Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Incipit di Zero Negativo

Primo capitolo di Zero Negativo

Zero negativo Pasquale Scalpellino

Oscura era la stanza dove aspettava e affannato era il respiro con cui la persona, avvolta dalla coperta, cercava di tenersi calma e con la mente lucida.

Dal soffitto pendeva un neon circolare che si era staccato dalla sua plafoniera, la quale infatti giaceva a terra in mille pezzi. Una mattonella spaccata e delle gocce di sangue erano il ricordo di una disattenta indifferenza.

L’elettricità di quel nudo vetro ad anello andava e veniva, difatti la camera era un ambiente che passava dal chiarore alla luce quasi intensa con uno strano ritmo, che di certo non aiutava la tranquillità e il rasserenamento.

La figura era rannicchiata su una sedia girevole, stringendosi le ginocchia al petto e fissando lo schermo del portatile settato sulla luminosità più bassa possibile. Chrome era aperto con due finestre, le quali si dividevano mezzo monitor con due siti rivali. Da un lato la pagina delle news live della BBC cercava con le sue tinte rosse di contrastare le tonalità biancoverdi del Telegraph. I due giornali ricevevano il medesimo spazio all’interno della superficie del computer e i loro siti avevano l’aggiornamento automatico non appena veniva aggiunta una nuova e breve notizia recente.

L’orologio ticchettava sulla parete, segnando le 3 in punto del pomeriggio. A breve sarebbe apparsa la breaking news che interessava quell’anonimo utente nascosto dal plaid di lana. Gli occhi chiari erano avidi come la luce che voleva filtrare dalle finestre con le tapparelle abbassate.

La parete alle spalle della scrivania nera comunque era composta da decine e decine di bacheche di legno, accostate come piastrelle una di fianco all’altra, e sulla loro superficie numerosissime puntine di metallo inchiodavano centinaia e centinaia di fogli a4, su cui erano stampati tutti i resoconti live dei due giornali per i giorni precedenti a quello attuale.

Quelli live segnavano sullo schermo del portatile la data del 21 luglio 2020. Migliaia di altre pagine di carta erano suddivise in maniera molto schematica e composta lungo tutta la pavimentazione. Quelle sulla parete erano difatti notizie particolari e sconvolgenti di tutto il periodo della pandemia, come scoperte, false promesse politiche dei governi, cospirazioni eclatanti, gente in alto che trasgrediva le regole, missili, proteste, assassinii e quant’altro. Erano una macabra carta da parati, ma la mancanza di fili rossi a fare da collegamento o quella di fotografie di persone da dover incriminare dava poco valore paranoico e di congiura.

Di fianco al mouse però c’erano alcune fialette ospedaliere ricche di sangue scuro e al di sotto del tavolo una ventina di metri di fune da scalata arrotolati su sé stessi, come comodi pitoni addormentati.

Fece uno starnuto, si pulì il naso con la coperta e poi ciò che stava aspettando arrivò con un formidabile video su tutti i giornali, ma principalmente sui due che dividevano il suo poco luminoso computer.

Virale però lo ritenne un aggettivo poco felice.

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Incipit di Depression

Primo capitolo di Depression

Depression pasquale scalpellino

Sapeva che quella avrebbe potuto essere l’ultima sera della sua vita, eppure si sentiva tremendamente tranquillo.

Quella donna era sempre stata chiara con tutti.

Indossa questa GoPro al collo e cerca di lasciarle campo libero giusto di fronte a te, aveva costantemente ripetuto nel tempo, consegnando la telecamera ai diretti interessati.

Era un compito duro da portare a termine, se si considerava il fatto che la fine di esso fosse appunto la morte. Certa tra l’altro, non probabile. La assoluta e definitiva morte certa. Si doveva indossare quella cosa fino a quell’esatto momento.

L’ultimo istante, in pratica.

Quelli come te non sono soli, aveva sempre aggiunto.

E non devono esserlo più, ma per poter riuscire in questo bisogna che alcuni si sacrifichino, come le cavie di qualsiasi medicina sperimentale o i primi a subire qualche nuova e innovativa procedura chirurgica.

Aveva pensato ai posteri.

Molti di loro sarebbero potuti finire nella sua situazione, quindi perché non sfruttare il suo già esserci per cercare di salvarli?

Per questo aveva al collo quella telecamera e per questo camminava lungo il guardrail di pietra dell’autostrada, nonostante piovesse a dirotto. Il vento era infernale e lo frustava senza sosta con raffiche d’acqua e nevischio.

Aveva qualcosa nel cervello, ma quella donna aveva detto che c’era in realtà molto di più. Aveva qualcosa che gli straziava il cuore, che gli bastonava l’anima e che prendeva la sua personalità per il collo impiccandola ad ogni istante di vita, senza stancarsi mai.

Non sapeva cosa significasse tutto questo, ma sapeva cosa sarebbe potuto accadere.

I fari di un camion illuminarono il suo viso pallido. Il poco sonno soddisfatto aveva preso a pugni i suoi occhi. Tremava perché non aveva fame e le gocce gelide che gli si accumulavano sulla pelle scoperta non lo bagnavano per davvero. Era disidratato. Avrebbe tanto voluto buttar giù un altro goccetto. Così, tanto per ricordare l’inizio.

Il sapore del fuoco, la parvenza di benzina. Bere lo avrebbe salvato da quell’autostrada, fatta di pece nera e linea di mezzeria tratteggiata.

Camminava nella direzione opposta al senso di marcia e si trovava sul lato esterno della carreggiata. Finora non aveva ancora incontrato una piazzola di sosta e si era concentrato completamente sul tenere la GoPro fissa innanzi a sé. Nessuno lampeggiava i fari nella sua direzione, ma lui si sentiva accecato.

Nessuno suonava il clacson per segnalargli di stare attento e scendere da quel luogo non fatto per i pedoni, eppure lui era assordato da un rumore continuo.

Quella bottiglia.

Quel portafogli dimenticato.

Quel caffè non bevuto.

Si fermò perché il fiato iniziò a mancargli.

Quando prese a fissare le auto instancabili, dall’altro lato della corsia c’era un bambino di una decina d’anni. Aveva una felpa scura con il cappuccio ben piantato in testa. Con un piede appoggiato sul triangolo di segnalazione per gli incidenti, provava ad allacciarsi le scarpe, ma non ci riusciva perché una delle sue braccia era storta all’indietro, spezzata in una maniera indicibile e così frantumata da sembrare essere uscita da un frullatore.

“Ehi, attento!”, gridò con monito l’uomo.

Il ragazzo alzò il capo e lo guardò con un sorriso strano, poiché diviso a metà da un’ustione che gli aveva devastato mezza faccia.

Sapeva chi era, altrimenti non avrebbe mai indossato la telecamera.

Pianse di getto, lasciando che quell’attacco di panico prendesse il sopravvento.

Poi attraversò l’autostrada senza guardare, ma almeno la GoPro tenne gli occhi aperti per tutto il tempo.

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Incipit di Sangue e cemento

Primo capitolo di Sangue e cemento

Sangue e cemento pasquale scalpellino

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette, nessuno avrebbe mai detto che quei palmi e quelle dita potessero appartenere ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l’accostamento di esse ad un tipo di lavoro così manuale. Nessuna copertina può infatti mai esprimere realmente ciò che nasconde oltre la superficie.

Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell’unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell’azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.

Ne completò cinque in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.

Spalancò l’uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso ai ganci a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all’altra i tendini di Achille, assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell’uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena undici anni.

Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.

Un corpo umano contiene circa cinque litri di sangue e fondamentalmente questo liquido rosso può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell’acqua, più del vino, più dell’alcool e dell’urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all’assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.

Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.

Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell’addome di quell’uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.

Spostò il secchio e infilzò l’uomo dall’altezza dell’ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c’era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 

Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, dunque accese il macchinario e lo frullò totalmente.

Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l’organo liquido nella bacinella piena di sangue e la accostò a quella più insolita che possedeva nell’angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po’ di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare… avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.

Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere.

Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d’ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c’era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c’erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.

Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, iniziò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano era assordante, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.

Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.

Adagiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.

E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.

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Incipit de La croce nel giardino

Primo capitolo de La croce nel giardino

La croce nel giardino pasquale scalpellino

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.

Alla fine di quest’arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell’intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino quattro case identiche, dalla bellezza inaudita.

Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l’appezzamento interno che i quattro proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l’intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben tre metri e mezzo.

Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l’ingresso in tale protetto e curato giardino, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant’è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall’alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.

Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e alle fantastiche siepi che ospitava, aveva un’altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di quattro metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po’ anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.

Una croce d’oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lustrata dai proprietari. Non c’era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle quattro estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l’ingresso di quel pozzo.

Quel mercoledì mattina però, i quattro catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell’erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.

Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l’acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all’angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all’interno del giardino, tramite delle comode portefinestre.

Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì un ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino aromatico nell’acqua bollente.

Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango e aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball, se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell’inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.

Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell’ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.

Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena con il terzo proiettile.

Sean si voltò di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d’infanzia, e mostrò le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.

Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.

Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

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Incipit di Dark and Ness

Primo capitolo di Dark and Ness

Dark and ness Pasquale Scalpellino

Tre bambini fuoriuscirono correndo dal bosco in cui erano stati intrappolati per più di un’ora. Erano sudati, stanchi, impauriti e spaventosamente sporchi di sangue.

Il maschietto, Jeff, aveva le mani imbrattate di liquido rosso e non faceva altro che fissarsele mentre correva provando a non inciampare. La bambina dai capelli biondi, Sarah, aveva soltanto il proprio vestitino rosa sporco, ma se ne fregava dato che era più importante fuggire, piuttosto che pensare a ciò che avevano appena fatto o pulirsi per nascondere le relative prove del misfatto.

La seconda bambina, quella dai capelli rossi, il cui nome era Betty, rideva mentre la fuga era in atto. Era quella più sporca di sangue tra i tre. Ce l’aveva tra i capelli, sul viso, sulle mani, sulle scarpe. Era quella che aveva cominciato tutto e che si era fatta aiutare nel completamento. Era stata senziente e cosciente per tutto il tempo, motivo per cui la sua paura interiore era minore rispetto a quella degli altri. Nei suoi occhi c’era un piccolo barlume di sadismo, ma forse erano soltanto l’adrenalina e la voglia di vendetta che aveva consumato.

Corsero per centinaia di metri nella radura aperta, vedendo uccellini volare via ed evitando di voltarsi indietro. Il fatto che il cielo fosse azzurro e senza nuvole pareva essere una condizione di contrappasso, considerando ciò che avevano commesso, eppure non c’era neanche uno screzio lassù e la giornata prometteva di essere splendente per almeno tutta la mattinata.

Si fermarono quasi al centro della piana, in un piccolo cerchio di terra bruciata con un falò spento e dei grossi massi, messi lì come piccole panche di pietra naturale. Guardarono finalmente il bosco alle loro spalle e un grido gutturale e minaccioso risuonò nell’aria, facendo scuotere violentemente gli alberi e i cespugli. Due occhi giganteschi e gialli apparvero tra i tronchi a distanza di alcuni metri tra loro. Una zampa nerastra, larga più di un’auto e dagli artigli acuminati, sorse dal nulla, schiacciando come se niente fosse un arbusto ricco di spine. Lo sbuffo e il respiro di quell’essere immondo, dopo l’ululato, furono spettrali e raccapriccianti. I ragazzi non credevano ai propri occhi.

“Perché ci siamo fermati? E se continua ad inseguirci e ci raggiunge? Non dovremmo allontanarci di più?”, chiese senza sosta Sarah, perdendosi nello sguardo maligno della bestia che li osservava.

“Non può uscire dal bosco, stai tranquilla”, dichiarò Betty, mettendo una mano sporca di sangue sulla spalla della bambina spaventata.

“Lo credo anche io”, confermò Jeff, deglutendo e distogliendo la visuale da quelle sfere gialle bramanti. Avevano rischiato grosso. Se li avesse presi, a quest’ora sarebbero tutti stati solo carne da macello.

“Dobbiamo promettere”, esordì Betty.

“Promettere cosa?”.

“Dobbiamo promettere che non racconteremo a nessuno quello che abbiamo fatto nel bosco e che non diremo mai neanche come è fuoriuscito quel coso che ci ha inseguito”.

Jeff e Sarah si guardarono terrorizzati. Entrambi erano innamorati di Betty ed era per questo che l’avevano aiutata a fare ciò di cui lei aveva strettamente bisogno. Il sentimento forte che provavano li aveva fatti inoltrare nel bosco, nonostante le assurde storie riguardanti il mostro che lo popolava e che si erano rivelate essere veritiere.

Avevano soltanto sei anni ed era estate. Tra meno di un mese sarebbe iniziata la scuola e la ragazzina dai capelli rossi avrebbe cambiato città, lasciandoli da soli per sempre, con quell’emozione inespressa e quell’amore acerbo e fanciullesco.

Betty si passò sulle labbra il sangue di cui aveva le mani zuppe. Prese per mano i suoi due compagni e poi li baciò entrambi sulle labbra, sporcandoli di liquido rosso. Sarah e Jeff provarono un po’ di ribrezzo, ma il fatto che la stessero baciando cancellò dalla loro mente la presenza di quel sangue.

La promessa fu suggellata, non avrebbero più potuto raccontare a nessuno le vicende di quel giorno.

“Ci rivedremo”, annunciò Betty con risoluzione. Era l’unica che tra loro sembrava già essere adulta nonostante la sua giovinezza.

Fissarono tutti e tre il bosco, dove ormai non era più presente quell’essere gigantesco. Si tennero per mano e si avviarono verso casa.

Quella fu l’ultima volta che Sarah e Jeff videro Betty, anche perché quando tantissimi anni dopo la rincontrarono… beh, lei non era più la stessa.

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Incipit di Kill Her

Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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L’uomo che mangiava i vestiti di Pasquale Scalpellino

Horror club: L’uomo che mangiava i vestiti

L'uomo che mangiava i vestiti horror club

Lavorava ormai da anni in quella gigantesca lavanderia industriale, difatti mancava poco alla sua promozione a caporeparto.

Ammetteva con tranquillità che non era assolutamente un mestiere faticoso, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie molti ruoli della catena di montaggio erano pressoché sostituiti dai macchinari. Erano poche le mansioni rimaste ormai e spesso queste ultime non erano altro che tener sotto controllo il funzionamento di quelle braccia meccaniche. A lui piaceva quel lavoro, non gli dava neanche troppi problemi … forse.

Luca ad esempio era uno di quei dipendenti che non aveva mai potuto sopportare. Un ragazzo schivo, timido, preoccupato, uno di quelli che non cercava di stringere rapporti con nessuno, ma che poi diventava una sanguisuga con l’unico essere umano a cui aveva furtivamente detto ciao, venendo malauguratamente ricambiato. Luca aveva detto a lui ciao e Luca era diventato la sua ignobile sanguisuga.

Lo perseguitava, lo seguiva, gli offriva il pranzo. A volte gli chiedeva anche come stesse sua moglie, donna che non aveva mai incontrato. Altre volte invece non lo degnava di uno sguardo e in particolare questo accadeva nei giorni in cui sembrava depresso. In quei casi si presentava a lavoro abbattuto e pallido come un cencio, si dedicava con pigrizia alle sue mansioni e restava con lo sguardo nel vuoto per ore, estraniandosi dal mondo. Questo era un aspetto che lo inquietava. Ciò che però lo spaventò di più accadde un giorno in cui entrambi restarono per degli straordinari notturni.

Erano soli, avevano una mole esorbitante di lenzuola da lavare e l’unico che riusciva ad usare i macchinari più grossi non era Luca. Questo significava che avrebbero dovuto lavorare separati, uno in una stanza e l’altro in un’altra. Si trattava soltanto di alcune ore, ma il suo collega stava attraversando una di quelle giornate di depressione. Alle 3 passate infatti andò a vedere come se la stava cavando e quello che vi si parò dinanzi fu impensabile.

Luca era carponi su uno dei tavoli allestito per il piegamento dei tessuti più grandi. Contorto in una posizione animalesca, mangiava voracemente le lenzuola. Le addentava come se fossero prede succulente, come se fossero gazzelle divorate da un leone. I suoi occhi non avevano pupille e dalla bocca gli colava sia sangue che bava bianca. I suoi denti producevano un rumore grottesco e neanche riusciva ad immaginare come potessero lacerare le lenzuola fino ad ingoiarle. Le mani stringevano così forte quelle stoffe che sembravano indemoniate. Il suo ventre era gonfio e di un colore violaceo. C’era una puzza di morte indescrivibile.

Cosa cazzo stava succedendo? Cosa diamine era preso a quell’uomo? Stava mangiando quelle lenzuola come se fossero pezzi di carne giganti! Era indemoniato? Era posseduto? Era fatto? Era impazzito?

Non cercò di farlo rinsavire per due motivi molto semplici. Il primo era legato al fatto che fosse letteralmente terrorizzato dalla situazione.

Il secondo era legato al fatto che non c’erano soltanto le lenzuola sul grosso tavolo su cui era carponi Luca, no. In un angolo, mordicchiati e appena appena lacerati, c’erano dei vestitini di sua moglie e alcuni maglioni di suo figlio.

Fino a che punto Luca era diventato la sua sanguisuga?

Non lo voleva sapere … preferì prendere le chiavi di casa e andare a controllare come stesse la sua famiglia.

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