Incipit de La croce nel giardino

Primo capitolo de La croce nel giardino

La croce nel giardino pasquale scalpellino

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.

Alla fine di quest’arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell’intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino quattro case identiche, dalla bellezza inaudita.

Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l’appezzamento interno che i quattro proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l’intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben tre metri e mezzo.

Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l’ingresso in tale protetto e curato giardino, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant’è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall’alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.

Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e alle fantastiche siepi che ospitava, aveva un’altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di quattro metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po’ anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.

Una croce d’oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lustrata dai proprietari. Non c’era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle quattro estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l’ingresso di quel pozzo.

Quel mercoledì mattina però, i quattro catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell’erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.

Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l’acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all’angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all’interno del giardino, tramite delle comode portefinestre.

Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì un ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino aromatico nell’acqua bollente.

Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango e aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball, se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell’inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.

Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell’ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.

Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena con il terzo proiettile.

Sean si voltò di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d’infanzia, e mostrò le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.

Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.

Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

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La croce nel giardino di Pasquale Scalpellino

la croce nel giardino pasquale scalpellino

La croce nel giardino

A nord di Londra, lungo Bounds Green Road, vi è una proprietà privata molto particolare. Nonostante la sua grandezza di 250 metri per lato e la bellezza delle quattro ville che fungono da vertici al perimetro, è la misteriosità il tratto che più inquieta tutto il vicinato.

I proprietari terrieri di quel luogo hanno deciso di recintare il proprio giardino privato con una palizzata di legno e ferro, alta più di tre metri. La curiosità circa ciò che hanno nascosto oltre quel muro bucolico è stata ampiamente soddisfatta dal volo di droni comandati a distanza, ma oltre a scoprire la presenza di un giardino ben curato solo un elemento ha destato strani sospetti.

Al centro della proprietà vi è infatti un pozzo di quattro metri di diametro, con una croce di oro massiccio a chiuderlo, alle cui punte sono presenti degli anelli che ospitano grossi lucchetti.

Nessuno sa il motivo di quella impensabile costruzione e nessuno conosce il segreto di quell’inquietante pozzo.

Un giorno però Eric e i suoi quattro amici commetteranno un grosso errore. A causa di uno sciocco sbaglio, ovvero l’aver fatto la spia alla maestra, i ragazzini di nove anni, con l’aiuto di una scala di un’impresa edile lì vicino, faranno cadere un loro coetaneo sul lato opposto della palizzata.

Peccato che anziché pianti e lamenti del giovane punito, sentiranno ringhi, morsi e urla disumane.

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Lupi: Asfissiare di Rafael Spike

Lupi asfissiare Rafael Spike

Lupi: Asfissiare

Ta-dah! Sì! Le mie mani sono nere! Nerissime! Sono di pece! Come il manto di un corvo, dice una delle mie migliori amiche quando gliele mostro su Skype. Sono tutte nere: dalle unghie, fino a poco più su del polso. Il tatto come senso è rimasto integro e se chiudo gli occhi e me le appoggio sul viso, o su qualsiasi altro punto del corpo, le sento esattamente della stessa consistenza di prima. Sono le stesse mani che avevo, hanno solo cambiato colore.

Non sono abbronzate, arrostite e non ho una malattia come la vitiligine al contrario. Non si tratta di pelle scura come chi è di colore, tipo il mio amico Amed del Congo. La mia cute è nera come il ferro battuto, nera come la pittura, nera come la morte infernale, come un diablo. Le pellicine sono nere, le unghie, le nocche e i peli – e voi sapete che i miei sono biondi, sono quasi albino.

Provo dolore e sanguino sangue rosso, ma la carne se mi scortico o mi taglio è nera al di sotto della superficie. Non è cancrena, non è una patologia rara. Sono nere e basta.

Sono stato dal medico, all’ospedale e da uno specialista dermatologo, ma nessuno è riuscito a darmi alcuna spiegazione, nonostante mi abbiano fatto centinaia di test. Credetemi sulla parola: nessuno sa cosa sia! Ma il bello è che tutto questo me lo dicevano a priori, anche prima di testarmi. Non si aspettavano risposte concrete, cure o spiegazioni perché non ero il primo, in molti insieme a me avevano mostrato questo “innocuo sfogo della pelle”. Così lo hanno battezzato, uno “sfogo gentile”. Non è una malattia, non è una mutazione di quelle che aspettiamo per la seconda ondata. Non è letale in questa forma, è solo una colorazione cutanea.

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Kill Her di Pasquale Scalpellino

Kill her Pasquale Scalpellino

Kill Her

Il telefono di casa e il suo cercapersone suonarono quasi allo stesso momento, quando Selene si fermò di sfuggita a fissare le immagini del notiziario che riportavano alcuni omicidi dell’ultim’ora. Era venerdì sera, aveva da poco finito di fare una doccia dopo uno stressante turno di lavoro al dipartimento e si stava rilassando con una birra sul proprio divano, mentre la cena si riscaldava nel microonde. Erano due dei suoi colleghi che stavano cercando di rintracciarla.
Essere un’investigatrice capo non era mai stato semplice, ma quella sera dodici persone a caso erano appena state uccise nella sua città.
Avevano usato armi contundenti per farlo, ma queste erano tutte diverse tra loro.
Simili erano i pentacoli di sangue dipinti nei soggiorni e gli orari delle esecuzioni, ma la cosa più inquietante che avevano in comune i cadaveri delle vittime era il nome di Selene inciso sui polpacci.

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L’uomo che mangiava i vestiti di Pasquale Scalpellino

Horror club: L’uomo che mangiava i vestiti

L'uomo che mangiava i vestiti horror club

Lavorava ormai da anni in quella gigantesca lavanderia industriale, difatti mancava poco alla sua promozione a caporeparto.

Ammetteva con tranquillità che non era assolutamente un mestiere faticoso, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie molti ruoli della catena di montaggio erano pressoché sostituiti dai macchinari. Erano poche le mansioni rimaste ormai e spesso queste ultime non erano altro che tener sotto controllo il funzionamento di quelle braccia meccaniche. A lui piaceva quel lavoro, non gli dava neanche troppi problemi … forse.

Luca ad esempio era uno di quei dipendenti che non aveva mai potuto sopportare. Un ragazzo schivo, timido, preoccupato, uno di quelli che non cercava di stringere rapporti con nessuno, ma che poi diventava una sanguisuga con l’unico essere umano a cui aveva furtivamente detto ciao, venendo malauguratamente ricambiato. Luca aveva detto a lui ciao e Luca era diventato la sua ignobile sanguisuga.

Lo perseguitava, lo seguiva, gli offriva il pranzo. A volte gli chiedeva anche come stesse sua moglie, donna che non aveva mai incontrato. Altre volte invece non lo degnava di uno sguardo e in particolare questo accadeva nei giorni in cui sembrava depresso. In quei casi si presentava a lavoro abbattuto e pallido come un cencio, si dedicava con pigrizia alle sue mansioni e restava con lo sguardo nel vuoto per ore, estraniandosi dal mondo. Questo era un aspetto che lo inquietava. Ciò che però lo spaventò di più accadde un giorno in cui entrambi restarono per degli straordinari notturni.

Erano soli, avevano una mole esorbitante di lenzuola da lavare e l’unico che riusciva ad usare i macchinari più grossi non era Luca. Questo significava che avrebbero dovuto lavorare separati, uno in una stanza e l’altro in un’altra. Si trattava soltanto di alcune ore, ma il suo collega stava attraversando una di quelle giornate di depressione. Alle 3 passate infatti andò a vedere come se la stava cavando e quello che vi si parò dinanzi fu impensabile.

Luca era carponi su uno dei tavoli allestito per il piegamento dei tessuti più grandi. Contorto in una posizione animalesca, mangiava voracemente le lenzuola. Le addentava come se fossero prede succulente, come se fossero gazzelle divorate da un leone. I suoi occhi non avevano pupille e dalla bocca gli colava sia sangue che bava bianca. I suoi denti producevano un rumore grottesco e neanche riusciva ad immaginare come potessero lacerare le lenzuola fino ad ingoiarle. Le mani stringevano così forte quelle stoffe che sembravano indemoniate. Il suo ventre era gonfio e di un colore violaceo. C’era una puzza di morte indescrivibile.

Cosa cazzo stava succedendo? Cosa diamine era preso a quell’uomo? Stava mangiando quelle lenzuola come se fossero pezzi di carne giganti! Era indemoniato? Era posseduto? Era fatto? Era impazzito?

Non cercò di farlo rinsavire per due motivi molto semplici. Il primo era legato al fatto che fosse letteralmente terrorizzato dalla situazione.

Il secondo era legato al fatto che non c’erano soltanto le lenzuola sul grosso tavolo su cui era carponi Luca, no. In un angolo, mordicchiati e appena appena lacerati, c’erano dei vestitini di sua moglie e alcuni maglioni di suo figlio.

Fino a che punto Luca era diventato la sua sanguisuga?

Non lo voleva sapere … preferì prendere le chiavi di casa e andare a controllare come stesse la sua famiglia.

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Lupi: L’osservatore di Rafael Spike

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Lupi: L’osservatore

I dettagli servono a conoscere qualcuno per davvero. Gli osservatori di ieri erano i poeti dell’altro ieri. Era con i dettagli che facevi innamorare una donna di te. Nei dettagli trovavi le cose in comune e quelle distanti. Con i dettagli sapevi dove poterle incontrare, seguirle per vedere con chi se la facevano ed eventualmente proteggerle. Con i dettagli potevi far parte della loro vita a distanza di sicurezza, da spettatore, da amante vero pronto ad intervenire in caso di pericolo.
Mi sono innamorato spesso sul web e per conservare i dettagli tengo ancora i dossier delle mie ex-fidanzate sui miei tavoli in soggiorno. Le ho sempre amate davvero e non le ho mai depredate più di una volta. Questo perché una volta ottenuto l’amore bisogna conservarlo e renderlo unico, non ripeterlo.

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Lupi: Detriti di Rafael Spike

Lupi detriti rafael Spike

Lupi: Detriti

Un ulteriore strano suono si fece largo in mezzo a quel caotico formicolio e Sandro pensò inizialmente che fosse il rumore di una campana, una campana lontanissima, una campana che si dimenava per segnalare un orario preciso. Avrebbe voluto contare i rintocchi, ma già lottava contro il restare sveglio e solo pensare allo sforzo percettivo lo sfiniva condannandolo all’oblio cerebrale.
Decise di continuare a muovere le mani, visto che neanche girare la testa gli riusciva, e si tastò il petto dove altra polvere e altri pezzi di legno furono scrollati senza consapevolezza. Provò a controllare il proprio respiro, nonostante il senso di disidratazione facesse un male cane peggiore di qualsiasi altro avesse mai provato in passato. Il tentativo fu vano, ma condusse la sua mente ad avere un’idea che in quel momento era più che brillante. Quelli che aveva addosso erano detriti.
Sì, detriti. Come se fosse crollato qualcosa, come se un terremoto avesse devastato il luogo in cui si trovava. Era una possibilità, sebbene ci fossero altri quesiti insoluti per la sua mente provata e difettosa.
Dove si trovava quando questo cataclisma si era verificato? In che modo era stato colpito e coinvolto? Perché sentiva un brusio? Perché suonavano le campane?

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Lupi: Il colosso di Rafael Spike

Lupi il colosso Rafael Spike

Lupi: Il colosso

Gli sportelloni posteriori del veicolo si aprirono di colpo e un colosso fatto di muscoli saltò fuori dal vano vuoto, alleggerendo di duecento chili la grossa vettura. Era più alto del furgone e indossava solo un jeans nero strappato alle ginocchia. Era scalzo, a torso nudo, la testa rasata a zero, senza guanti né mascherina. Totalmente ricoperto di vene sulla pelle abbronzata poteva essere scambiato per un partecipante di Mister Olympia, ma questo qui era alto almeno due metri e trenta.
Rise in modo alquanto piratesco e urlò qualcosa circa il divertimento, dopodiché si girò verso gli sportelli aperti e si allungò per afferrare qualcosa. Un’alabarda medioevale fece il proprio ingresso in scena e io stentai a credere ai miei occhi. Impugnò il bastone lungo un metro circa alla cui punta c’era una lama d’ascia affilata e colossale. Da quella distanza mi pareva larga quasi metà dell’intera altezza della donna.
L’energumeno si mosse con nonchalance, reggendo l’arma sulla spalla. Io mi mordevo le mani ma non riuscivo a fare niente. Potevo osservare e basta, non ero in grado neanche di richiudere le persiane.
La malcapitata provò infruttuosamente ad alzarsi e scappare, ma dal tentativo fallito provennero solo altre grida disperate, altri lamenti e uno spostamento esiguo. Nel frattempo altre luci si accesero lungo i palazzi, qualcuno come me fissava incuriosito la scena.
La raggiunse, le afferrò una caviglia e la costrinse a girarsi. Le disse qualcosa poiché lei controbatté implorando di lasciarla andare, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere lasciata in pace.
Il colosso strinse l’alabarda a due mani e nel grido strozzato della sua vittima calò la sua infida e inarrestabile ghigliottina, tranciandola a metà da fianco a fianco. Uno schizzo di sangue lungo qualche metro abbracciò la linea di mezzeria. Le risate del gigante si riversarono nel nuovo silenzio della defunta.

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