piedi al centro della stanza.

Tutto era bianco intorno a lui, così bianco che le luci dell’illuminazione non si distinguevano dalle pareti, dal pavimento e dal soffitto. Era come trovarsi al centro del cuore svuotato di un cubo di polistirolo freddo. Non c’erano suoni, non c’erano comunicazioni. Solo silenziosi ordini che con mutismo si verificavano. Sentiva unicamente gli odori del proprio corpo lì dentro.

E continuava a sognare quel monologo buio e grigio, che diceva a sé stesso e che gli disturbava il sonno, poiché mai avrebbe potuto condividerlo con qualcuno. Esisteva anche la possibilità che questo ipotetico interlocutore non sarebbe stato in grado di comprendere alcunché.

Si sedette al centro della stanza.

Da un muro alla sua sinistra si aprirono tre varchi. Uno conteneva un tavolinetto con una sorta di lavandino, senza canale di scolo, tutto pieno di una gelatina bluastra. Era il suo pasto ricco di nutrienti, che avrebbe dovuto mangiare con le mani. Non sporcava, anzi assorbiva addirittura i germi dalle sue dita, facendoglieli ingoiare. In questo modo il suo sistema immunitario, compromesso a causa della depressione da isolamento, poteva essere rinforzato. Speravano che si ammalasse oppure che non accadesse?

Dal secondo varco apparve una sedia a parete, dal terzo invece un piccolo cesso. Non aveva fame né bisogni impellenti, ma non era lui a decidere la propria ruotine quotidiana.

Non esistevano il tempo, i calendari, gli orologi, e se non obbediva subito a quegli ordini silenti, i varchi avrebbero ritirato tutto e ne sarebbe rimasto privo, fino al prossimo turno di routine, che lui non poteva in alcun modo sapere quando fosse.

Aveva provato a contare i secondi, ma erano furbi, e anche se lo faceva nella mente, gli ordini silenti non si verificavano mai nello stesso lasso di tempo contato in precedenza.

3499.

4848.

2222.

3332.

A volte riceveva anche un numero di pasti diverso prima dell’apparizione del letto. Volevano sempre confonderlo sui giorni o sul periodo della giornata.

Si strappò una ciocca di capelli.

Non sapeva per niente quanti anni fossero passati, aveva abbondantemente perso la bussola temporale interiore.

La sua chioma era tutta bianca e grigia ormai. Nessun capello era più marrone chiaro, o cenere come diceva sua madre.

Dovevano essere passati circa vent’anni.

Senza avere la possibilità di calcolare il tempo, quattro lustri erano un’eternità.

Rise e guardò le tre cose apparse, a breve sarebbero sparite se non si fosse alzato dal centro della stanza sulle proprie scricchiolanti gambe.

Molto spesso aveva pensato di attaccare, rompere, bloccare, violare o infilarsi in quei varchi. Ma quelli erano furbi, e probabilmente sarebbe morto se ci avesse provato. Ucciso da loro stessi o dal meccanismo automatizzato e meccanico che lo avrebbe schiacciato o storpiato. Dubitava che concedessero una via di fuga così palese e funzionale.

Si accarezzò il petto all’altezza del cuore e poi grattò nel punto dove c’era un’etichetta rossa e vuota.

Nessun nome, nessun numero.

Era troppo intelligente per non capire che serviva per dopo la sua morte, per metterci un simbolo di riconoscimento o la causa della morte sottoforma di codice.

Serviva a identificare il cadavere e non il prigioniero. Lui poi non era un carcerato come la maggioranza degli ospiti del Circolo44, lui era rinchiuso per essere protetto o nascosto, perché poteva servire ancora e perché poteva essere rapito all’improvviso da qualunque dei nemici di chi lo teneva rinchiuso. Erano furbi anche loro.

Chissà che etichetta gli avrebbero dato dopo la dipartita.

Era di sicuro ancora un tassello di valore nel mosaico del mondo. Se non fosse più servito a nessuno, perché non era stato ucciso e basta? Perché non gli avevano cancellato la memoria come a tutti gli altri esseri umani?

Si alzò in piedi.

Tutte e tre le offerte giornaliere di routine rientrarono nelle mura prima che potesse utilizzarle.

Rise.

Lo stavano prendendo in giro.

Forse chi lo osservava si era rotto dei suoi giochetti, o lo aveva sentito parlare nel sonno, o magari pensava che stesse di nuovo contando i secondi.

Si risedette e poi, da qualche parte, un’esplosione fece tremare ogni cosa.

Rise ancora.

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Il principio dei sei di Sirio Rossi

Il principio dei sei Sirio Rossi

Il principio dei sei

Da oltre vent’anni, un uomo è rinchiuso all’interno del Circolo44, dopo aver subito un voltafaccia da parte dei governi mondiali che aveva aiutato a preservare. Si tratta di Martin Hilltop, uno dei cento membri del Progetto Universo, un consiglio di geni internazionale a fondi illimitati, il cui scopo di esistere era quello di risolvere le catastrofi globali da dietro le quinte.

S02 e R05 sono due mercenari spietati, ingaggiati da un cliente anonimo per individuare proprio il Circolo44. Una volta raggiunto l’obbiettivo però, gli viene ordinato di liberare uno degli ospiti per un compenso ulteriore. Non potranno tirarsi indietro, anche se la prigione gestita dalle intelligenze artificiali è purtroppo inespugnabile.

Cole è invece intrappolato nell’abitacolo frontale del suo Transteiner, dopo aver deliberatamente deciso di deviare la propria traiettoria di viaggio per scappare. Il mezzo ha preso fuoco e lui è stato abbandonato dalla Nazione a causa della disobbedienza. Ha poco tempo per trovare una soluzione e liberarsi prima di rimetterci la pelle.

Katia vaga nuda nella notte gelida, con il cuore vuoto di amore e il cervello pieno di traumi.

“Il principio dei sei” è un romanzo di fantascienza di Sirio Rossi, seguito diretto della raccolta di racconti “Il mondo nuovo”, dalle cui storie prenderà in prestito ben cinque protagonisti e di cui proseguirà le vicende, continuando a esplorare l’universo fantascientifico creato dall’autore, attraverso due fughe e due viaggi di sei personaggi chiave.

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Lupi di Rafael Spike

Lupi Rafael spike

Lupi

Homo Homini Lupus.

L’uomo è lupo dell’uomo poiché, in uno stato di natura senza leggi, sarebbe mosso soltanto da istinto di sopravvivenza e sopraffazione verso gli altri, un puro egoismo nel raggiungimento dei propri desideri anche se questo dovesse causare danni ai suoi simili.

Da quando la pandemia ha colpito l’umanità nel 2020, questo concetto di Thomas Hobbes ha raggiunto forse il suo apice massimo, mostrando che, anche in uno stato di difficoltà globale come quello che stiamo vivendo, tale legge di natura è sempre valida.

Lupi è la prima raccolta di racconti horror ufficiale di Rafael Spike, il quale ha voluto sottolineare questo pensiero attraverso la narrazione di dodici storie terrificanti che indagano la violenza, la paura e le reazioni umane esagerate all’interno della pandemia. Non mancano di essere toccati temi come l’ansia, la depressione, la violenza sulle donne e la paura del futuro, i quali vengono tradotti in chiave letteraria con l’utilizzo di figure come fantasmi, demoni, serial killer, stalker, stupratori e visioni distorte della realtà.

I protagonisti e gli antagonisti di queste storie sono i lupi del mondo pre-pandemico, i quali, bloccati adesso in lockdown, distanziamento sociale, quarantene e mascherine, non fanno altro che accrescere la loro essenza trasformandosi in esseri ancor più malvagi.

L’horror ha bisogno di essere reinventato in nuove figure umane e spauracchi demoniaci legati alla nuova normalità, alle sue nuove ansie, ai suoi nuovi terrori e ai suoi nuovi problemi e crimini, e Rafael Spike con questa raccolta ha cercato di perseguire proprio questo obbiettivo.

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Incipit di Le nuove colpe

Le nuove colpe pasquale scalpellino

Primo capitolo di Le nuove colpe

Non pensava di riuscire a sollevare sul serio tutto, finché non aveva avvolto ogni cosa in quel telone di plastica. Aveva utilizzato le corde come fissaggio e maniglie e poi issato in spalla il peso a mo’ di zaino.

All’inizio aveva barcollato, quasi rischiando di finire faccia a terra con l’ingombro addosso, ma le sue ginocchia avevano resistito e ora poteva osservare quel manto lucente e bluastro giacere disteso nel vano posteriore del suo furgone.

Chiuse i portelloni e raggiunse il lato del guidatore.

Guardò indietro nel parcheggio vuoto che stava per abbandonare: voleva controllare per un solo istante se avesse dimenticato qualcosa.

Non c’era niente, tranne qualche automobile parcheggiata. Le luci al neon riflettevano sulla pietra nera e lucida con strisce gialle, come se niente di male fosse mai accaduto.

Nessuna macchia, nessun ricordo.

Un bicchiere anonimo appena uscito da una lavastoviglie con detersivo al limone.

Trasse un respiro che sapeva di chiuso e salì sul veicolo. Mise in moto, sul lato del passeggero c’era quello che aveva utilizzato per il nuovo lavoro.

Niente di compromettente per chi non avesse competenze chimiche, ma tanto non doveva andare lontano. Il suo obbiettivo di scarico distava meno di tre chilometri e, alle due di notte di un giorno qualsiasi di agosto, chi avrebbe mai fermato un furgone, durante la pandemia nella capitale inglese. La polizia era di sicuro impelagata a cercare i rave illegali, che tra l’altro stavano dilagando peggio del virus stesso. Si vociferava di una nuova ondata a settembre proprio a causa di chi faceva festini, viaggiava all’estero e si ammassava in spiaggia.

Partì e uscì fuori da quel parcheggio a più piani in pochi minuti, senza incontrare nessuno.

La strada in centro a Londra in cui si immise era altrettanto deserta, come anche il cielo violaceo e leggermente nero che ospitava solo una luna mezza viva. Le stelle erano tutte morte.

I lampioni a luci gialle e arancioni ospitavano cataste di zanzare maschio, troppo stupide e grosse per non capire la fallacia di quelle fonti di calore, deludendo chi succhiava sangue altrove. I grattacieli erano tutti spenti, anche se il lockdown era finito e con esso la maggioranza delle restrizioni. A nessuno dunque dava fastidio il gas di scarico e il borbottio del suo mezzo che transitava.

Si fermò a un semaforo rosso, all’incrocio una volpe addentava buste dell’immondizia non ritirate dal servizio dei netturbini comunali. Era magra e con una zampa malmessa.

Sorrise, quando il verde si affermò.

Ripartì subito e arrivò al luogo designato in men che non si dica, sempre in solitudine.

Senza radio, senza parlare.

Il furgone si fermò in un posto ancor più desolato e anonimo del precedente. La chiave venne girata nel quadro, prima che i portelloni posteriori venissero nuovamente aperti.

Le sue mani tirarono giù con poca grazia il telone di plastica, afferrandolo sempre dalle corde.

Il suono dell’urto fu abbastanza strano.

Dalla parte superiore aperta rotolò fuori infatti una mascella sanguinante, strappata da un viso, ma attaccata ad un anello di metallo che aveva spaccato parte dei denti. La carne era fresca e grondante. La catena agganciata a quel cerchio di ferro si allungava e svaniva nell’incerata.

Una pozza di sangue cominciò ad allargarsi.

Ignorò tutto e prese la scopa che aveva nel vano.

Prima di creare palco e spettacolo, doveva seppellire con i detriti le impronte del furgone.

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Le nuove colpe di Pasquale Scalpellino

Le nuove colpe Pasquale Scalpellino

Le nuove colpe

Zed Unknown, il primo serial killer della pandemia, è sparito ormai da quasi due settimane e i due agenti incaricati del caso, l’ispettore Richard Storming e l’agente Stuart Grogan del New Scotland Yard, non sono in grado di trovare una pista con cui rintracciarlo di nuovo e metterlo finalmente dietro le sbarre.

Ha ucciso cinque persone con diversi modus operandi, scrivendo lettere sui loro corpi per comunicare un indirizzo e-mail con cui essere contattato. Il suo obbiettivo era punire chi non seguiva le restrizioni governative per impedire il diffondersi del coronavirus.

Zed non desidera che il mondo ritorni alla normalità poiché quest’ultimo non era migliore di quello pandemico in cui ormai viviamo. Ciò che voleva comunicare è che nella nuova normalità sta prendendo piede una nuova tipologia di criminalità, la quale necessita di una nuova giustizia per essere fermata.

Richard sta ormai lavorando da casa, per problemi di salute, ed è convinto che il serial killer sia fermo poiché ha intenzione di ritornare in grande stile, come la prima volta.

Stuart lavora dunque da solo al dipartimento, cercando di trovare, nei crimini e negli omicidi quotidiani che si verificano a Londra, degli indizi che smascherino la presenza celata e lo zampino di Zed Unknown.

Il serial killer sta comunque per rientrare in scena sul serio e lo farà il giorno in cui Sarah, la nipote di Stuart, parteciperà ad una manifestazione BLM insieme alla sua migliore amica.

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Lupi: I numeri di Wom di Rafael Spike

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Lupi: I numeri di Wom

Uscii dalla mia stanza.

Il linoleum blu era una superficie compatta e regolare che sottostava il corridoio vuoto e silenzioso. Asettico era l’ambiente, un po’ terrorizzato il mio animo. Le luci accese ovunque simboleggiavano la paura onirica da cui ero scappata, uno spreco su un conto già in rosso, una pisciata di merda nella fogna sotterranea di una metropoli urbana. Attraverso gli oblò rettangolari con retine metalliche sottili, la mancanza dei miei colleghi era poco rassicurante, sebbene ovvia. Mi sudavano i piedi nelle pantofole da infermiera. Non avevo messo la mascherina e non avevo indossato i guanti in lattice. In linea teorica stavo potenzialmente infettando un luogo comune in una struttura sterile. Eravamo tutti testati una volta ogni due giorni. I miei tamponi non erano mai risultati positivi in un anno intero e io il virus lo maneggiavo per lavoro.

Un crash di vetro si ripeté e poi ancora e ancora e ancora.

Più passeggiavo senza creare rumore, alla fine di quell’immenso corridoio dove mi aspettavo che sbucasse di tutto, in modo tale da mitigare un infarto per un colpo improvviso, più il rumore aumentava. Più mi dirigevo verso quella che pareva la fonte scatenante di esso e più capivo che con alta probabilità si trattava di provette di vetro che venivano frantumate.

Mi portai le mani al petto e iniziarono a tremarmi, ma non rallentai la mia avanzata.
Immaginai tre cose.

La prima, la più ottimistica, era un macchinario inceppato che facendo viaggiare le ampolle da un punto A ad un punto B, le accumulava a ridosso dell’ostacolo creatosi, facendole quindi cadere.
La seconda, la più fantasiosa, era la presenza di una spia internazionale nella struttura, che mi avrebbe ucciso perché stava sabotando e rubando i nostri progetti.
La terza, la più terrificante, includeva un mio collega impazzito che masticava fiale contenenti vaccini, virus e altro materiale genetico soggetto a studio.

Non potevano esistere per me altre spiegazioni oltre a queste.

Giunsi al termine del corridoio dopo alcuni metri, sentii il rumore accelerare e mi fece battere i denti, come se fossi io a masticare il vetro che mi distruggeva le gengive limandomi le ossa della mascella, magari intaccandole di netto.

Le fauci si serravano e le provette esplodevano.

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Lupi: Fantasmi dimenticati di Rafael Spike

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Lupi: Fantasmi dimenticati

Tenne premuto il pulsante di accensione per una ventina di secondi, ma l’arresto d’emergenza o il riavvio forzato non si verificarono.

Questo era ancora più spaventoso.
Staccò la spina, ma essendo un portatile non si spense. La batteria era al massimo.
“Si scaricherà, prima o poi”.

O magari si sblocca.
O magari chiami un tecnico.
Prese il cellulare e inviò un messaggio a William per spiegargli l’accaduto. Il simbolo dell’orologio apparve in basso alla casella di testo verde e questo gli fece notare che non aveva connessione.
Che stava succedendo?

Abbassò la finestra delle notifiche e delle impostazioni. Il Wi-Fi era attivo ma non era connesso a nessuna rete, anzi non ne rilevava nemmeno una. Si stranì. Era una cosa alquanto anomala, visto che le quattro reti dei quattro appartamenti del palazzo, di cui uno era il suo, erano sempre attive.

Si girò verso il divano e quasi gli cadde lo smartphone dalle dita.
Il modem non c’era più. Due cavi bianchi e penzolanti baciavano il parquet privi di vita, tirati fuori dall’ingresso di plastica del router, dove per anni avevano banchettato a suon di elettricità.

Si voltò allora verso il computer e lo trovò spento.

Rabbrividì.

Qualcosa non andava: quello doveva essere un cazzo di sogno, una caspita di allucinazione o un fottuto prank. Cosa ci mettevano in quel merdoso tea alla fragola e alle more? Ci scioglievano o essiccavano anche i funghi per caso? Era andato a male?
Provò allora ad accendere il laptop, però questi non obbedì. Reinserì la spina, come se desse per scontato che fosse solo la batteria ad essersi fulmineamente scaricata.
Premette il bottone con cerchio e trattino e non accadde nulla.

È tutto uno scherzo di William?
E il router? Un trojan può risucchiare fisicamente qualcosa nel cyberspazio?
“Cazzo! Cazzo! Cazzo!” e si accorse che in realtà il suo intero appartamento era caduto vittima di un calo di corrente. Non sentiva più il deumidificatore. La luce in cucina era spenta e quella sulla sua testa anche. Ora era il sole del tramonto ad illuminare quel poco che c’era.

Non se n’era accorto.

Deglutì.

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Lupi: Gli esseri invisibili di Rafael Spike

Lupi gli esseri invisibili rafael spike

Lupi: Gli esseri invisibili

Oggetto: (nessun oggetto)
Da: j.roland62@gmail.com
A: ginny.mered90@gmail.com
Data: 20 feb 2021, 8:09

Sono la persona meno adatta a cui poteva capitare ciò che mi ha spinto a inviarle questa e-mail, cara signorina Meredith. Scusi se la forma è pessima e se per caso sto trascurando qualche tipologia di decoro o formalità che in questi casi si usano, ma come già detto sono sia la persona sbagliata che quella ancorata alle telefonate.
Ho quasi sessant’anni e con la tecnologia litigo.
Scrivo a lei comunque perché ho visitato il suo sito web e mi è parsa una persona affidabile, ma soprattutto molto competente circa la materia; peccato solo che nei contatti ci siano i social e l’indirizzo e-mail, senza nessun numero telefonico.
Ho letto qualche mese fa alcuni suoi articoli e ammetto di averli trovati spettacolari. Parlo in particolare di quello delle legioni di Astaroth e quello sulle Sirene Diurne, li ho addirittura fatti leggere entrambi anche a mia suocera che è over ottanta ed è scettica sin dalla nascita. Ne è stata piacevolmente impressionata, pure alcune sue amiche alla casa di riposo lo sono state.
Sono pronto ad ospitarla a casa mia se è necessario. Il mio è un paesino di meno di un migliaio di abitanti e l’unico albergo presente, se si può definire così, si trova appena fuori il confine autostradale ed è una scialba riproduzione di un hotel ad ore degli anni ottanta, la cui nomea possiede ad ogni modo solo la modalità di pagamento in comune con quella tipologia di residence. Ad essere sincero non comprendo neanche come possa essere ancora aperto, visto che le leggi governative sono abbastanza proibitive con quel settore. Forse è un’apertura illegale. Non lo so, è da un po’ che non ci capisco più niente con questi cambi di programma e disegni politici altalenanti.
Altrimenti, se per lei fosse un problema questa soluzione, considerando anche questi tempi di pandemia, potrei accompagnarla alla città più vicina che dista trenta minuti da qui e poi magari ci organizziamo come meglio crede per gli incontri.
Mi faccia sapere al più presto, sennò mi vedrò costretto a chiamare qualcun altro. Mi raccomando che ci sia massima segretezza con media e giornalisti, ci rimetterebbe anche lei.
Non dico nulla più, perché voglio discuterne dal vivo o al massimo telefonicamente. Le allego una fotografia per scioccarla, incuriosirla, interessarla e farla venire qui.
Non ha idea di quello che le aspetta.

A presto,
Jeremy Roland.
(Wigan, 34 Native Street, L28 9KO)
P.S. io li chiamo gli Esseri Invisibili.

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