Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

Ratti Paure dell'uomo Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

Lupi la grande paura rafael spike

Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

savior pasquale scalpellino

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

lupi cattive notizie rafael spike

Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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Savior di Pasquale Scalpellino

Savior Pasquale Scalpellino

Savior

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

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Incipit di Zero Negativo

Primo capitolo di Zero Negativo

Zero negativo Pasquale Scalpellino

Oscura era la stanza dove aspettava e affannato era il respiro con cui la persona, avvolta dalla coperta, cercava di tenersi calma e con la mente lucida.

Dal soffitto pendeva un neon circolare che si era staccato dalla sua plafoniera, la quale infatti giaceva a terra in mille pezzi. Una mattonella spaccata e delle gocce di sangue erano il ricordo di una disattenta indifferenza.

L’elettricità di quel nudo vetro ad anello andava e veniva, difatti la camera era un ambiente che passava dal chiarore alla luce quasi intensa con uno strano ritmo, che di certo non aiutava la tranquillità e il rasserenamento.

La figura era rannicchiata su una sedia girevole, stringendosi le ginocchia al petto e fissando lo schermo del portatile settato sulla luminosità più bassa possibile. Chrome era aperto con due finestre, le quali si dividevano mezzo monitor con due siti rivali. Da un lato la pagina delle news live della BBC cercava con le sue tinte rosse di contrastare le tonalità biancoverdi del Telegraph. I due giornali ricevevano il medesimo spazio all’interno della superficie del computer e i loro siti avevano l’aggiornamento automatico non appena veniva aggiunta una nuova e breve notizia recente.

L’orologio ticchettava sulla parete, segnando le 3 in punto del pomeriggio. A breve sarebbe apparsa la breaking news che interessava quell’anonimo utente nascosto dal plaid di lana. Gli occhi chiari erano avidi come la luce che voleva filtrare dalle finestre con le tapparelle abbassate.

La parete alle spalle della scrivania nera comunque era composta da decine e decine di bacheche di legno, accostate come piastrelle una di fianco all’altra, e sulla loro superficie numerosissime puntine di metallo inchiodavano centinaia e centinaia di fogli a4, su cui erano stampati tutti i resoconti live dei due giornali per i giorni precedenti a quello attuale.

Quelli live segnavano sullo schermo del portatile la data del 21 luglio 2020. Migliaia di altre pagine di carta erano suddivise in maniera molto schematica e composta lungo tutta la pavimentazione. Quelle sulla parete erano difatti notizie particolari e sconvolgenti di tutto il periodo della pandemia, come scoperte, false promesse politiche dei governi, cospirazioni eclatanti, gente in alto che trasgrediva le regole, missili, proteste, assassinii e quant’altro. Erano una macabra carta da parati, ma la mancanza di fili rossi a fare da collegamento o quella di fotografie di persone da dover incriminare dava poco valore paranoico e di congiura.

Di fianco al mouse però c’erano alcune fialette ospedaliere ricche di sangue scuro e al di sotto del tavolo una ventina di metri di fune da scalata arrotolati su sé stessi, come comodi pitoni addormentati.

Fece uno starnuto, si pulì il naso con la coperta e poi ciò che stava aspettando arrivò con un formidabile video su tutti i giornali, ma principalmente sui due che dividevano il suo poco luminoso computer.

Virale però lo ritenne un aggettivo poco felice.

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Incipit di Depression

Primo capitolo di Depression

Depression pasquale scalpellino

Sapeva che quella avrebbe potuto essere l’ultima sera della sua vita, eppure si sentiva tremendamente tranquillo.

Quella donna era sempre stata chiara con tutti.

Indossa questa GoPro al collo e cerca di lasciarle campo libero giusto di fronte a te, aveva costantemente ripetuto nel tempo, consegnando la telecamera ai diretti interessati.

Era un compito duro da portare a termine, se si considerava il fatto che la fine di esso fosse appunto la morte. Certa tra l’altro, non probabile. La assoluta e definitiva morte certa. Si doveva indossare quella cosa fino a quell’esatto momento.

L’ultimo istante, in pratica.

Quelli come te non sono soli, aveva sempre aggiunto.

E non devono esserlo più, ma per poter riuscire in questo bisogna che alcuni si sacrifichino, come le cavie di qualsiasi medicina sperimentale o i primi a subire qualche nuova e innovativa procedura chirurgica.

Aveva pensato ai posteri.

Molti di loro sarebbero potuti finire nella sua situazione, quindi perché non sfruttare il suo già esserci per cercare di salvarli?

Per questo aveva al collo quella telecamera e per questo camminava lungo il guardrail di pietra dell’autostrada, nonostante piovesse a dirotto. Il vento era infernale e lo frustava senza sosta con raffiche d’acqua e nevischio.

Aveva qualcosa nel cervello, ma quella donna aveva detto che c’era in realtà molto di più. Aveva qualcosa che gli straziava il cuore, che gli bastonava l’anima e che prendeva la sua personalità per il collo impiccandola ad ogni istante di vita, senza stancarsi mai.

Non sapeva cosa significasse tutto questo, ma sapeva cosa sarebbe potuto accadere.

I fari di un camion illuminarono il suo viso pallido. Il poco sonno soddisfatto aveva preso a pugni i suoi occhi. Tremava perché non aveva fame e le gocce gelide che gli si accumulavano sulla pelle scoperta non lo bagnavano per davvero. Era disidratato. Avrebbe tanto voluto buttar giù un altro goccetto. Così, tanto per ricordare l’inizio.

Il sapore del fuoco, la parvenza di benzina. Bere lo avrebbe salvato da quell’autostrada, fatta di pece nera e linea di mezzeria tratteggiata.

Camminava nella direzione opposta al senso di marcia e si trovava sul lato esterno della carreggiata. Finora non aveva ancora incontrato una piazzola di sosta e si era concentrato completamente sul tenere la GoPro fissa innanzi a sé. Nessuno lampeggiava i fari nella sua direzione, ma lui si sentiva accecato.

Nessuno suonava il clacson per segnalargli di stare attento e scendere da quel luogo non fatto per i pedoni, eppure lui era assordato da un rumore continuo.

Quella bottiglia.

Quel portafogli dimenticato.

Quel caffè non bevuto.

Si fermò perché il fiato iniziò a mancargli.

Quando prese a fissare le auto instancabili, dall’altro lato della corsia c’era un bambino di una decina d’anni. Aveva una felpa scura con il cappuccio ben piantato in testa. Con un piede appoggiato sul triangolo di segnalazione per gli incidenti, provava ad allacciarsi le scarpe, ma non ci riusciva perché una delle sue braccia era storta all’indietro, spezzata in una maniera indicibile e così frantumata da sembrare essere uscita da un frullatore.

“Ehi, attento!”, gridò con monito l’uomo.

Il ragazzo alzò il capo e lo guardò con un sorriso strano, poiché diviso a metà da un’ustione che gli aveva devastato mezza faccia.

Sapeva chi era, altrimenti non avrebbe mai indossato la telecamera.

Pianse di getto, lasciando che quell’attacco di panico prendesse il sopravvento.

Poi attraversò l’autostrada senza guardare, ma almeno la GoPro tenne gli occhi aperti per tutto il tempo.

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Incipit di Sangue e cemento

Primo capitolo di Sangue e cemento

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette, nessuno avrebbe mai detto che quei palmi e quelle dita potessero appartenere ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l’accostamento di esse ad un tipo di lavoro così manuale. Nessuna copertina può infatti mai esprimere realmente ciò che nasconde oltre la superficie.

Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell’unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell’azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.

Ne completò cinque in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.

Spalancò l’uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso ai ganci a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all’altra i tendini di Achille, assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell’uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena undici anni.

Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.

Un corpo umano contiene circa cinque litri di sangue e fondamentalmente questo liquido rosso può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell’acqua, più del vino, più dell’alcool e dell’urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all’assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.

Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.

Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell’addome di quell’uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.

Spostò il secchio e infilzò l’uomo dall’altezza dell’ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c’era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 

Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, dunque accese il macchinario e lo frullò totalmente.

Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l’organo liquido nella bacinella piena di sangue e la accostò a quella più insolita che possedeva nell’angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po’ di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare… avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.

Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere.

Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d’ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c’era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c’erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.

Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, iniziò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano era assordante, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.

Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.

Adagiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.

E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.

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Depression di Pasquale Scalpellino

depression pasquale scalpellino

Depression

Tim Sterling, neurochirurgo di fama internazionale, sta per ritirare il premio Nobel per la medicina, dopo il successo di un suo recente studio con cui è riuscito a diagnosticare la depressione come malattia non solo psicologica, bensì anche fisica, visto che provoca riscontri visibili nell’aspetto e nel funzionamento cerebrale.

Larry Worth è uno scrittore della medesima fama che partecipa annualmente alla premiazione, senza mai vincere alcun premio, nonostante più di una volta abbia sfiorato tale riconoscimento.

I due si incontreranno in un pub rinomato subito dopo la cerimonia e tra un bicchiere e l’altro lo scrittore confesserà di voler realizzare un’opera biografica, circa il neurochirurgo e la diagnosi che lo ha condotto al conseguimento dell’ambito premio.

Tim sarà più che entusiasta del progetto, ma avviserà Larry che la storia non sarà così semplice da accettare e buttar giù, poiché alle spalle dell’apparenza medica dello studio ci sono tantissimi segreti, fatti di morte ed eventi oltre l’ordinario.

Lo scrittore non saprà dunque cosa lo attende, ma tutto gli verrà man mano consegnato attraverso video amatoriali provenienti da delle GoPro affidate ai pazienti affetti da depressione, negli ultimi dieci giorni della loro vita.

Una parte dell’investigazione medica di Sterling è infatti filmare la morte dei suoi pazienti.

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Sangue e cemento di Pasquale Scalpellino

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Sangue e cemento

Il cemento per l’umanità.
Il sangue per la spiritualità.
E parti del corpo come organi e ossa per l’individualità.

Giovanni Saviona è un muratore esperto e ha intenzione di portare il suo hobby per la scultura verso un livello superiore, adesso che il suo piano – il suo progetto divino – è finalmente delineato del tutto, con tanto di palazzo abbandonato in cui poterlo svolgere senza alcun disturbo.

Il tatuaggio con la scritta Tormento che ha dietro al collo è il medesimo che il suo martello da carpentiere ha inciso sul manico di legno. Loro due sono amici inseparabili, lo sono sempre stati.

John, nome con cui amava chiamarlo sua moglie Suzanna, è dunque in cerca di vittime da uccidere con modalità precise, per poter prelevare sangue e parti dei loro corpi da centrifugare. Dovrà mischiare il tutto alla pasta cementizia, se vorrà ottenere un cemento color malva. L’obbiettivo è quello di scolpire grezzamente questi blocchi rosati per realizzare piccole statue.

Nello scantinato un uomo è appeso a testa in giù su ganci da macellaio, la sua gola è squarciata.

John vuole ricostruire il mondo. John vuole creare simboli per rendere la realtà un posto migliore. Purtroppo, a causa di ciò moltissima gente è destinata a morire, perché per ricostruire tutto il muratore dovrà prima abbattere ogni cosa a colpi di martello, innocenti compresi.

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