Tokyo by Pasquale Scalpellino

Tokyo by Pasquale Scalpellino

Tokyo

A robber armed with a shotgun disrupts a restaurant dinner for several people. A Western filmmaker with a strange and risky way of getting inspiration spends an absurd night of bloodshed in the Kabukichō district. A young man has to keep his dream about a shinigami hidden to protect his brother and his girlfriend. Three silver masks in Shibuya rain down from the sky on Halloween night and begin to wreak havoc and death.

These are just some of the events contained in this collection of 7 horror stories, whose name is linked to the city that inspired the author and whose contents will be set in the districts of this capital, mixing modern Japanese traditions with those of the past, showing the city both from the inside and the outside eye of the tourist. Tokyo is thus the first volume in Horror Souls, a series that will give birth to similar self-contained collections of horror stories that will change according to the frightening soul of the city they seek to describe and show.

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Lupi: Fantasmi dimenticati di Rafael Spike

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Lupi: Fantasmi dimenticati

Tenne premuto il pulsante di accensione per una ventina di secondi, ma l’arresto d’emergenza o il riavvio forzato non si verificarono.

Questo era ancora più spaventoso.
Staccò la spina, ma essendo un portatile non si spense. La batteria era al massimo.
“Si scaricherà, prima o poi”.

O magari si sblocca.
O magari chiami un tecnico.
Prese il cellulare e inviò un messaggio a William per spiegargli l’accaduto. Il simbolo dell’orologio apparve in basso alla casella di testo verde e questo gli fece notare che non aveva connessione.
Che stava succedendo?

Abbassò la finestra delle notifiche e delle impostazioni. Il Wi-Fi era attivo ma non era connesso a nessuna rete, anzi non ne rilevava nemmeno una. Si stranì. Era una cosa alquanto anomala, visto che le quattro reti dei quattro appartamenti del palazzo, di cui uno era il suo, erano sempre attive.

Si girò verso il divano e quasi gli cadde lo smartphone dalle dita.
Il modem non c’era più. Due cavi bianchi e penzolanti baciavano il parquet privi di vita, tirati fuori dall’ingresso di plastica del router, dove per anni avevano banchettato a suon di elettricità.

Si voltò allora verso il computer e lo trovò spento.

Rabbrividì.

Qualcosa non andava: quello doveva essere un cazzo di sogno, una caspita di allucinazione o un fottuto prank. Cosa ci mettevano in quel merdoso tea alla fragola e alle more? Ci scioglievano o essiccavano anche i funghi per caso? Era andato a male?
Provò allora ad accendere il laptop, però questi non obbedì. Reinserì la spina, come se desse per scontato che fosse solo la batteria ad essersi fulmineamente scaricata.
Premette il bottone con cerchio e trattino e non accadde nulla.

È tutto uno scherzo di William?
E il router? Un trojan può risucchiare fisicamente qualcosa nel cyberspazio?
“Cazzo! Cazzo! Cazzo!” e si accorse che in realtà il suo intero appartamento era caduto vittima di un calo di corrente. Non sentiva più il deumidificatore. La luce in cucina era spenta e quella sulla sua testa anche. Ora era il sole del tramonto ad illuminare quel poco che c’era.

Non se n’era accorto.

Deglutì.

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Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

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Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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