
Primo capitolo de Il principio dei sei
Un nome banale per un obbiettivo sovraumano. Una definizione in parte appariscente per qualcosa che aveva importanza solo per noi.
Dieci categorie.
Dieci persone per ognuna di esse.
Dieci metodi di scelta.
Il Progetto Universo.
Così cominciò e quel nome provvisorio non venne mai cambiato, perché la sua durata fu così breve che nessuno riuscì ad accorgersi della sua esistenza, prima che fosse già concluso e non servisse più, poiché evoluto in qualcosa di diverso.
Raggiunse molti obbiettivi, forse dieci. Di esso restarono la base e le scoperte, poi tutto cambiò e divenne altro e poi ancora altro e poi altro ancora.
Era il 2022 e io avevo 12 anni.
Fui scelto tra i cento di cui vi ho accennato, ma niente fu come mi avevano promesso.
O almeno lo fu soltanto al principio, ovvero prima che raggiungessimo alcuni dei traguardi iniziali.
Penso e parlo da solo.
Penso e parlo da solo.
Il fatto è che mi hanno sottovalutato, per questo non mi hanno ucciso.
Mi hanno detto che sarebbe stata una perdita di tempo, ma in realtà vogliono coprire la verità, ovvero che potrei tornare utile un giorno.
Vogliono che invecchi, che il mio cervello inizi a perdere colpi.
Mi hanno sottovalutato.
Mi temono e posso essere utile.
Sia per loro, sia per tutti i nemici che hanno.
Buon compleanno.
***
Quando si svegliò, aveva già gli occhi aperti e la cella era illuminata e fastidiosamente bianca, come ogni dannata volta in cui ritornava alla realtà.
Lo chiamavano Circolo44, il Cubo Bianco, e lui era consapevole di aver fatto parte del team di ricerca che aveva sviluppato la tecnologia, gli algoritmi e le AI, che avevano contribuito alla realizzazione di quel posto. Aveva il 5% di colpa, quindi un po’ se lo meritava, perché non avrebbe dovuto aiutare nessuno.
Sarebbero dovuti morire tutti.
E invece era lui ad essere imprigionato, da circa 20 anni, anche se quello era un numero immaginario che ripeteva a sé stesso, visto che i calendari e gli orologi non esistevano più e lui in realtà non sapeva da quanto fosse lì.
Si alzò dal materasso. Un portello bianco alla sua medesima altezza si aprì e lo trascinò dentro il muro, lasciandolo senza letto.
Sbuffò, aveva di nuovo sognato quella specie di monologo. Quei pensieri parlati e detti a sé stesso all’interno di un buio nero e grigio, dove sperava che qualcuno ascoltasse.
Quanto avrebbe voluto avere anche un solo essere umano a cui raccontare ogni cosa. Ci sarebbero voluti anni probabilmente per spiegare tutto, anche se fosse stata una persona intelligente e specializzata ad ascoltarlo.
Restò in piedi al centro della stanza.
Tutto era bianco intorno a lui, così bianco che le luci dell’illuminazione non si distinguevano dalle pareti, dal pavimento e dal soffitto. Era come trovarsi al centro del cuore svuotato di un cubo di polistirolo freddo. Non c’erano suoni, non c’erano comunicazioni. Solo silenziosi ordini che con mutismo si verificavano. Sentiva unicamente gli odori del proprio corpo lì dentro.
E continuava a sognare quel monologo buio e grigio, che diceva a sé stesso e che gli disturbava il sonno, poiché mai avrebbe potuto condividerlo con qualcuno. Esisteva anche la possibilità che questo ipotetico interlocutore non sarebbe stato in grado di comprendere alcunché.
Si sedette al centro della stanza.
Da un muro alla sua sinistra si aprirono tre varchi. Uno conteneva un tavolinetto con una sorta di lavandino, senza canale di scolo, tutto pieno di una gelatina bluastra. Era il suo pasto ricco di nutrienti, che avrebbe dovuto mangiare con le mani. Non sporcava, anzi assorbiva addirittura i germi dalle sue dita, facendoglieli ingoiare. In questo modo il suo sistema immunitario, compromesso a causa della depressione da isolamento, poteva essere rinforzato. Speravano che si ammalasse oppure che non accadesse?
Dal secondo varco apparve una sedia a parete, dal terzo invece un piccolo cesso. Non aveva fame né bisogni impellenti, ma non era lui a decidere la propria ruotine quotidiana.
Non esistevano il tempo, i calendari, gli orologi, e se non obbediva subito a quegli ordini silenti, i varchi avrebbero ritirato tutto e ne sarebbe rimasto privo, fino al prossimo turno di routine, che lui non poteva in alcun modo sapere quando fosse.
Aveva provato a contare i secondi, ma erano furbi, e anche se lo faceva nella mente, gli ordini silenti non si verificavano mai nello stesso lasso di tempo contato in precedenza.
3499.
4848.
2222.
3332.
A volte riceveva anche un numero di pasti diverso prima dell’apparizione del letto. Volevano sempre confonderlo sui giorni o sul periodo della giornata.
Si strappò una ciocca di capelli.
Non sapeva per niente quanti anni fossero passati, aveva abbondantemente perso la bussola temporale interiore.
La sua chioma era tutta bianca e grigia ormai. Nessun capello era più marrone chiaro, o cenere come diceva sua madre.
Dovevano essere passati circa vent’anni.
Senza avere la possibilità di calcolare il tempo, quattro lustri erano un’eternità.
Rise e guardò le tre cose apparse, a breve sarebbero sparite se non si fosse alzato dal centro della stanza sulle proprie scricchiolanti gambe.
Molto spesso aveva pensato di attaccare, rompere, bloccare, violare o infilarsi in quei varchi. Ma quelli erano furbi, e probabilmente sarebbe morto se ci avesse provato. Ucciso da loro stessi o dal meccanismo automatizzato e meccanico che lo avrebbe schiacciato o storpiato. Dubitava che concedessero una via di fuga così palese e funzionale.
Si accarezzò il petto all’altezza del cuore e poi grattò nel punto dove c’era un’etichetta rossa e vuota.
Nessun nome, nessun numero.
Era troppo intelligente per non capire che serviva per dopo la sua morte, per metterci un simbolo di riconoscimento o la causa della morte sottoforma di codice.
Serviva a identificare il cadavere e non il prigioniero. Lui poi non era un carcerato come la maggioranza degli ospiti del Circolo44, lui era rinchiuso per essere protetto o nascosto, perché poteva servire ancora e perché poteva essere rapito all’improvviso da qualunque dei nemici di chi lo teneva rinchiuso. Erano furbi anche loro.
Chissà che etichetta gli avrebbero dato dopo la dipartita.
Era di sicuro ancora un tassello di valore nel mosaico del mondo. Se non fosse più servito a nessuno, perché non era stato ucciso e basta? Perché non gli avevano cancellato la memoria come a tutti gli altri esseri umani?
Si alzò in piedi.
Tutte e tre le offerte giornaliere di routine rientrarono nelle mura prima che potesse utilizzarle.
Rise.
Lo stavano prendendo in giro.
Forse chi lo osservava si era rotto dei suoi giochetti, o lo aveva sentito parlare nel sonno, o magari pensava che stesse di nuovo contando i secondi.
Si risedette e poi, da qualche parte, un’esplosione fece tremare ogni cosa.
Rise ancora.
Clicca qui per acquistare l’ebook.








