Lupi: Un’isteria invernale di Rafael Spike

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Lupi: Un’isteria invernale

Le foglie erano congelate e livide, il vento soffiava con fiocchi di neve e voce roca, cercando di farsi udire per bene da tutti quelli che avevano deciso di sfidarlo restando all’aperto. Tutto era coperto di bianco e gli altri colori della natura annegavano al di sotto dei suoi numerosi centimetri di spessore.

Le fattorie erano diventate casupole di marzapane coperte di glassa, ma Natale era già passato e quel ghiaccio era umido e freddo. Faceva scricchiolare gli infissi e marcire tutto quello che veniva a contatto con le intercapedini sia dentro che fuori. Bruciava in realtà, come il sole, come il fuoco.

Sotto il riverbero di una lampadina che riusciva a fendere flebilmente la notte di tormenta, attraversando il vetro di una finestra, c’era un piccolo alberello giovanissimo, alto un metro e mezzo.

Lo aveva piantato l’uomo illuminato da quell’unica luce, quello che mescolava il proprio tea caldo osservando la bufera. Pensava a quando avrebbe potuto rimettere le mani sui propri raccolti, a quando avrebbe potuto accarezzare e prendersi cura di nuovo della sua terra e dei suoi campi, visto che ora erano glaciali e duri come la pietra.

Provava anche a vedere nel buio, perché il vento agitava ogni cosa e alcune ombre rischiarate parevano danzare. Alle sue spalle il camino scoppiettò, quando fece cadere il cucchiaino nel lavello per poi godere del primo sorso.

Troppo dolce, sua moglie diceva che gli faceva male lo zucchero.

Sperava tanto che l’albero non morisse e che i campi non si rovinassero del tutto, ma sperava più di ogni altra cosa che l’inverno non durasse ancora per molto. Era il terzo giorno di neve incessante.

Un’altra raffica violenta provò a sfondargli la finestra, il camino si lamentò.

Fu allora che notò qualcosa di non troppo grande agitarsi alle spalle di quel tronco magrissimo e strizzò dunque le palpebre per capire che animale fosse. Si agitava, pareva in procinto di scavare… o forse stava seppellendo qualcosa?

Bevve ancora e poi batté con un dito sul vetro per attirare invano l’attenzione. L’ombra si fermò e lo guardò dopo essere emersa dalla neve. Era una volpe con dei brillanti occhi violacei. Era un esemplare a metà tra l’adulto e il cucciolo, di un arancione acceso.

Lo fissò per pochi secondi e poi scappò, guaendo come tutti i piangenti esemplari della sua specie.

Le sorrise, prima di continuare a bere il proprio tea al sicuro in casa propria.

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Lupi: Una passeggiata nel buio di Rafael Spike

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Lupi: Una passeggiata nel buio

Scese le scale del condominio senza incontrare nessuno. I marmi grigi erano umidi e scivolosi e le porte nere degli appartamenti erano silenziose come se fosse l’unico a vivere nel palazzo.
Non era notte fonda, erano appena le 7.

Giù al cancello d’ingresso, la saracinesca del portiere era chiusa. Quell’uomo andava in vacanza per due settimane nel periodo natalizio e non aveva mancato di farlo nell’anno della pandemia. Era da un po’ infatti che non lo vedeva.

Aprì il portone di metallo tutto agghindato e uscì sul marciapiede che aveva battuto qualche ora prima. L’insegna verde del supermercato brillava come un sole artificiale. Emanava addirittura calore in quei venticinque metri di distanza.

Non c’era nessuno però al suo interno, neanche il personale, ma le serrande non erano chiuse. Quel posto le appannava solo per due ore notturne durante la giornata.

Nella via dove or ora i lampioni comunali si stavano svegliando, la desolazione era la medesima.

Faceva più freddo di quanto immaginasse e di quanto facesse prima.
Tirò su il bavero del giubbotto di lana, nonostante lo scaldacollo fosse di ottima fattura. Soffiò aria calda sulle mani in lattice che non poteva di certo strofinare.

Perché sei uscito?

Iniziò a camminare verso sinistra, restando sul marciapiede quasi congelato, rabbrividendo in modo strano. Non era la temperatura bassa a scatenargli quel tremore.

È l’ansia infatti.

Non è ansia.

Che ansia?

Di che stai parlando?

Un cane abbaiò lontano, ma nessuno gli disse di tacere. Un profumo di immondizia lo raggiunse da un contenitore ricolmo. Tra le buste nere qualcosa si muoveva.

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Il mondo nuovo di Sirio Rossi

Il mondo nuovo Sirio rossi

Il mondo nuovo

01/01/50

Il pianeta Terra è attualmente gestito da quelle che vengono definite come le dodici Nazioni Consolidate, gli unici governi ad essere sopravvissuti a tutte le intemperie che hanno devastato per circa trent’anni la vita degli esseri umani.

Non esistono più calendari, non si adoperano più gli orologi. Il tempo è amministrato, suddiviso e centellinato soltanto dalle autorità, che ordinano alle persone di non curarsene, sottraendogli comunque tutti gli strumenti atti a farlo.

Nonostante la maggior fonte di nutrimento resti l’agricoltura con le sue coltivazioni all’aria aperta, le città di ogni stato sono ormai situate nelle profondità del suolo, strutturando così il territorio nazionale in metropoli sotterranee dove i cittadini, oltre che essere controllati, monitorati e videosorvegliati, sono anche vittime di pochissima libertà di spostamento, anche lavorativa.

In superficie le terre desolate delle civiltà antiche sono diventate purtroppo luoghi ostili alla sopravvivenza, tranne che per la natura e in alcuni casi per le intelligenze artificiali.

Sebbene ci sia stata una pazzesca rivoluzione economica e una massiccia reinvenzione dei rapporti internazionali, alcuni comfort e principi del capitalismo continuano ad essere presenti, malgrado l’importanza estetica, la superficialità e l’apparenza siano andate completamente dimenticate nelle relazioni sociali.

Nessuno può vedere il tuo volto o il tuo corpo, se per uscire dal tuo appartamento hai bisogno di una tuta protettiva e una maschera cefalica speciale, quindi la bellezza ha perso valore.

Non esistono più i social, non esiste più internet, ma le piattaforme streaming e i videogame fanno ancora parte della quotidianità, come pure una collana a forma di Saturno legata al Partner Program, un nuovo metodo per ricercare un partner sessuale oppure da sposare, salvaguardando chiunque dalla violenza domestica.

Il mondo è andato ad ogni modo alla rovina dopo la comparsa della Malattia e delle sue 13431 mutazioni, ma dopo il periodo delle Grandi Sepolture dovute all’infezione, alle guerre e alla carestia, le società si sono evolute e con l’aumento dei controlli la vita ha potuto tornare ad essere quasi priva di pericoli concreti.

Sono tanti però i segreti che celano le alte sfere e sono innumerevoli le minacce che purtroppo stanno per sconvolgere quest’equilibrio già precario.

“Il mondo nuovo” è il primo libro ufficiale di Sirio Rossi, storico per passione e laureando in medicina, che ha deciso di concretizzare il suo forte desiderio di iniziare a scrivere, componendo questa raccolta di racconti sci-fi distopica, il suo genere preferito, così da portare il lettore in una delle future realtà fantascientifiche in cui il mondo potrebbe evolversi nei decenni avvenire.

I dieci racconti contenuti in questo libro cartaceo servono a gettare le basi strutturali del personale universo distopico di Sirio Rossi, il quale vuole approfondire ogni suo dettaglio con la pubblicazione negli anni di svariate saghe e svariati cicli di libri ad esso collegati.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

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Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

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Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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Il mondo nuovo: … e il trionfo della morte di Sirio Rossi

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Il mondo nuovo: … e il trionfo della morte

Sognò Francesca.

Sognò il giorno in cui durante uno slot di svago di coppia avevano deciso di passeggiare vicino le mura, per ascoltare le Grida.

Non posso credere che tu non chiami i terremoti in questo modo, nonostante viva qui da sempre. Non posso credere che tu non abbia mai ascoltato le mura.

Cosa dovrei sentire? Sono soltanto pietre.

Non avevano incontrato nessuno a passeggiare lungo quella via. Rasenti le mura, infatti, non vi erano mai stati negozi. Erano vie solitarie, abbandonate, utili solo a separare i cittadini dal mare, ma non a dare svago a chi aveva slot liberi.

Sono solitarie per le Grida, alcuni le chiamano le Strilla dei Fantasmi.

Io non sento niente.

Poggia le mani sulla pietra e avvicina l’orecchio.

Aveva obbedito e aveva avvertito uno strano rombo, un suono mistico di qualcosa in movimento, come acqua in movimento in tubature a media pressione.

Questo è il mare.

Non senti le Grida?

No.

Ascolta un altro po’.

Poi erano arrivate.

Erano state urla, acuti sottili che avevano trapassato il rombo come qualcuno che cercava aiuto nell’acqua ma la cui voce era attutita dall’immensità dell’oceano. Erano state lontane, lontanissime.

Ma cosa sono?

Te l’ho detto, queste sono le Grida. Quando si avvicinano troppo, avvengono i terremoti.

Pensi siano veramente fantasmi? Magari di cadaveri e di soldati morti scaricati nel mare?

No, credo siano balene in realtà, che quando si avvicinano o urtano il muro o gridano, sparando una corrente nella nostra direzione.

L’aveva trovata una soluzione plausibile e creativa.

Perché lo farebbero? Per distruggerci? Per entrare? Perché le separiamo da qualcosa o abbiamo invaso il loro spazio sui fondali?

No, penso che lo facciano per ricordarci che siamo noi quelli imprigionati.

Si svegliò di soprassalto, senza concludere quella vecchissima discussione, senza ripetere la propria ultima domanda, ovvero quella circa il quando le balene fossero state rinchiuse al posto dell’uomo.

Anche a quell’ultimo quesito Francesca aveva risposto.

Probabilmente in un passato che nessuno ha più il permesso di ricordare.

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Il mondo nuovo: Ciò che avviene di notte di Sirio Rossi

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Il mondo nuovo: Ciò che avviene di notte

Il cocktail pronto fu appoggiato dinanzi all’uomo appena entrato, il quale nel frattempo si era seduto di fianco a Liain. Nessuno dei due parlava. Prima che la mano lasciasse il contenitore di vetro, un palmare senza schermo venne proteso verso il cliente in questione, che prontamente disse il proprio nome.

“Kin Xamisagi” e da una piccola lampadina invisibile venne fuori una luce blu di approvazione, che mostrò il simbolo del meno affiancato dalla cifra 5, ovvero il prezzo di crediti che costava la bevanda.

Se la luce fosse stata rossa, avrebbe significato che il cliente era a corto di liquidità per pagare e sarebbe stata negata la vendita, oltre che avvertita l’autorità governativa che avrebbe non solo sbattuto fuori la persona dal locale, ma lo avrebbe ricondotto pure a casa e avrebbe avviato una sommaria investigazione finanziaria per scoprire le motivazioni di tale mancanza creditizia. Tutti avevano un lavoro, non esisteva la disoccupazione e dunque la povertà non era concessa, ma poveri non lo si poteva mai diventare se non vi erano abitudini di spesa nocive e poco accettabili, che in quel caso, con l’investigazione governativa appunto, sarebbero saltate fuori e soppresse.

Non si poteva eccedere nello spendere i propri averi in maniera totale, nonostante il senso di averli fosse proprio quello lì. Le tasse venivano decurtate in modo automatico ad ogni stipendio versato, visto che il lavoro, tranne quello autonomo e brevettato, era centralizzato a livello nazionale. Anche l’affitto, le spese mediche, le bollette e tutto il resto veniva anticipatamente già preso. I crediti che restavano in tasca andavano solo spesi, ma non potevi scialacquarli tutti.

Non essere scemo, gli aveva sempre ripetuto sua madre quando lui la rimproverava per aver acquistato del formaggio scadente.

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Incipit di Soldi e sudore

Primo capitolo di Soldi e sudore

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Amava indossare i guanti di pelle scura quando doveva recarsi ad una festa, soprattutto ad una di quelle che potevano essere considerate importanti o comunque che prevedevano la presenza di invitati che andavano ben oltre il concetto di alta società e ricchezza.

Una festa per lui poteva essere infatti anche un ragguardevole convegno o una raccolta fondi precisa, come pure un party di fine anno con bilancio positivo assieme ai suoi dipendenti nella sede lavorativa della sua società, quella che puntualmente cambiava di nazione ogni due anni circa.

Pensava che un capo d’abbigliamento simile gli donasse un certo tono, un’apparenza quasi nobile, come se potesse suscitare in chi lo notava uno stupore composto principalmente da rispetto.

Toh, guarda! Uno con i guanti di pelle, quello è uno dei pezzi più grossi in circolazione stasera! Offriamogli uno champagne a distanza e mostriamogli la nostra prostrazione da umili servitori.

Questo non accadeva mai e mai sarebbe accaduto, ma gli piaceva sperare che una cosa di questo genere potesse in qualche modo avvenire.

Tanto prima o poi capiterà, si ripeteva ogni volta, quindi meglio metterli questi guanti e facilitare il processo.

Era come una sicurezza, era come uno scudo, perché se anche non gli avesse assicurato un decoro, una riverenza, almeno avrebbe evitato di attirare attenzioni per motivazioni opposte.

Uno con i guanti di pelle ad una grande festa non poteva essere di certo uno sciatto, un imbucato o un pesce fuor d’acqua.

Dunque, si trattava per lui di speranza e possibilità di accoglienza, fuse insieme con la miglior difesa di anonimato indiretto.

In oltre dieci anni nessuno gli aveva mai chiesto: “Oh! E tu che cazzo di fai qui?”.

Questo era l’aspetto forse più importante della sua minima decisione vestiaria.

In quel momento però, abbracciato dall’oro specchiato del rapidissimo ascensore in cui si trovava, il quale lo stava trascinando senza paura verso l’attico al centododicesimo piano del grattacielo, praticamente sul tetto, gli sudavano le mani.

Sentiva la pelle bagnata, un’oppressione diaforetica che gli si incollava alle dita, come una seconda cute ormai bollita e morta che andava rimossa senza pietà, poiché inutile e d’intralcio.

Un serpente senza alcuna scelta.

Rise e, toccandosi la fronte con la mano guantata, si rese conto di essere sudato anche lì. Pure le tempie e il collo erano umidicci. Faceva caldo in quella scatola dorata con le maniglie d’ottone lucidate, i pulsanti d’argento e lo schermo elettrico oppure era lui ad esserci entrato già impaziente e bagnato?

Trattenne un’altra risata leggermente più scomposta e si sentì sibilare. Per quello che stava facendo e aveva intenzione di fare era sul serio un rettile travestito da umano, ma questo era ancor più spassoso se si considerava che la festa in sé per sé non era altro che il ritrovo di altri infidi serpenti, suoi amici e suoi pari nel loro covo e habitat naturale.

Mancavano sul serio solo le uova da difendere e i topolini da ingoiare, ma quelli erano tutti stipati altrove con altri rettili più piccoli e ugualmente letali.

Nello specchio alla sua destra il giaccone beige gli scendeva perfetto sul completo marrone appena stirato, che la sua figura esile vestiva egregiamente. Non aveva messo gli occhiali da sole, ma in quel contesto sarebbero apparsi pacchiani.

Aveva il volto sudato, eppure fuori in città il calore non era neanche paragonabile a quello dell’ascensore. Il vento respirato attraverso il finestrino spalancato del taxi era stato anche abbastanza gelido. Il tassista gli aveva difatti chiesto di chiuderlo.

Dal bordo dei guanti gli gocciolava il sudore lungo i polsi.

Fece un colpetto di tosse per schiarirsi la gola ottenebrata da quelle risate. Il cellulare era illuminato nella tasca larga del giaccone, il nome di una donna con un cuore chiedeva di parlargli, ma il device in silenzioso non gli permetteva di saperlo.

“Può solo andare bene, come con tutte le altre feste”, sussurrò con voce sottile, chiara e squillante.

Doveva farsi coraggio per l’ultimo tango.

L’ascensore arrivò al piano, un ding gli annunciò la fine della corsa verticale e le porte si spalancarono. Una musica lieve da pianoforte gli diede il benvenuto, accompagnato da un lontano brusio allegro.

E lui strisciò dentro con naturalezza con ancora i guanti sulle mani.

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Soldi e sudore di Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore Pasquale Scalpellino

Soldi e sudore

In un’onirica città dormiente a causa dei mesi trascorsi in lockdown, un noto signore in completo marrone si sta dirigendo ad un’importantissima e soprattutto segreta festa, i cui invitati sono tra l’altro i membri più eccelsi e rinomati della finanza e delle multinazionali del mondo. Indossa i guanti di pelle e, nonostante il clima abbastanza freddo, in quell’ascensore dorato lui sta sudando.

Si tratta comunque di Leonard Spandex, il CEO di uno dei giganti farmaceutici internazionali più influenti e anche il padrone indiscusso dello shampoo antiforfora.

Questo è il primo evento mondano a cui prende parte da quando è cominciata la fine del mondo contemporaneo, ma è anche la prima cena di Bayns a cui partecipa poiché le sue attività lavorative si svolgono primariamente in Europa, dunque molto lontane rispetto alle sedi celebrative del re dei supermercati.

Patrick è invece uno dei camerieri di quel catering segreto che al di là della pandemia non ha mai smesso di lavorare. Lui è appassionato di filosofia e scienza, ma oltre ad interessarsi un po’ alla storia in generale non ha concluso gli studi.

I due non hanno nulla in comune se non la festa e non sono destinati ad incontrarsi e conoscersi. In una cena galante però tutto può accadere e saranno forse gli eventi inaspettati a permettere ai due di sfiorarsi.

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Il mondo nuovo: Il cucchiaio di Sirio Rossi

Il mondo nuovo il cucchiaio sirio rossi

Il mondo nuovo: Il cucchiaio

A volte i periodi lavorativi sembravano durare più giorni di quelli passati a casa. Nessuno contava difatti il sorgere del sole o il suo tramontare. Vivevano sottoterra, non avrebbero potuto farlo neanche se avessero voluto. Le finestre dei loro appartamenti avevano come panorama altri palazzi, anziché coltivazioni. Aveva sempre desiderato salutare i vicini che si affacciavano dalle proprie case, proprio come faceva lei, ma i vetri degli edifici esternamente erano specchiati, quindi riusciva a vedere solo un piccolo puntino riflesso, ovvero sé stessa in pigiama.

Forse con una collana di Saturno al collo, come quella di sua madre e suo padre, sarebbe stata più felice. Le giornate si sarebbero probabilmente ripetute in maniera diversa.

Alzò il piatto dalla sedia, lo odorò quasi immergendo il naso nel suo fumante essere colloso.

Profumava di pane stantio e pasta marcia. Puzzava più del sudore che emanavano le pieghe dei suoi seni e gli spacchi tra le sue dita dei piedi. Almeno sapeva di qualcosa, ora che non aveva la mascherina.

Poggiò il piatto in un angolo a terra, si sedette col culo flaccido e cellulitico sul sedile ghiacciato. Tossì perché forse desiderava ammalarsi.

Urinò caldamente in quella posizione sentendo il calore dei propri liquidi bagnarle le chiappe, umidirle le cosce e scenderle lungo le gambe come la carezza di un dito amorevolmente interessato e scottante. Si fece una sottile pozza sul pavimento e vi riscaldò i piedi, sbattendoli lentamente come una bambina annoiata.

Allungò alluce e indice bagnati e afferrò il cucchiaio immerso nella sbobba. Lo portò sulla gamba e lo afferrò con la mano, adesso la stanza odorava di piscio. Mangiò la cucchiaiata, pulendo l’utensile metallico con la lingua. Sapeva di tristezza culinaria.

Era quasi catatonica.

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