Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

Ratti Paure dell'uomo Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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La sorpresa nel Pandemismo

La sorpresa della Pandemia

Sembra sciocco o sembra quantomeno una sottovalutazione semantica che io indichi l’avvento della pandemia come una sorpresa, anziché un cataclisma, una catastrofe o un violentissimo fulmine a ciel sereno che ci ha mirato, colpito e affondato. Eppure, dopo la scrittura e la pubblicazione di Zero negativo, in cui ho cercato di sondare tratti della quotidianità inglese più comune, seguendo l’easing delle misure più proibitive del lockdown, e tratti comunque della possibile nuova caccia all’uomo che la polizia potrebbe affrontare in futuro, poiché inevitabilmente si riverserà nelle società una nuova forma di criminalità, con nuove motivazioni, nuove isterie e nuovi obbiettivi e vendette da perpetrare, oltre che nuove forme di reati, crimini e infrazioni della legge, la sorpresa è un dettaglio che sento di non dover prendere sotto gamba e di non poter tralasciare in alcun modo. Ma con questo cosa intendo?

Cosa significa la sorpresa della Pandemia?

Senza eliminare quello che purtroppo è il comune contesto d’ansia e paura che in maggioranza abbiamo vissuto, in diverse forme di intensità, la sorpresa è uno degli elementi di avvento utilizzati dall’ente della pandemia per far breccia nel nostro cervello, nella nostra vita e nella percezione che avevamo di essa.

Parlando per noi europei, quando inizialmente a gennaio giunsero le prime notizie e i primi allarmi del novello coronavirus che si stava diffondendo in Cina, tutti fummo colti da una strana forma di sorpresa, quella tipologia che ti conduce a credere latentemente ad una cosa poiché impossibile il suo verificarsi sotto vari aspetti.

La Cina era diventata nel nostro immaginario improvvisamente un paese così lontano, eppure non lo era mai stata fino al giorno prima, con i social, la globalizzazione, i prodotti made in china e i viaggi last minute internazionali. Essendo dunque lontana, preoccuparsi per i suoi problemi era inutile, una perdita di tempo, anzi eravamo negazionisti in merito o addirittura ci aspettavamo già che succedesse una cosa simile a loro, visti la densità di popolazione ingestibile e il poco rigoroso schema di norme igieniche e controlli in tal senso.

Non era vero il coronavirus e quindi non sarebbe arrivata da noi quella malattia.

Se lo meritavano e quindi noi eravamo esenti dall’esserne colpiti.

Era distante la nazione e la distanza protegge dalle malattie oltre che logorare gli amori.

Ma poi, tirando le somme, la pandemia fu dichiarata. Ognuno degli stati europei a partire dall’Italia e dalla Spagna cominciarono ad avere i primi contagiati e poi la situazione degenerò in quella che stiamo vivendo ancora oggi.

Sarà stato un cataclisma, ma ci ha colpito come una sorpresa poiché nessuno di noi se lo aspettava neanche lontanamente in queste modalità, sebbene le basi ci fossero tutte.

Essere sorpresi

La pandemia ci ha travolto qualche mese dopo aver sentito parlare del coronavirus in Cina. Nonostante quindi sapessimo dei problemi dello stato cinese e nonostante ci fossero degli allarmi chiari, siamo rimasti sorpresi dal fatto di essere coinvolti in una pandemia, come se questo non potesse essere possibile, difatti qualcuno ancora oggi non riesce ad accettarlo.

Avevamo un mondo pieno di problemi, ma era libero da pericoli che non fossero legati all’essere umano stesso rivolto contro i suoi simili. Non avevamo un predatore grosso quanto un atomo a sconvolgere la realtà, a separarci dagli altri, a far crollare la borsa conducendo le aziende e i governi al fallimento.

Avevamo il cambiamento climatico, i problemi della plastica, miliardi di altre malattie, l’inquinamento dell’aria e centomila altri problemi, ma per noi cittadini medi di paesi sviluppati o supersviluppati erano questioni lontane come all’inizio il coronavirus. Vivevamo tranquilli e liberi come se non potessero mai colpirci quelle situazioni, difatti non lo hanno fatto, ci ha pensato un virus dilagato da un paese lontano che con grande sorpresa ha messo il mondo intero in ginocchio.

Gli scienziati e gli studiosi erano in contrasto su quanto il mondo potesse ancora resistere con il nostro supercapitalismo, il nostro superconsumismo e il nostro ultrainquinamento, e le statistiche oscillavano tra i 5 e i 50 anni prima dell’estinzione del genere umano e della natura, senza mai essere d’accordo da quale giorno si dovesse iniziare a contare. Lo sapevamo tutti, eppure quando questa fine ha cominciato a giungere con il coronavirus (perché come dicono alcuni professori di Oxford è probabilmente solo la prima delle innumerevoli pandemie che ci aspettano in futuro) è stata una sorpresa, come se ce ne fossimo improvvisamente dimenticati, perché in fondo sapevamo del declino imminente ma non eravamo in grado di capire in che forma dovesse arrivare e soprattutto quando.

Un virus invisibile e poco assassino era la cosa che meno ci aspettavamo, difatti è stata una sorpresa assoluta. A metà del 2019 nessuno avrebbe mai scommesso che nel giro di alcuni mesi la situazione si sarebbe ribaltata in tal modo e il mondo sarebbe evoluto in questa nuova normalità.

Nessuno ci avrebbe creduto neanche se fossimo tornati indietro nel tempo per avvisare noi stessi, per questo la sorpresa è un elemento narrativo imprescindibile per le opere del movimento del Pandemismo.

Siamo rimasti tutti sorpresi, c’è poco da dire.

Combattiamo nella realtà di oggi per riportare quella di un tempo, anziché svilupparne una nuova e più salutare, quindi non abbiamo fatto neanche inversione di marcia circa l’inquinamento e la distruzione della terra.

Eppure, posso già dirvi, perché ne scriverò sicuramente nei prossimi mesi, che resteremo sorpresi quando il declino già in corso ci colpirà con qualche nuovo altro fulmine, sebbene ormai ce li dovremmo aspettare.

Specificazione finale: Zero negativo è il primo di un ciclo di romanzi crime che indagherà sugli aspetti delle indagini di polizia nel periodo della pandemia. Il tema della sorpresa, in un contesto narrativo e metaforico, sarà invece affrontato da me nel secondo volume di una serie di romanzi esistenzialisti e di critica che saranno pubblicati in questi ultimi mesi del 2020. Il primo vedrà la luce in questo settembre appena iniziato, il secondo, quello che tratterà appunto il tema della sorpresa in Pandemia, sarà probabilmente pubblicato ad Ottobre.

L’ansia nel Pandemismo

L’animo inquieto

Penso decisamente che l’irrequietezza dell’animo, la mancanza di tranquillità e comunque l’incertezza in generale, circa anche il più piccolo degli aspetti della vita, siano state caratteristiche comuni a tutte le persone che hanno vissuto e stanno vivendo questo 2020. E ovviamente con esse pure la relativa quarantena dovuta alla pandemia.

Di punto in bianco tutti i nostri animi sono divenuti inquieti all’inizio di quest’anno, poiché quell’annuncio fatto all’improvviso, che però aveva valore globale, metteva in gioco un problema e una paura che tutti dovevamo condividere e affrontare, nessuno escluso. Diciamoci la verità, tenendo anche conto del fatto che siamo ancora in piena pandemia a quasi otto mesi dalla resa pubblica della minaccia, l’inquietudine ha colpito tutti quanti chi più chi meno e con essa l’ansia e tutto ciò che ne concerne.

L’ansia in pandemia

L’ansia e tutti i suoi effetti sono stati effettivamente incontrollabili durante la pandemia. Il mondo si è fermato, l’economia si è fermata, la società si è fermata, persino la scuola, gli aerei, i mezzi pubblici e quasi pure gli ospedali si sono fermati. Il terrore del contagio, la tristezza nell’osservare il conteggio dei nuovi infettati e quello dei morti ci hanno travolto con tutta la loro inaudita violenza.

L’ansia è stata un po’ inevitabile per tutti poiché ci ha abbracciato da più fronti.

Restare in casa per essere al sicuro ci ha donato l’ansia per il mondo esterno, l’ansia circa gli altri, l’ansia di mettere piede fuori dalla propria dimora.

La crisi economica ci ha regalato l’ansia di perdere il lavoro subito o poco dopo, di perdere la propria attività, di perdere il futuro e di non avere la possibilità di iniziarlo, ultimarlo e completarlo questo futuro che sembra svanire.

Il sovraffollamento ospedaliero ci ha fatto temere di non poter essere curati neanche per altre malattie, oltre a quella che ci minaccia con più forza.

La classe politica sommersa dai problemi ci ha dato quel tipo di ansia d’abbandono, come se non potessero aiutarci tutti.

Il non poter più viaggiare ci ha sussurrato all’orecchio l’ansia di essere rinchiusi per sempre.

L’essere uno dei lavoratori essenziali invece ci ha passato quella di essere costretti a stare fuori, dove c’è il pericolo, come se fossimo sacrificabili rispetto a quelli bloccati comodamente a casa.

Essere separati da amici, parenti e fidanzate ci ha dato l’ansia di non poterli vedere mai più.

Non poter uscire ci ha iniettato l’ansia dell’inazione che ci ha fatto perdere il sonno o l’ha comunque trasformato in incubi notturni e ci ha fatto sfogare la voglia di attività in due modi, scissi tra l’inerzia totale e annoiata e il desiderio di mangiare bene e godersi gli hobby, come se fossero le ultime cose belle, prima di vedere la fine del mondo.

I media, i comunicati politici e le fake news, condite di complottismi, ci hanno appoggiato addosso l’ansia di non poter mai riuscire a capire e comprendere la realtà e quella di vedere la fine dei giorni in ogni minimo nuovo evento fuori dal comune.

La società ferma e il mondo naturale e animale che hanno tirato un sospiro di sollievo per questo ci hanno donato la considerevole ansia che forse è stata tutta colpa nostra, poiché in fin dei conti il mondo di prima era decisamente sbagliato.

Il restare soli ci ha regalato l’ansia di capire che forse attraverso i social non conoscevamo neanche gli altri, oltre noi stessi.

Con questa nuova situazione mondiale, sono venuti a mancare in pratica tutti gli aspetti della nostra vita e dello stile con cui la vivevamo, dunque siamo stati travolti dall’ansia circa ognuno degli aspetti.

Probabilmente anche se il virus sparisse, il mondo non potrebbe tornare come prima per quante riflessioni e incertezze ci abbiano scosso a causa di quest’ansia.

Era tutto sbagliato prima e sarebbe un errore ricrearlo simile.

L’ansia nei personaggi del Pandemismo

La lista e gli esempi dell’ansia da pandemia che ho elencato nel paragrafo precedente sono ovviamente solo una piccola parte di quella che psicologicamente è l’ansia della collettività e dell’individuo, ma è un ottimo terreno di partenza per poter sviluppare i personaggi tipici sia piatti che a tutto tondo da poter inserire nelle opere del Pandemismo.

Raccontare una storia, scrivere un racconto o un romanzo all’epoca di questa pandemia non è di certo semplice, ma il movimento del Pandemismo sta appunto creando delle basi per aiutare gli autori interessati, quelli futuri e gli studiosi a farlo e capirlo.

Qualsiasi sia la prossima narrazione nello stile del Pandemismo, di qualsiasi genere letterario si tratti, non potrà avere dei personaggi credibili se in essi non ci fossero alcune delle sfumature dell’ansia che purtroppo tutti in qualche modo abbiamo vissuto.

Addirittura un personaggio interessante potrebbe essere quello immune ad ognuna di queste ansie, poiché in pace con sé stesso e con la fine ancora apparente del mondo moderno pre-pandemico, o poiché indifferente alle paure comuni del cittadino medio.

I personaggi del Pandemismo

Nuove categorie di personaggi

La nascita di un movimento letterario non è una cosa semplice da gestire né ovviamente facile da tenere sotto controllo, soprattutto quando la realtà in cui esso si muove e si evolve è ancora incerta e appunto cangiante. Ad oggi, ovvero ai primi di agosto, è possibile affermare che una probabile seconda ondata sia alle porte dell’Europa ma che, in determinate altre nazioni estere, sia già in pieno corso. Soprattutto se queste manifestazioni di casi non le si considerino come semplici prolungamenti della prima ondata.

Le opere che abbiamo scritto finora, rimodellando grossomodo tratti di ben 6 o 7 generi nella nuova normalità, hanno cominciato a portare i loro frutti, ovvero a mostrare delle similitudini, dei tratti comuni analizzabili in un contesto di letteratura. L’obbiettivo primario del Pandemismo è quello di scrivere opere di ogni genere e forma ambientate in questa nuova normalità, in questo nuovo mondo con queste nuove regole, seguendo le esperienze personali degli autori o comunque le impressioni e la fantasia consequenziale che questa nuova realtà suscita in loro.

Sebbene sia tutto da scoprire, sebbene siano le opere stesse a dare tratti e caratteristiche alla letteratura del movimento, alcune cose è già possibile elencarle ed è un bene farlo per dare delle basi solide a chi prima o poi si avvicinerà a scrivere in questo movimento o a studiarlo come fenomeno dei nostri tempi.

Questo primo articolo sarà l’apripista di molti che man mano sviscereranno le varie forme delle opere del Pandemismo, individuandone i tratti comuni o comunque isolandone gli elementi precipui, cosicché si creino delle particolarità studiabili o anche da poter essere approfondite da eventuali futuri autori. Nelle settimane e mesi a venire ce ne saranno tantissimi di articoli come questo, poiché le tematiche da trattare letterariamente, grammaticalmente e antologicamente sono pressoché infinite. Il movimento è appena nato, ma è già pulsante e in continua evoluzione, per questo volevamo chiacchierare latentemente su quelle che sono le possibili nuove categorie di personaggi.

I personaggi del Pandemismo

I personaggi sono una delle chiavi di volta di ogni opera narrativa, le cui azioni e le cui personalità e psicologie sono spesso centrali o rappresentano il fulcro dell’evoluzione di una storia. Sviluppare un personaggio credibile ed evolverlo attraverso le vicende che vive è uno dei più grandi ostacoli di un autore. Come lo è anche utilizzare personaggi stereotipati fissi o mutevoli, cosicché si possa spostare la focalizzazione oppure rimodellarli e distruggerli a causa degli eventi, per seguirne gli schemi prestampati di reazione.

La nuova realtà di oggi è fatta di un mondo molto diverso rispetto di qualsiasi altro a cui eravamo abituati a leggere e vedere, se si escludono quelli di fantascienza e di fantasia messi su di sana pianta. Essendo quindi questa una nuova realtà letteraria, con nuove regole, nuovi realismi e nuovi meccanismi sociali, politici e culturali, è giusto che ci siano nuovi personaggi o comunque nuove personalità a spiccare tra quelle comuni a cui da sempre siamo abituati.

Che tipo di personaggi ci sono nelle opere del Pandemismo? Come sono i personaggi di Rafael Spike nei suoi racconti horror? Come sono quelli di Pasquale Scalpellino nel suo Zero Negativo uscito proprio in questi giorni? E le donne della Vannino? Il popolo controllato di Sirio Rossi?

Nuovi esseri umani

I nuovi esseri umani di questa realtà sono grossomodo simili per complessità rispetto a quelli pre-pandemia, ma se già guardate voi stessi prima di scrivere potrete individuare alcuni dei tratti precipui.

In base a come si reagisce alla nuova normalità, potremo avere già molte personalità differenti da poter utilizzare per i nostri nuovi esseri umani letterari.

L’ansia di non arrivare a vedere le luce dell’indomani delinea un tratto di chi ha attualmente ancora paura del virus. Il menefreghismo, il complottismo e l’egoismo possono delineare chi ha smesso di crederci o chi ne è stato relativamente colpito poco e quindi non teme più la malattia. I sogni però sono stati infranti per tutti e la mancanza del futuro può delineare un personaggio psicologicamente complesso e depresso, poiché magari tutta la sua vita è stata sgretolata dalla crisi economica o dalla perdita di un affetto. La disoccupazione e la scarsa liquidità bancaria sono un altro ottimo elemento per i personaggi, come anche la voglia di risolvere la questione, la speranza che sia tutto un brutto sogno e la rassegnazione che la vita è ormai finita per tutti. Accettazione, rinnego, scetticismo, ribellione.

I personaggi del Pandemismo possono essere più complessi di quanto si creda, poiché posseggono miriadi di possibili personalità tutte mescolabili e interscambiabili, che tra l’altro potranno mutare in base al periodo della pandemia attraverso cui si sceglie di narrare, che fosse agli albori o adesso all’imbocco della seconda ondata. Da queste categorie potremmo chiaramente ricavare degli stereotipi, dei personaggi piatti da poter ritagliare, i quali non fanno mai male di contorno nei pressi di quelli a tutto tondo per i protagonisti e i secondari.

Per adesso ci fermiamo qui, lasciando questa discussione aperta e vaga sulle varie categorie di personaggi e le differenti connotazioni psicologiche. Nei prossimi giorni mireremo con più precisione, sviscerando un argomento unico nelle sue innumerevoli sfaccettature.

Probabilmente tratteremo dei personaggi che soffrono d’ansia.