Incipit Il mito dell’essere sorpresi

Il mito dell'essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Primo capitolo Il mito dell’essere sorpresi

L’immobilità di quel cancello era l’apoteosi emotiva del suo attendere. I suoi occhi carezzavano le rughe di ruggine che avevano creato bolle nella pittura cascante. Aveva già premuto il pulsante del citofono, ma nessuno rispondeva, sebbene lei fosse anche un’ora in ritardo. Il sole al di là delle sbarre cercava di districarsi tra piccoli banchi di nubi bianche, i quali non minacciavano pioggia. Faceva caldo, nonostante mezzogiorno fosse ancora lontano. Sbuffò.

Come vengono prodotti i cancelli? Quante tipologie ne esistono nel mondo? Quanti ne vengono venduti al giorno in una città?

Premette di nuovo il pulsante. I suoi piedi uniti e coperti da scarpe da ginnastica giacevano su una pozzanghera d’acqua piovana, la quale inzuppava la nuda pietra di cemento grezzo. Un suono elettrico, annunciato da nessuna voce umana, disattivò finalmente la serratura. Spinse quindi il cancello ormai aperto ed entrò nella proprietà privata di quel particolare condominio napoletano.

Era strano per lei tornare a Napoli dopo la prima ondata della pandemia, durata circa sei mesi, e ancora più strano era aver deciso di passare prima del tempo con i suoi amici, anziché andare da suo fratello, il quale viveva da solo nella casa di proprietà dei loro defunti genitori. Gli aveva detto però che sarebbe atterrata qualche giorno dopo, dunque lui non sapeva che si trovasse già in città.

Sarebbe bello pilotare un aereo con benzina infinita e poter girovagare costantemente sulla superficie del mondo. Chissà quanti governi romperebbero il cazzo per il mio passaggio in spazi aerei sotto la giurisdizione di qualcuno. Chi gli ha dato poi il diritto di dichiarare il movimento proibito su determinate aree, le quali non toccano neanche la terraferma?

C’erano dodici abitazioni a pian terreno, tutte con terrazzine esterne, accessibili da quel sentiero circolare di asfalto su cui lei stava camminando. Erano in totale sei le torri bianche a ospitare gli appartamenti, ma solo quelli a pian terreno con terrazzina potevano aver accesso al cortile ad anello, che sfoggiava un campetto di calcio e basket giusto al centro. Le abitazioni superiori venivano raggiunte dagli ingressi con scale sulle facciate esterne, sui lati opposti, il che rendeva il cortile quasi privato per chi viveva al piano terra. Se non fosse stata per la posizione fuori mano rispetto al centro di Napoli, affittare una casa lì sarebbe costato parecchi soldi, ma proprio tanti.

Pomodoro viveva al numero 44, quindi lei incominciò a guardare i cancelletti neri con citofoni, dove piccoli numeri dorati sovrastavano gli aggeggi elettronici con su scritto i nomi dei padroni di casa. C’era uno strano silenzio intorno, come se tutti fossero andati via per lavoro o stessero dormendo.

Il lockdown non c’era più, eppure quello sembrava il mortorio pandemico che avrebbe tanto voluto vedere a Londra, ma che purtroppo la sua nazione non le aveva offerto in alcun modo, propinandole una reazione collettiva ben lungi da quella razionale che aveva adottato lei, e che in Italia pareva essere stata la stessa. Sentiva i propri passi digrignare sul pietrisco di pece poco assestato.

“Roby!”, chiamò una voce a lei familiare, senza gridare troppo.

Alzò lo sguardo in avanti. Ognuno dei dodici cancelletti individuali, che erano anche poco protettivi ad essere sinceri, vista la facilità con cui potevano essere scavalcati, dava accesso a una scalinata costretta tra da due basse mura, la quale saliva in maniera poco ripida verso il terrazzino in questione. A tre inferriate di distanza, uno dei suoi amici, Lyno, con la sua solita cresta e una blanda maglietta bianca, si sbracciava con i suoi tatuaggi per attirare l’attenzione. Gli sorrise con la mascherina e avanzò il passo.

Devo creare un brand vestiario quando i miei investimenti frutteranno abbastanza profitti, voglio chiamarlo Robydrugs.

Il ragazzo della sua stessa età aprì il minuto uscio di ferro e spalancò le braccia per cingerla e salutarla. Non si vedevano da più di un anno, perché quando era iniziata la pandemia lei mancava dall’Italia già da circa nove mesi. Aveva avuto una promozione a lavoro e, ricevendo di conseguenza più soldi al mese e più vacanze all’anno, aveva deciso di viaggiare per il mondo e non tornare in Italia per qualche tempo. Aveva voglia di visitare il pianeta e vivere qualche avventura. Il primo lockdown aveva rovinato i suoi piani e posticipato ancor di più il suo rientro alla nazione madre.

Si abbracciarono forte.

Il lato migliore della strada è quello con il marciapiede pulito.

“Come stai?”.

“Sopravvivo… è l’unica cosa che possiamo dire e fare di questi tempi”.

Lui rise e con un cenno del capo la invitò a salire sulla scalinata e raggiungere gli altri sulla terrazzina coperta.

“Tu?”.

“Sopravvivo anche io, ma sono uno di quelli fortunati, perché ho avuto il covid e ho beccato solo un po’ di febbre come sintomo”.

“Ottimo”, commentò e poi un piccolo gradino spaccato, con un pezzo di lastra di marmo mancante, le mise uno sgambetto e lei prese una simpatica storta alla caviglia destra.

“Cristo santo!”, imprecò quasi cadendo a faccia in giù, fermandosi con le mani a terra e avvertendo un dolore fortissimo al malleolo, sul lato esterno.

Lyno si girò e la vide inginocchiata su una gamba che si massaggiava docilmente la caviglia. Parve preoccupato e le offrì una mano per tirarsi su.

“Mi dispiace non averti avvertito. Tranquilla però, non sei l’unica che è inciampata su quel gradino maledetto. Ci siamo passati tutti”, sussurrò mentre lei riacquistava equilibrio e sicurezza.

Chissà che sapore avrebbe un brodo di ossa umane. Cannibale del cazzo, basta horror francesi nelle notti di pioggia londinesi! Raw è un bel film comunque.

“Perché bisbigli?”, chiese a bassa voce, proseguendo nel salire l’ultima parte della scalinata. Lyno si voltò e fece segno con l’indice di fare silenzio, prima di muovere le labbra e dire Teams.

Roby annuì senza capire a cosa di riferisse e lo seguì zoppicando, poiché la caviglia gridava nel suo piede destro.

In cima alla gradinata, la tettoia della terrazza copriva un ampio perimetro di mattonelle bordeaux, sovrastate da tre tavoli di plastica verdi con sedie messi uno di fianco all’altro, un’amaca sul lato sinistro, delle lettiere per gatti nei pressi della porta d’ingresso della casa e sul lato destro un barbecue, un forno in pietra per le pizze e miriadi di fioriere, che esibivano piccole piante di peperoncini piccanti e spezie di diversi colori e dimensioni.

Ai tavoli centrali, Pomodoro e Gigidò stavano rollando delle sigarette in tombale silenzio, mentre sul lato più esterno della tavolata c’era Paolino, seduto a braccia incrociate dinanzi a un portatile. Ascoltava le parole di qualcuno che recitava una formula burocratica in tono solenne, quasi da preghiera.

I due nel mezzo lasciarono perdere i drummini e si alzarono in piedi lentamente, evitando qualsiasi tipologia di rumore. Andarono ad abbracciare Roby, che zoppicante aveva raggiunto i tavoli.

La ragazza notò in quel momento, senza sentire quello che veniva dichiarato, che Paolino indossava giacca, camicia e cravatta, ma al di sotto del tavolo aveva un pantaloncino stile costume da spiaggia, piedi scalzi e infradito.

Pomodoro la strinse, dicendole che gli dispiaceva che fosse inciampata sul gradino di casa sua. Gigidò fece lo stesso, ma le chiarì anche che il loro amico si stava laureando in quel momento. Quella che parlava era la presidentessa di commissione, che da remoto stava proclamando dottori in informatica circa venti persone quella mattina.

Lei strabuzzò gli occhi.

Immagina se fossi stata tu a dover spiegare la tesi dinanzi allo schermo di un computer, inquadrata in piena faccia sotto lo sguarda di circa trenta esseri umani. Mi chiedo che colore siano le mutande dei professori, di sicuro sono vestiti proprio come Paolino in questo momento.

Si sedettero tutti e Roby notò che sul tavolo centrale vi erano due cannoni giganti, già rollati e posizionati a x, come due vecchie spade a indicare un tesoro sepolto su una cartina pirata. Quasi sicuramente si aspettava la fine della proclamazione per iniziare il festino e sballarsi. C’erano anche tre birre stappate, quindi Pomodoro ne prese una quarta, da un frigo portatile vicino alla sua sedia, e aprendola la passò a Roby, dopodiché tutti e quattro prepararono una sigaretta a testa, mentre solenne Paolino continuava la sua sceneggiata finale. La voce dal computer continuava a blaterare, ma stava iniziando adesso a chiamare dei nomi propri di persona.

Giro di accendini.

E uno di valzer, tiè!

C’erano due posacenere di ceramica al centro del tavolo.

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Il mito dell’essere sorpresi di Pasquale Scalpellino

Il mito dell'essere sorpresi Pasquale Scalpellino

Il mito dell’essere sorpresi

Roby torna a Napoli dopo aver trascorso la prima ondata della pandemia a Londra, città in cui vive da anni.

Dovrebbe incontrarsi con suo fratello, che vive ormai nella dimora dei suoi defunti genitori, ma decide di spendere prima del tempo con la sua vecchia comitiva, gli amici di sempre con cui faceva baldoria all’università.

Sta per verificarsi una festa spettacolare, piena di erba e alcool, qualcosa che in quei cinque mesi di lockdown era diventato impossibile anche solo immaginare.

Una storta alla caviglia, un biglietto aereo sbagliato e una strana chiacchierata riguardante il tempo sospeso, si mescoleranno ai fumi dei bagordi e si insinueranno dentro di lei pacatamente.

A causa di ciò, la ragazza intraprenderà in modo inevitabile una discesa abissale e introspettiva nei propri pensieri e nella mente che li produce, ma anche quella sarà solo l’inizio, poiché la sorpresa e il suo mito l’attenderanno alla fine del viaggio.

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Lupi di Rafael Spike

Lupi Rafael spike

Lupi

Homo Homini Lupus.

L’uomo è lupo dell’uomo poiché, in uno stato di natura senza leggi, sarebbe mosso soltanto da istinto di sopravvivenza e sopraffazione verso gli altri, un puro egoismo nel raggiungimento dei propri desideri anche se questo dovesse causare danni ai suoi simili.

Da quando la pandemia ha colpito l’umanità nel 2020, questo concetto di Thomas Hobbes ha raggiunto forse il suo apice massimo, mostrando che, anche in uno stato di difficoltà globale come quello che stiamo vivendo, tale legge di natura è sempre valida.

Lupi è la prima raccolta di racconti horror ufficiale di Rafael Spike, il quale ha voluto sottolineare questo pensiero attraverso la narrazione di dodici storie terrificanti che indagano la violenza, la paura e le reazioni umane esagerate all’interno della pandemia. Non mancano di essere toccati temi come l’ansia, la depressione, la violenza sulle donne e la paura del futuro, i quali vengono tradotti in chiave letteraria con l’utilizzo di figure come fantasmi, demoni, serial killer, stalker, stupratori e visioni distorte della realtà.

I protagonisti e gli antagonisti di queste storie sono i lupi del mondo pre-pandemico, i quali, bloccati adesso in lockdown, distanziamento sociale, quarantene e mascherine, non fanno altro che accrescere la loro essenza trasformandosi in esseri ancor più malvagi.

L’horror ha bisogno di essere reinventato in nuove figure umane e spauracchi demoniaci legati alla nuova normalità, alle sue nuove ansie, ai suoi nuovi terrori e ai suoi nuovi problemi e crimini, e Rafael Spike con questa raccolta ha cercato di perseguire proprio questo obbiettivo.

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Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Soldi e sudore di Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore

In un’onirica città dormiente a causa dei mesi trascorsi in lockdown, un noto signore in completo marrone si sta dirigendo ad un’importantissima e soprattutto segreta festa, i cui invitati sono tra l’altro i membri più eccelsi e rinomati della finanza e delle multinazionali del mondo. Indossa i guanti di pelle e, nonostante il clima abbastanza freddo, in quell’ascensore dorato lui sta sudando.

Si tratta comunque di Leonard Spandex, il CEO di uno dei giganti farmaceutici internazionali più influenti e anche il padrone indiscusso dello shampoo antiforfora.

Questo è il primo evento mondano a cui prende parte da quando è cominciata la fine del mondo contemporaneo, ma è anche la prima cena di Bayns a cui partecipa poiché le sue attività lavorative si svolgono primariamente in Europa, dunque molto lontane rispetto alle sedi celebrative del re dei supermercati.

Patrick è invece uno dei camerieri di quel catering segreto che al di là della pandemia non ha mai smesso di lavorare. Lui è appassionato di filosofia e scienza, ma oltre ad interessarsi un po’ alla storia in generale non ha concluso gli studi.

I due non hanno nulla in comune se non la festa e non sono destinati ad incontrarsi e conoscersi. In una cena galante però tutto può accadere e saranno forse gli eventi inaspettati a permettere ai due di sfiorarsi.

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