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Incipit di Savior

Primo capitolo di Savior

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“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

Non aveva idea di quando fosse iniziata questa cosa a dirla tutta, poiché probabilmente aveva sviluppato quel potere da bambina, ma niente era riuscito a farlo andare via o interromperlo. E ne aveva provate di soluzioni, ne aveva provate proprio tante.

Lei riusciva ad osservare tutto di tutti.

Una cosa era però vedere le intenzioni di un professore su chi interrogare il giorno seguente e cosa chiedere, un conto era scoprire che la tua migliore amica era innamorata di te.

Era bello smettere di essere triste per la mancanza di uno smartphone decente, sbirciando nella propria madre e notando l’intenzione di volerne acquistare uno come regalo di compleanno, meno bello era scoprire i tradimenti repentini e settimanali del proprio papà.

A volte era un potere che serviva, altre volte qualcosa per cui avrebbe preferito strapparsi gli occhi, piuttosto che avere una vista così acuta.

Il dramma più grande per lei era quindi quello di non poter essere come tutte le altre, mentre la beffa invece quella di non riuscire a fare con sé stessa ciò che in maniera facile faceva con gli altri.

Nei propri occhi non vedeva nulla.

Di sé stessa non poteva conoscere alcun passato, alcun pensiero e alcun ricordo.

Era vuota dinanzi a sé.

Buia.

Questo la faceva rammaricare e allora giorno per giorno continuava a guardarsi allo specchio, perché sotto sotto era convinta che in esso ci fosse il segreto della sua simpatica maledizione.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

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Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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Savior di Pasquale Scalpellino

Savior Pasquale Scalpellino

Savior

“Perché non posso essere come tutte le altre?”, si ripeté per l’ennesima volta dinanzi allo specchio del bagno.

La porta era chiusa a chiave e da giù poteva sentire sua madre e suo padre parlare. Ascoltavano un po’ di musica insieme a bassa voce e non avevano alcuna idea del fatto che lei fosse rintanata lì, anziché essere in camera a fare i compiti.

Si guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare alcuna verità al di là di essi. Quei bulbi non nascondevano segreti o forse erano così bravi a fungere da scudo per la sua anima che niente e nessuno poteva penetrarli, nemmeno lei che li possedeva e li usava dalla nascita.

Lizzy diceva sempre a sé stessa di avere un unico problema nella vita, ma malgrado fosse singolo si trattava di uno di quelli seri e insopportabili. Era una cosa che spesso e volentieri si rivelava essere una maledizione, mentre in altre occasioni non si pentiva di averla definita come un dono.

La sedicenne dai capelli neri poteva vedere oltre le apparenze.

Questo non significava di certo essere una persona profonda oppure essere brava a capire gli altri, poiché il suo potere era qualcosa di molto più letterale.

Lizzy si rivolgeva con lo sguardo verso qualcuno, in pratica chiunque, e tutta la vita dello sconosciuto si dispiegava magicamente nel suo cervello, pronta per essere scandagliata e ammirata in pochi secondi, pronta diciamo per essere vista in modo completo senza che nessun peccato restasse celato.

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Paure dell’uomo di Pasquale Scalpellino

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Paure dell’uomo

Tra le dita rigiro lo scatolo di medicinali da trenta pillole con cui voglio provocarmi un’overdose.

Non ne ho assunta neanche una per adesso, ma so che, ingoiandole singolarmente a distanza di poco tempo l’una dall’altra, sentirò la paura crescermi dentro un passo alla volta, fino ad esplodere nella reazione distruttiva di cui sono in cerca.

Ogni capsula avrà dunque un effetto peggiore della precedente, ogni capsula farà più male.

Più ne prenderò e più ne sarò devastato, nonostante all’inizio proverò del semplice fastidio e delle sensazioni di stordimento che già conosco.

Voglio raccontarvi la mia storia, voglio raccontarvi l’overdose che mi attende, ma per capirla a pieno dovrete prima prendere queste classiche pillole dell’orrore insieme a me.

Soltanto dopo potremo vivere insieme questa sconvolgente fine.

Paure dell’uomo è una raccolta di trenta racconti horror brevissimi, che omaggiano tematiche classiche e già conosciute, più uno più lungo a chiudere l’overdose della paura.

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Il mondo nuovo: … e il trionfo della morte di Sirio Rossi

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Il mondo nuovo: … e il trionfo della morte

Sognò Francesca.

Sognò il giorno in cui durante uno slot di svago di coppia avevano deciso di passeggiare vicino le mura, per ascoltare le Grida.

Non posso credere che tu non chiami i terremoti in questo modo, nonostante viva qui da sempre. Non posso credere che tu non abbia mai ascoltato le mura.

Cosa dovrei sentire? Sono soltanto pietre.

Non avevano incontrato nessuno a passeggiare lungo quella via. Rasenti le mura, infatti, non vi erano mai stati negozi. Erano vie solitarie, abbandonate, utili solo a separare i cittadini dal mare, ma non a dare svago a chi aveva slot liberi.

Sono solitarie per le Grida, alcuni le chiamano le Strilla dei Fantasmi.

Io non sento niente.

Poggia le mani sulla pietra e avvicina l’orecchio.

Aveva obbedito e aveva avvertito uno strano rombo, un suono mistico di qualcosa in movimento, come acqua in movimento in tubature a media pressione.

Questo è il mare.

Non senti le Grida?

No.

Ascolta un altro po’.

Poi erano arrivate.

Erano state urla, acuti sottili che avevano trapassato il rombo come qualcuno che cercava aiuto nell’acqua ma la cui voce era attutita dall’immensità dell’oceano. Erano state lontane, lontanissime.

Ma cosa sono?

Te l’ho detto, queste sono le Grida. Quando si avvicinano troppo, avvengono i terremoti.

Pensi siano veramente fantasmi? Magari di cadaveri e di soldati morti scaricati nel mare?

No, credo siano balene in realtà, che quando si avvicinano o urtano il muro o gridano, sparando una corrente nella nostra direzione.

L’aveva trovata una soluzione plausibile e creativa.

Perché lo farebbero? Per distruggerci? Per entrare? Perché le separiamo da qualcosa o abbiamo invaso il loro spazio sui fondali?

No, penso che lo facciano per ricordarci che siamo noi quelli imprigionati.

Si svegliò di soprassalto, senza concludere quella vecchissima discussione, senza ripetere la propria ultima domanda, ovvero quella circa il quando le balene fossero state rinchiuse al posto dell’uomo.

Anche a quell’ultimo quesito Francesca aveva risposto.

Probabilmente in un passato che nessuno ha più il permesso di ricordare.

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Il mondo nuovo: Ciò che avviene di notte di Sirio Rossi

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Il mondo nuovo: Ciò che avviene di notte

Il cocktail pronto fu appoggiato dinanzi all’uomo appena entrato, il quale nel frattempo si era seduto di fianco a Liain. Nessuno dei due parlava. Prima che la mano lasciasse il contenitore di vetro, un palmare senza schermo venne proteso verso il cliente in questione, che prontamente disse il proprio nome.

“Kin Xamisagi” e da una piccola lampadina invisibile venne fuori una luce blu di approvazione, che mostrò il simbolo del meno affiancato dalla cifra 5, ovvero il prezzo di crediti che costava la bevanda.

Se la luce fosse stata rossa, avrebbe significato che il cliente era a corto di liquidità per pagare e sarebbe stata negata la vendita, oltre che avvertita l’autorità governativa che avrebbe non solo sbattuto fuori la persona dal locale, ma lo avrebbe ricondotto pure a casa e avrebbe avviato una sommaria investigazione finanziaria per scoprire le motivazioni di tale mancanza creditizia. Tutti avevano un lavoro, non esisteva la disoccupazione e dunque la povertà non era concessa, ma poveri non lo si poteva mai diventare se non vi erano abitudini di spesa nocive e poco accettabili, che in quel caso, con l’investigazione governativa appunto, sarebbero saltate fuori e soppresse.

Non si poteva eccedere nello spendere i propri averi in maniera totale, nonostante il senso di averli fosse proprio quello lì. Le tasse venivano decurtate in modo automatico ad ogni stipendio versato, visto che il lavoro, tranne quello autonomo e brevettato, era centralizzato a livello nazionale. Anche l’affitto, le spese mediche, le bollette e tutto il resto veniva anticipatamente già preso. I crediti che restavano in tasca andavano solo spesi, ma non potevi scialacquarli tutti.

Non essere scemo, gli aveva sempre ripetuto sua madre quando lui la rimproverava per aver acquistato del formaggio scadente.

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Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Soldi e sudore di Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore

In un’onirica città dormiente a causa dei mesi trascorsi in lockdown, un noto signore in completo marrone si sta dirigendo ad un’importantissima e soprattutto segreta festa, i cui invitati sono tra l’altro i membri più eccelsi e rinomati della finanza e delle multinazionali del mondo. Indossa i guanti di pelle e, nonostante il clima abbastanza freddo, in quell’ascensore dorato lui sta sudando.

Si tratta comunque di Leonard Spandex, il CEO di uno dei giganti farmaceutici internazionali più influenti e anche il padrone indiscusso dello shampoo antiforfora.

Questo è il primo evento mondano a cui prende parte da quando è cominciata la fine del mondo contemporaneo, ma è anche la prima cena di Bayns a cui partecipa poiché le sue attività lavorative si svolgono primariamente in Europa, dunque molto lontane rispetto alle sedi celebrative del re dei supermercati.

Patrick è invece uno dei camerieri di quel catering segreto che al di là della pandemia non ha mai smesso di lavorare. Lui è appassionato di filosofia e scienza, ma oltre ad interessarsi un po’ alla storia in generale non ha concluso gli studi.

I due non hanno nulla in comune se non la festa e non sono destinati ad incontrarsi e conoscersi. In una cena galante però tutto può accadere e saranno forse gli eventi inaspettati a permettere ai due di sfiorarsi.

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Il mondo nuovo: Il cucchiaio di Sirio Rossi

Il mondo nuovo il cucchiaio sirio rossi

Il mondo nuovo: Il cucchiaio

A volte i periodi lavorativi sembravano durare più giorni di quelli passati a casa. Nessuno contava difatti il sorgere del sole o il suo tramontare. Vivevano sottoterra, non avrebbero potuto farlo neanche se avessero voluto. Le finestre dei loro appartamenti avevano come panorama altri palazzi, anziché coltivazioni. Aveva sempre desiderato salutare i vicini che si affacciavano dalle proprie case, proprio come faceva lei, ma i vetri degli edifici esternamente erano specchiati, quindi riusciva a vedere solo un piccolo puntino riflesso, ovvero sé stessa in pigiama.

Forse con una collana di Saturno al collo, come quella di sua madre e suo padre, sarebbe stata più felice. Le giornate si sarebbero probabilmente ripetute in maniera diversa.

Alzò il piatto dalla sedia, lo odorò quasi immergendo il naso nel suo fumante essere colloso.

Profumava di pane stantio e pasta marcia. Puzzava più del sudore che emanavano le pieghe dei suoi seni e gli spacchi tra le sue dita dei piedi. Almeno sapeva di qualcosa, ora che non aveva la mascherina.

Poggiò il piatto in un angolo a terra, si sedette col culo flaccido e cellulitico sul sedile ghiacciato. Tossì perché forse desiderava ammalarsi.

Urinò caldamente in quella posizione sentendo il calore dei propri liquidi bagnarle le chiappe, umidirle le cosce e scenderle lungo le gambe come la carezza di un dito amorevolmente interessato e scottante. Si fece una sottile pozza sul pavimento e vi riscaldò i piedi, sbattendoli lentamente come una bambina annoiata.

Allungò alluce e indice bagnati e afferrò il cucchiaio immerso nella sbobba. Lo portò sulla gamba e lo afferrò con la mano, adesso la stanza odorava di piscio. Mangiò la cucchiaiata, pulendo l’utensile metallico con la lingua. Sapeva di tristezza culinaria.

Era quasi catatonica.

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Il mondo nuovo: Polvere del cielo di Sirio Rossi

Il mondo nuovo Polvere del cielo Sirio rossi

Il mondo nuovo: Polvere del cielo

Aprì la mano. Decine di fiocchi di neve gli si posarono sul palmo aperto, grossi come falangi ma rapidissimi nel diventare acqua.

Erano molto soffici. Il suo cappotto li stava assorbendo tutti, rendendosi umido, tuttavia permetteva anche che alcuni si incollassero sulla propria superficie, di modo tale da costruire una corazza bianca. I suoi stivali lasciavano orme profonde un paio di centimetri. Il marciapiede stava diventando un lastra scivolosa e congelata con una moquette di polvere del cielo.

Vide il proprio respiro addensarsi in una nuvoletta calda, capì allora che il tempo da poter perdere era ampiamente scaduto.

Aveva bisogno di un riparo, oltre le nuvole il sole stava di sicuro iniziando a scomparire. Nel buio totale lui non poteva sopravvivere. Non glielo aveva detto nessuno, si trattava di una cosa che aveva imparato da solo. Con la vista compromessa dall’oscurità, aveva capito di dover utilizzare altri sensi per potersi orientare e muovere con agio e sicurezza nella notte, ma l’udito, quello che più si prestava a contrastare la pericolosità della situazione, era pressoché inutile in quel caso, poiché riusciva soltanto ad ascoltare versi animali e grida impensabili che di giorno neanche esistevano.

Questa era la ragione per cui aveva smesso di continuare il proprio cammino una volta tramontato il sole.
Gli animali del mattino non erano gli animali della notte. Vi erano bestie ulteriori a popolare la realtà buia dopo il tramonto oppure era l’assenza di luce che alterava il loro essere mansueti, trasformandoli in mostri. O magari di sera diventavano semplicemente affamatissimi.

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