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La croce nel giardino di Pasquale Scalpellino

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La croce nel giardino

A nord di Londra, lungo Bounds Green Road, vi è una proprietà privata molto particolare. Nonostante la sua grandezza di 250 metri per lato e la bellezza delle quattro ville che fungono da vertici al perimetro, è la misteriosità il tratto che più inquieta tutto il vicinato.

I proprietari terrieri di quel luogo hanno deciso di recintare il proprio giardino privato con una palizzata di legno e ferro, alta più di tre metri. La curiosità circa ciò che hanno nascosto oltre quel muro bucolico è stata ampiamente soddisfatta dal volo di droni comandati a distanza, ma oltre a scoprire la presenza di un giardino ben curato solo un elemento ha destato strani sospetti.

Al centro della proprietà vi è infatti un pozzo di quattro metri di diametro, con una croce di oro massiccio a chiuderlo, alle cui punte sono presenti degli anelli che ospitano grossi lucchetti.

Nessuno sa il motivo di quella impensabile costruzione e nessuno conosce il segreto di quell’inquietante pozzo.

Un giorno però Eric e i suoi quattro amici commetteranno un grosso errore. A causa di uno sciocco sbaglio, ovvero l’aver fatto la spia alla maestra, i ragazzini di nove anni, con l’aiuto di una scala di un’impresa edile lì vicino, faranno cadere un loro coetaneo sul lato opposto della palizzata.

Peccato che anziché pianti e lamenti del giovane punito, sentiranno ringhi, morsi e urla disumane.

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L’ansia nel Pandemismo

L’animo inquieto

Penso decisamente che l’irrequietezza dell’animo, la mancanza di tranquillità e comunque l’incertezza in generale, circa anche il più piccolo degli aspetti della vita, siano state caratteristiche comuni a tutte le persone che hanno vissuto e stanno vivendo questo 2020. E ovviamente con esse pure la relativa quarantena dovuta alla pandemia.

Di punto in bianco tutti i nostri animi sono divenuti inquieti all’inizio di quest’anno, poiché quell’annuncio fatto all’improvviso, che però aveva valore globale, metteva in gioco un problema e una paura che tutti dovevamo condividere e affrontare, nessuno escluso. Diciamoci la verità, tenendo anche conto del fatto che siamo ancora in piena pandemia a quasi otto mesi dalla resa pubblica della minaccia, l’inquietudine ha colpito tutti quanti chi più chi meno e con essa l’ansia e tutto ciò che ne concerne.

L’ansia in pandemia

L’ansia e tutti i suoi effetti sono stati effettivamente incontrollabili durante la pandemia. Il mondo si è fermato, l’economia si è fermata, la società si è fermata, persino la scuola, gli aerei, i mezzi pubblici e quasi pure gli ospedali si sono fermati. Il terrore del contagio, la tristezza nell’osservare il conteggio dei nuovi infettati e quello dei morti ci hanno travolto con tutta la loro inaudita violenza.

L’ansia è stata un po’ inevitabile per tutti poiché ci ha abbracciato da più fronti.

Restare in casa per essere al sicuro ci ha donato l’ansia per il mondo esterno, l’ansia circa gli altri, l’ansia di mettere piede fuori dalla propria dimora.

La crisi economica ci ha regalato l’ansia di perdere il lavoro subito o poco dopo, di perdere la propria attività, di perdere il futuro e di non avere la possibilità di iniziarlo, ultimarlo e completarlo questo futuro che sembra svanire.

Il sovraffollamento ospedaliero ci ha fatto temere di non poter essere curati neanche per altre malattie, oltre a quella che ci minaccia con più forza.

La classe politica sommersa dai problemi ci ha dato quel tipo di ansia d’abbandono, come se non potessero aiutarci tutti.

Il non poter più viaggiare ci ha sussurrato all’orecchio l’ansia di essere rinchiusi per sempre.

L’essere uno dei lavoratori essenziali invece ci ha passato quella di essere costretti a stare fuori, dove c’è il pericolo, come se fossimo sacrificabili rispetto a quelli bloccati comodamente a casa.

Essere separati da amici, parenti e fidanzate ci ha dato l’ansia di non poterli vedere mai più.

Non poter uscire ci ha iniettato l’ansia dell’inazione che ci ha fatto perdere il sonno o l’ha comunque trasformato in incubi notturni e ci ha fatto sfogare la voglia di attività in due modi, scissi tra l’inerzia totale e annoiata e il desiderio di mangiare bene e godersi gli hobby, come se fossero le ultime cose belle, prima di vedere la fine del mondo.

I media, i comunicati politici e le fake news, condite di complottismi, ci hanno appoggiato addosso l’ansia di non poter mai riuscire a capire e comprendere la realtà e quella di vedere la fine dei giorni in ogni minimo nuovo evento fuori dal comune.

La società ferma e il mondo naturale e animale che hanno tirato un sospiro di sollievo per questo ci hanno donato la considerevole ansia che forse è stata tutta colpa nostra, poiché in fin dei conti il mondo di prima era decisamente sbagliato.

Il restare soli ci ha regalato l’ansia di capire che forse attraverso i social non conoscevamo neanche gli altri, oltre noi stessi.

Con questa nuova situazione mondiale, sono venuti a mancare in pratica tutti gli aspetti della nostra vita e dello stile con cui la vivevamo, dunque siamo stati travolti dall’ansia circa ognuno degli aspetti.

Probabilmente anche se il virus sparisse, il mondo non potrebbe tornare come prima per quante riflessioni e incertezze ci abbiano scosso a causa di quest’ansia.

Era tutto sbagliato prima e sarebbe un errore ricrearlo simile.

L’ansia nei personaggi del Pandemismo

La lista e gli esempi dell’ansia da pandemia che ho elencato nel paragrafo precedente sono ovviamente solo una piccola parte di quella che psicologicamente è l’ansia della collettività e dell’individuo, ma è un ottimo terreno di partenza per poter sviluppare i personaggi tipici sia piatti che a tutto tondo da poter inserire nelle opere del Pandemismo.

Raccontare una storia, scrivere un racconto o un romanzo all’epoca di questa pandemia non è di certo semplice, ma il movimento del Pandemismo sta appunto creando delle basi per aiutare gli autori interessati, quelli futuri e gli studiosi a farlo e capirlo.

Qualsiasi sia la prossima narrazione nello stile del Pandemismo, di qualsiasi genere letterario si tratti, non potrà avere dei personaggi credibili se in essi non ci fossero alcune delle sfumature dell’ansia che purtroppo tutti in qualche modo abbiamo vissuto.

Addirittura un personaggio interessante potrebbe essere quello immune ad ognuna di queste ansie, poiché in pace con sé stesso e con la fine ancora apparente del mondo moderno pre-pandemico, o poiché indifferente alle paure comuni del cittadino medio.

Zero Negativo di Pasquale Scalpellino

Zero Negativo Pasquale Scalpellino

Zero Negativo

Il 21 luglio del 2020 un ragazzino in bicicletta sta percorrendo una via di Palmers Green, a nord di Londra.

Ha caldo ed è sudatissimo, l’estate nella capitale inglese non è mai stata così forte e così duratura. Si ferma lungo un ponte nella corsia della pista ciclabile, per controllare che nello zainetto abbia un pound per comprare una gelida bibita frizzante. All’improvviso però una coppia di ragazze si arresta sul marciapiede di fianco a lui e alza gli indici al cielo, distraendolo.

Tutti iniziano a fermarsi, una folla cresce letteralmente dal nulla.

All’orizzonte, tra gli alberi del parco lì vicino, sono sbucati sei droni di ultima generazione, i quali, volando in sincrono, trascinano con sé delle corde flosce. Salgono in alto, in verticale, sempre più su, finché quelle funi si tendono e un uomo impiccato inizia a contorcersi dinanzi a tutti.

Sulla pancia nuda, il poveretto esibisce una strana scritta rossa.

C O M, dicono le tre lettere solitarie.

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I personaggi del Pandemismo

Nuove categorie di personaggi

La nascita di un movimento letterario non è una cosa semplice da gestire né ovviamente facile da tenere sotto controllo, soprattutto quando la realtà in cui esso si muove e si evolve è ancora incerta e appunto cangiante. Ad oggi, ovvero ai primi di agosto, è possibile affermare che una probabile seconda ondata sia alle porte dell’Europa ma che, in determinate altre nazioni estere, sia già in pieno corso. Soprattutto se queste manifestazioni di casi non le si considerino come semplici prolungamenti della prima ondata.

Le opere che abbiamo scritto finora, rimodellando grossomodo tratti di ben 6 o 7 generi nella nuova normalità, hanno cominciato a portare i loro frutti, ovvero a mostrare delle similitudini, dei tratti comuni analizzabili in un contesto di letteratura. L’obbiettivo primario del Pandemismo è quello di scrivere opere di ogni genere e forma ambientate in questa nuova normalità, in questo nuovo mondo con queste nuove regole, seguendo le esperienze personali degli autori o comunque le impressioni e la fantasia consequenziale che questa nuova realtà suscita in loro.

Sebbene sia tutto da scoprire, sebbene siano le opere stesse a dare tratti e caratteristiche alla letteratura del movimento, alcune cose è già possibile elencarle ed è un bene farlo per dare delle basi solide a chi prima o poi si avvicinerà a scrivere in questo movimento o a studiarlo come fenomeno dei nostri tempi.

Questo primo articolo sarà l’apripista di molti che man mano sviscereranno le varie forme delle opere del Pandemismo, individuandone i tratti comuni o comunque isolandone gli elementi precipui, cosicché si creino delle particolarità studiabili o anche da poter essere approfondite da eventuali futuri autori. Nelle settimane e mesi a venire ce ne saranno tantissimi di articoli come questo, poiché le tematiche da trattare letterariamente, grammaticalmente e antologicamente sono pressoché infinite. Il movimento è appena nato, ma è già pulsante e in continua evoluzione, per questo volevamo chiacchierare latentemente su quelle che sono le possibili nuove categorie di personaggi.

I personaggi del Pandemismo

I personaggi sono una delle chiavi di volta di ogni opera narrativa, le cui azioni e le cui personalità e psicologie sono spesso centrali o rappresentano il fulcro dell’evoluzione di una storia. Sviluppare un personaggio credibile ed evolverlo attraverso le vicende che vive è uno dei più grandi ostacoli di un autore. Come lo è anche utilizzare personaggi stereotipati fissi o mutevoli, cosicché si possa spostare la focalizzazione oppure rimodellarli e distruggerli a causa degli eventi, per seguirne gli schemi prestampati di reazione.

La nuova realtà di oggi è fatta di un mondo molto diverso rispetto di qualsiasi altro a cui eravamo abituati a leggere e vedere, se si escludono quelli di fantascienza e di fantasia messi su di sana pianta. Essendo quindi questa una nuova realtà letteraria, con nuove regole, nuovi realismi e nuovi meccanismi sociali, politici e culturali, è giusto che ci siano nuovi personaggi o comunque nuove personalità a spiccare tra quelle comuni a cui da sempre siamo abituati.

Che tipo di personaggi ci sono nelle opere del Pandemismo? Come sono i personaggi di Rafael Spike nei suoi racconti horror? Come sono quelli di Pasquale Scalpellino nel suo Zero Negativo uscito proprio in questi giorni? E le donne della Vannino? Il popolo controllato di Sirio Rossi?

Nuovi esseri umani

I nuovi esseri umani di questa realtà sono grossomodo simili per complessità rispetto a quelli pre-pandemia, ma se già guardate voi stessi prima di scrivere potrete individuare alcuni dei tratti precipui.

In base a come si reagisce alla nuova normalità, potremo avere già molte personalità differenti da poter utilizzare per i nostri nuovi esseri umani letterari.

L’ansia di non arrivare a vedere le luce dell’indomani delinea un tratto di chi ha attualmente ancora paura del virus. Il menefreghismo, il complottismo e l’egoismo possono delineare chi ha smesso di crederci o chi ne è stato relativamente colpito poco e quindi non teme più la malattia. I sogni però sono stati infranti per tutti e la mancanza del futuro può delineare un personaggio psicologicamente complesso e depresso, poiché magari tutta la sua vita è stata sgretolata dalla crisi economica o dalla perdita di un affetto. La disoccupazione e la scarsa liquidità bancaria sono un altro ottimo elemento per i personaggi, come anche la voglia di risolvere la questione, la speranza che sia tutto un brutto sogno e la rassegnazione che la vita è ormai finita per tutti. Accettazione, rinnego, scetticismo, ribellione.

I personaggi del Pandemismo possono essere più complessi di quanto si creda, poiché posseggono miriadi di possibili personalità tutte mescolabili e interscambiabili, che tra l’altro potranno mutare in base al periodo della pandemia attraverso cui si sceglie di narrare, che fosse agli albori o adesso all’imbocco della seconda ondata. Da queste categorie potremmo chiaramente ricavare degli stereotipi, dei personaggi piatti da poter ritagliare, i quali non fanno mai male di contorno nei pressi di quelli a tutto tondo per i protagonisti e i secondari.

Per adesso ci fermiamo qui, lasciando questa discussione aperta e vaga sulle varie categorie di personaggi e le differenti connotazioni psicologiche. Nei prossimi giorni mireremo con più precisione, sviscerando un argomento unico nelle sue innumerevoli sfaccettature.

Probabilmente tratteremo dei personaggi che soffrono d’ansia.

Lupi: Asfissiare di Rafael Spike

Lupi asfissiare Rafael Spike

Lupi: Asfissiare

Ta-dah! Sì! Le mie mani sono nere! Nerissime! Sono di pece! Come il manto di un corvo, dice una delle mie migliori amiche quando gliele mostro su Skype. Sono tutte nere: dalle unghie, fino a poco più su del polso. Il tatto come senso è rimasto integro e se chiudo gli occhi e me le appoggio sul viso, o su qualsiasi altro punto del corpo, le sento esattamente della stessa consistenza di prima. Sono le stesse mani che avevo, hanno solo cambiato colore.

Non sono abbronzate, arrostite e non ho una malattia come la vitiligine al contrario. Non si tratta di pelle scura come chi è di colore, tipo il mio amico Amed del Congo. La mia cute è nera come il ferro battuto, nera come la pittura, nera come la morte infernale, come un diablo. Le pellicine sono nere, le unghie, le nocche e i peli – e voi sapete che i miei sono biondi, sono quasi albino.

Provo dolore e sanguino sangue rosso, ma la carne se mi scortico o mi taglio è nera al di sotto della superficie. Non è cancrena, non è una patologia rara. Sono nere e basta.

Sono stato dal medico, all’ospedale e da uno specialista dermatologo, ma nessuno è riuscito a darmi alcuna spiegazione, nonostante mi abbiano fatto centinaia di test. Credetemi sulla parola: nessuno sa cosa sia! Ma il bello è che tutto questo me lo dicevano a priori, anche prima di testarmi. Non si aspettavano risposte concrete, cure o spiegazioni perché non ero il primo, in molti insieme a me avevano mostrato questo “innocuo sfogo della pelle”. Così lo hanno battezzato, uno “sfogo gentile”. Non è una malattia, non è una mutazione di quelle che aspettiamo per la seconda ondata. Non è letale in questa forma, è solo una colorazione cutanea.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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Kill Her di Pasquale Scalpellino

Kill her Pasquale Scalpellino

Kill Her

Il telefono di casa e il suo cercapersone suonarono quasi allo stesso momento, quando Selene si fermò di sfuggita a fissare le immagini del notiziario che riportavano alcuni omicidi dell’ultim’ora. Era venerdì sera, aveva da poco finito di fare una doccia dopo uno stressante turno di lavoro al dipartimento e si stava rilassando con una birra sul proprio divano, mentre la cena si riscaldava nel microonde. Erano due dei suoi colleghi che stavano cercando di rintracciarla.
Essere un’investigatrice capo non era mai stato semplice, ma quella sera dodici persone a caso erano appena state uccise nella sua città.
Avevano usato armi contundenti per farlo, ma queste erano tutte diverse tra loro.
Simili erano i pentacoli di sangue dipinti nei soggiorni e gli orari delle esecuzioni, ma la cosa più inquietante che avevano in comune i cadaveri delle vittime era il nome di Selene inciso sui polpacci.

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Incipit di Kill Her

Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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L’uomo che mangiava i vestiti di Pasquale Scalpellino

Horror club: L’uomo che mangiava i vestiti

L'uomo che mangiava i vestiti horror club

Lavorava ormai da anni in quella gigantesca lavanderia industriale, difatti mancava poco alla sua promozione a caporeparto.

Ammetteva con tranquillità che non era assolutamente un mestiere faticoso, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie molti ruoli della catena di montaggio erano pressoché sostituiti dai macchinari. Erano poche le mansioni rimaste ormai e spesso queste ultime non erano altro che tener sotto controllo il funzionamento di quelle braccia meccaniche. A lui piaceva quel lavoro, non gli dava neanche troppi problemi … forse.

Luca ad esempio era uno di quei dipendenti che non aveva mai potuto sopportare. Un ragazzo schivo, timido, preoccupato, uno di quelli che non cercava di stringere rapporti con nessuno, ma che poi diventava una sanguisuga con l’unico essere umano a cui aveva furtivamente detto ciao, venendo malauguratamente ricambiato. Luca aveva detto a lui ciao e Luca era diventato la sua ignobile sanguisuga.

Lo perseguitava, lo seguiva, gli offriva il pranzo. A volte gli chiedeva anche come stesse sua moglie, donna che non aveva mai incontrato. Altre volte invece non lo degnava di uno sguardo e in particolare questo accadeva nei giorni in cui sembrava depresso. In quei casi si presentava a lavoro abbattuto e pallido come un cencio, si dedicava con pigrizia alle sue mansioni e restava con lo sguardo nel vuoto per ore, estraniandosi dal mondo. Questo era un aspetto che lo inquietava. Ciò che però lo spaventò di più accadde un giorno in cui entrambi restarono per degli straordinari notturni.

Erano soli, avevano una mole esorbitante di lenzuola da lavare e l’unico che riusciva ad usare i macchinari più grossi non era Luca. Questo significava che avrebbero dovuto lavorare separati, uno in una stanza e l’altro in un’altra. Si trattava soltanto di alcune ore, ma il suo collega stava attraversando una di quelle giornate di depressione. Alle 3 passate infatti andò a vedere come se la stava cavando e quello che vi si parò dinanzi fu impensabile.

Luca era carponi su uno dei tavoli allestito per il piegamento dei tessuti più grandi. Contorto in una posizione animalesca, mangiava voracemente le lenzuola. Le addentava come se fossero prede succulente, come se fossero gazzelle divorate da un leone. I suoi occhi non avevano pupille e dalla bocca gli colava sia sangue che bava bianca. I suoi denti producevano un rumore grottesco e neanche riusciva ad immaginare come potessero lacerare le lenzuola fino ad ingoiarle. Le mani stringevano così forte quelle stoffe che sembravano indemoniate. Il suo ventre era gonfio e di un colore violaceo. C’era una puzza di morte indescrivibile.

Cosa cazzo stava succedendo? Cosa diamine era preso a quell’uomo? Stava mangiando quelle lenzuola come se fossero pezzi di carne giganti! Era indemoniato? Era posseduto? Era fatto? Era impazzito?

Non cercò di farlo rinsavire per due motivi molto semplici. Il primo era legato al fatto che fosse letteralmente terrorizzato dalla situazione.

Il secondo era legato al fatto che non c’erano soltanto le lenzuola sul grosso tavolo su cui era carponi Luca, no. In un angolo, mordicchiati e appena appena lacerati, c’erano dei vestitini di sua moglie e alcuni maglioni di suo figlio.

Fino a che punto Luca era diventato la sua sanguisuga?

Non lo voleva sapere … preferì prendere le chiavi di casa e andare a controllare come stesse la sua famiglia.

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Il mondo nuovo: Fra la vita… di Sirio Rossi

il mondo nuovo fra la vita sirio rossi

Il mondo nuovo: Fra la vita…

La soglia alle sue spalle si sigillò e quella dinanzi a lei si spalancò di colpo. Due persone imbacuccate con tute elastiche anti-trasmissione medica di lega bianca scattarono verso di lei, in silenzio sotto i filtri dei respiratori delle loro maschere cefaliche chiare come il latte. La afferrarono per le braccia, la staccarono dal muro e la trascinarono con forza come se fosse una paziente pazza in opposizione.
Percorsero il corridoio d’uscita volando e Amber riuscì a vedere con chiarezza cosa l’aspettava, quando ormai il potersi opporre non era più un’opzione valutabile. Gridò, ma suo marito non poteva più sentirla né aiutarla. I due paramedici la strattonarono sollevandola poi da terra di peso.
La normale uscita con scale adesso era composta da altri due membri sanitari, i quali sostenevano una bolla di plastica grossomodo della sua altezza. C’era un buco piccolo in quel gigantesco pallone e fu lì che la infilarono, facendola finire al centro di esso. I gradini non vi erano più, si erano magicamente allineati in obliquo e ora apparivano come uno scivolo di metallo liscio e ripido.
Tutt’e quattro le persone in tuta bianca ignorarono i lamenti di Amber, spingendo con forza quell’involucro sferico, condannandola così ad una caotica rotolata che durò un’eternità, anche perché lei non faceva altro che girare frontalmente in modo sempre più veloce, mentre il suo pancione le dava dei pugni interiori sulle ossa della schiena e del coccige.
Terminato quell’indesiderato luna park, il contenitore di plastica che la imprigionava arrestò la propria corsa in quello che poteva benissimo essere un Transteiner. Dietro di lei la porta si sigillò e lei finì al buio in quello che le era parso uno stanzino merci asettico e incolore. Cominciò a piangere e vomitò, ma le sue paure si spensero all’accendersi di un gas silenzioso che la sedò contro la sua volontà.

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