Haters di Pasquale Scalpellino

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Haters

Immaginate un bambino goffo e impacciato che non riesce ad eccellere in alcuno sport o in alcuna altra attività scolastica.

Immaginate la sua rabbia, il suo odio e la sua voglia di vendetta che inizialmente vengono scagliati contro gli altri e la loro bravura, per poi tornare indietro con effetto boomerang su di lui e sulla sua incompetenza.

Immaginate la frustrazione e la voglia di riscatto che conducono questo ragazzino a migliorare e migliorare e ancora migliorare, per ottenere quel controllo assoluto sui movimenti e sulle abilità ginniche di cui non ha mai assaporato l’essenza.

Ora proiettatevi nella sua adolescenza e nella prospettiva di scelta scolastica che lo pone dinanzi ad un indirizzo informatico, dove avrebbe a che fare con software, computer e codici, la cui precisione e la cui perfezione potrebbero assumere le fattezze di un ulteriore tipo di controllo assoluto.

Nel mondo si sviluppano i social network.

La tecnologia moderna invade l’intero pianeta.

Lui giunge all’università e il suo desiderio di controllo accresce, mentre la sua perfezione nella materia informatica lo fa diventare un hacker.

Scopre il deepweb.

Osserva il mondo intorno a sé diversamente.

Vede la superficialità della gente su ognuno dei social di maggior presa.

Nota il cambio di priorità della vita umana e delle società nella quotidianità di tutti.
Ne segue le mode dall’esterno, solo per raccogliere data.

Arrivano gli smartphone e le app, i quali facilitano questo processo.

Poi si accorge che in ogni angolo del web, quello alla luce del sole, accessibile a tutti, ci sono haters e persone che provano e infliggono odio gratuito.

Immaginate come potrebbe reagire dopo quello che ha subito e provato quand’era un bambino e che si porta ancora dietro, adesso che possiede queste competenze da hacker e ha assunto un controllo quasi assoluto sulla tecnologia e l’utilizzo di ogni forma della sua rete.

Avete focalizzato tutto ciò? Avete ben chiaro questo contesto?

Beh, io ero quel bambino e voglio raccontare quello che feci.

Per ovvie ragioni non potrò citare geograficamente luoghi, città e vie e per altrettanti motivi alcuni individui possiederanno soltanto un nome, mentre altri neanche quello.

Sono un hacker e le mie mani sono sporche del sangue di centinaia di esseri umani, ma il mio modo di uccidere non mi coinvolge in modo diretto e questa storia non metterà in pericolo la mia libertà, per questo la voglio raccontare.

Scelsi sette persone da plagiare in modo indiretto per condurle a commettere omicidi. Scelsi sette individui da trasformare in leoni da tastiera in grado di tradurre il proprio astio virtuale in qualcosa di reale, traducibile in crimini veri e propri.
In pratica instillai odio per manipolare la morte.

Io creai degli haters che uccisero persone per me, ma lasciate che mi spieghi meglio.
Questo era in pratica il mio piano.

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Lupi: I numeri di Wom di Rafael Spike

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Lupi: I numeri di Wom

Uscii dalla mia stanza.

Il linoleum blu era una superficie compatta e regolare che sottostava il corridoio vuoto e silenzioso. Asettico era l’ambiente, un po’ terrorizzato il mio animo. Le luci accese ovunque simboleggiavano la paura onirica da cui ero scappata, uno spreco su un conto già in rosso, una pisciata di merda nella fogna sotterranea di una metropoli urbana. Attraverso gli oblò rettangolari con retine metalliche sottili, la mancanza dei miei colleghi era poco rassicurante, sebbene ovvia. Mi sudavano i piedi nelle pantofole da infermiera. Non avevo messo la mascherina e non avevo indossato i guanti in lattice. In linea teorica stavo potenzialmente infettando un luogo comune in una struttura sterile. Eravamo tutti testati una volta ogni due giorni. I miei tamponi non erano mai risultati positivi in un anno intero e io il virus lo maneggiavo per lavoro.

Un crash di vetro si ripeté e poi ancora e ancora e ancora.

Più passeggiavo senza creare rumore, alla fine di quell’immenso corridoio dove mi aspettavo che sbucasse di tutto, in modo tale da mitigare un infarto per un colpo improvviso, più il rumore aumentava. Più mi dirigevo verso quella che pareva la fonte scatenante di esso e più capivo che con alta probabilità si trattava di provette di vetro che venivano frantumate.

Mi portai le mani al petto e iniziarono a tremarmi, ma non rallentai la mia avanzata.
Immaginai tre cose.

La prima, la più ottimistica, era un macchinario inceppato che facendo viaggiare le ampolle da un punto A ad un punto B, le accumulava a ridosso dell’ostacolo creatosi, facendole quindi cadere.
La seconda, la più fantasiosa, era la presenza di una spia internazionale nella struttura, che mi avrebbe ucciso perché stava sabotando e rubando i nostri progetti.
La terza, la più terrificante, includeva un mio collega impazzito che masticava fiale contenenti vaccini, virus e altro materiale genetico soggetto a studio.

Non potevano esistere per me altre spiegazioni oltre a queste.

Giunsi al termine del corridoio dopo alcuni metri, sentii il rumore accelerare e mi fece battere i denti, come se fossi io a masticare il vetro che mi distruggeva le gengive limandomi le ossa della mascella, magari intaccandole di netto.

Le fauci si serravano e le provette esplodevano.

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Lupi: Fantasmi dimenticati di Rafael Spike

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Lupi: Fantasmi dimenticati

Tenne premuto il pulsante di accensione per una ventina di secondi, ma l’arresto d’emergenza o il riavvio forzato non si verificarono.

Questo era ancora più spaventoso.
Staccò la spina, ma essendo un portatile non si spense. La batteria era al massimo.
“Si scaricherà, prima o poi”.

O magari si sblocca.
O magari chiami un tecnico.
Prese il cellulare e inviò un messaggio a William per spiegargli l’accaduto. Il simbolo dell’orologio apparve in basso alla casella di testo verde e questo gli fece notare che non aveva connessione.
Che stava succedendo?

Abbassò la finestra delle notifiche e delle impostazioni. Il Wi-Fi era attivo ma non era connesso a nessuna rete, anzi non ne rilevava nemmeno una. Si stranì. Era una cosa alquanto anomala, visto che le quattro reti dei quattro appartamenti del palazzo, di cui uno era il suo, erano sempre attive.

Si girò verso il divano e quasi gli cadde lo smartphone dalle dita.
Il modem non c’era più. Due cavi bianchi e penzolanti baciavano il parquet privi di vita, tirati fuori dall’ingresso di plastica del router, dove per anni avevano banchettato a suon di elettricità.

Si voltò allora verso il computer e lo trovò spento.

Rabbrividì.

Qualcosa non andava: quello doveva essere un cazzo di sogno, una caspita di allucinazione o un fottuto prank. Cosa ci mettevano in quel merdoso tea alla fragola e alle more? Ci scioglievano o essiccavano anche i funghi per caso? Era andato a male?
Provò allora ad accendere il laptop, però questi non obbedì. Reinserì la spina, come se desse per scontato che fosse solo la batteria ad essersi fulmineamente scaricata.
Premette il bottone con cerchio e trattino e non accadde nulla.

È tutto uno scherzo di William?
E il router? Un trojan può risucchiare fisicamente qualcosa nel cyberspazio?
“Cazzo! Cazzo! Cazzo!” e si accorse che in realtà il suo intero appartamento era caduto vittima di un calo di corrente. Non sentiva più il deumidificatore. La luce in cucina era spenta e quella sulla sua testa anche. Ora era il sole del tramonto ad illuminare quel poco che c’era.

Non se n’era accorto.

Deglutì.

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La promessa dell’instamodel di Simona Vannini

La promessa dell'instamodel Simona vannini

La promessa dell’instamodel

Janette Silvering, meglio conosciuta come Jane Jellyx Jennifer, è un’instamodel con oltre un milione di seguaci, che suddivide la propria vita tra una giornata in palestra e un book fotografico. Ormai da tempo ha raggiunto il panteon delle modelle instagram affermate e la sua carriera avanza tra post e storie quotidiane. Da pochissimo tempo ha interrotto la fallimentare relazione con Paul, ma è già pronta a tornare sulla scena ora che sta approfondendo la conoscenza di Danny, un pugile abbastanza famoso sulla piattaforma social.

L’instamodel può sempre contare sul suo fedele assistente e amico Lou per qualsiasi cosa, ma gli eventi che l’attendono dopo un improvviso sms, fuoriuscito direttamente dalla sua infanzia, saranno più grandi di quanto loro possano sopportare e gestire.

Si parla di una promessa, si parla di una tragedia. Il futuro di Jane, oltre che sorprese amorose, possiede anche colpi di scena spaventosi.

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Lupi: Gli esseri invisibili di Rafael Spike

Lupi gli esseri invisibili rafael spike

Lupi: Gli esseri invisibili

Oggetto: (nessun oggetto)
Da: j.roland62@gmail.com
A: ginny.mered90@gmail.com
Data: 20 feb 2021, 8:09

Sono la persona meno adatta a cui poteva capitare ciò che mi ha spinto a inviarle questa e-mail, cara signorina Meredith. Scusi se la forma è pessima e se per caso sto trascurando qualche tipologia di decoro o formalità che in questi casi si usano, ma come già detto sono sia la persona sbagliata che quella ancorata alle telefonate.
Ho quasi sessant’anni e con la tecnologia litigo.
Scrivo a lei comunque perché ho visitato il suo sito web e mi è parsa una persona affidabile, ma soprattutto molto competente circa la materia; peccato solo che nei contatti ci siano i social e l’indirizzo e-mail, senza nessun numero telefonico.
Ho letto qualche mese fa alcuni suoi articoli e ammetto di averli trovati spettacolari. Parlo in particolare di quello delle legioni di Astaroth e quello sulle Sirene Diurne, li ho addirittura fatti leggere entrambi anche a mia suocera che è over ottanta ed è scettica sin dalla nascita. Ne è stata piacevolmente impressionata, pure alcune sue amiche alla casa di riposo lo sono state.
Sono pronto ad ospitarla a casa mia se è necessario. Il mio è un paesino di meno di un migliaio di abitanti e l’unico albergo presente, se si può definire così, si trova appena fuori il confine autostradale ed è una scialba riproduzione di un hotel ad ore degli anni ottanta, la cui nomea possiede ad ogni modo solo la modalità di pagamento in comune con quella tipologia di residence. Ad essere sincero non comprendo neanche come possa essere ancora aperto, visto che le leggi governative sono abbastanza proibitive con quel settore. Forse è un’apertura illegale. Non lo so, è da un po’ che non ci capisco più niente con questi cambi di programma e disegni politici altalenanti.
Altrimenti, se per lei fosse un problema questa soluzione, considerando anche questi tempi di pandemia, potrei accompagnarla alla città più vicina che dista trenta minuti da qui e poi magari ci organizziamo come meglio crede per gli incontri.
Mi faccia sapere al più presto, sennò mi vedrò costretto a chiamare qualcun altro. Mi raccomando che ci sia massima segretezza con media e giornalisti, ci rimetterebbe anche lei.
Non dico nulla più, perché voglio discuterne dal vivo o al massimo telefonicamente. Le allego una fotografia per scioccarla, incuriosirla, interessarla e farla venire qui.
Non ha idea di quello che le aspetta.

A presto,
Jeremy Roland.
(Wigan, 34 Native Street, L28 9KO)
P.S. io li chiamo gli Esseri Invisibili.

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Lupi: Il silenzio dei rumori di Rafael Spike

Lupi il silenzio dei rumori rafael spike

Lupi: Il silenzio dei rumori

Plick. Plick. Plick.

Adesso quel suono pareva essere diventato simile ad un rubinetto gocciolante.

Toc. Toc. Toc. Toc. Toc.

Un martelletto inchiodava qualcosa su di una parete non troppo lontana.

Dong. Dong. Dong. Dong.

Una chiesa nelle vicinanze provava a comunicare qualcosa. Non era mai stata religiosa, in che occasione si suonavano le campane? Per l’ora della messa o per altro?

Dovette fermarsi quando il rumore cambiò ancora e poi ancora.
E poi ancora. E di nuovo per l’ennesima e asfissiante volta.

Non stava fermo, non gli piaceva essere sé stesso. Non gli garbava la costanza.
Il luogo in cui si trovava era completamente buio. Ci stava sguazzando da un bel po’ di tempo e la sua vista ancora doveva adattarsi. Aveva avanzato solo a tentoni finora, però nessun ostacolo le si era parato dinanzi ai piedi scalzi.

Si sedette a terra per combattere quel disagio dovuto alla mutevolezza acustica. Era inoltre l’unica superficie su cui poteva contare. Non era sicura nemmeno che ci fossero delle pareti intorno a lei.

Magari sei circondata solo da rumori.

Le chiappe molli si poggiarono dunque lungo quello che poteva essere un finto parquet scadente, ma soprattutto disastrato. Le sue mutandine erano umide.

Poggiò i palmi delle mani all’indietro, inclinando il busto di quarantacinque gradi, come se fosse seduta in riva alla spiaggia ad osservare l’orizzonte marino, prendendo il sole magari.
Tuttavia c’era solo oscurità lì con lei in quel posto e le onde erano suoni cangianti, che non volevano decidersi circa cosa essere per perseguitarla.
Chiuse gli occhi, tanto non faceva alcuna differenza.

Pff. Pff. Pff.

Erano bottiglie stappate?

Le faceva male la testa. La confusione era peggiore del sentirsi cieca e senza via d’uscita, poiché a dirla tutta in fondo al tunnel non c’era alcuna luce e dentro il buio nessun faro. Voleva piangere e non riusciva a farlo sul serio poiché il baccano dei rumori la rendeva inerte.

Click. Click. Click.

Pa. Pa. Pa. Pa. Pa. Pa.

Forse una penna.

“Basta”, mormorò.

Bam!

Un violentissimo schiaffo la centrò sulla guancia sinistra, facendole sputare un dente.

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Lupi: Un’isteria invernale di Rafael Spike

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Lupi: Un’isteria invernale

Le foglie erano congelate e livide, il vento soffiava con fiocchi di neve e voce roca, cercando di farsi udire per bene da tutti quelli che avevano deciso di sfidarlo restando all’aperto. Tutto era coperto di bianco e gli altri colori della natura annegavano al di sotto dei suoi numerosi centimetri di spessore.

Le fattorie erano diventate casupole di marzapane coperte di glassa, ma Natale era già passato e quel ghiaccio era umido e freddo. Faceva scricchiolare gli infissi e marcire tutto quello che veniva a contatto con le intercapedini sia dentro che fuori. Bruciava in realtà, come il sole, come il fuoco.

Sotto il riverbero di una lampadina che riusciva a fendere flebilmente la notte di tormenta, attraversando il vetro di una finestra, c’era un piccolo alberello giovanissimo, alto un metro e mezzo.

Lo aveva piantato l’uomo illuminato da quell’unica luce, quello che mescolava il proprio tea caldo osservando la bufera. Pensava a quando avrebbe potuto rimettere le mani sui propri raccolti, a quando avrebbe potuto accarezzare e prendersi cura di nuovo della sua terra e dei suoi campi, visto che ora erano glaciali e duri come la pietra.

Provava anche a vedere nel buio, perché il vento agitava ogni cosa e alcune ombre rischiarate parevano danzare. Alle sue spalle il camino scoppiettò, quando fece cadere il cucchiaino nel lavello per poi godere del primo sorso.

Troppo dolce, sua moglie diceva che gli faceva male lo zucchero.

Sperava tanto che l’albero non morisse e che i campi non si rovinassero del tutto, ma sperava più di ogni altra cosa che l’inverno non durasse ancora per molto. Era il terzo giorno di neve incessante.

Un’altra raffica violenta provò a sfondargli la finestra, il camino si lamentò.

Fu allora che notò qualcosa di non troppo grande agitarsi alle spalle di quel tronco magrissimo e strizzò dunque le palpebre per capire che animale fosse. Si agitava, pareva in procinto di scavare… o forse stava seppellendo qualcosa?

Bevve ancora e poi batté con un dito sul vetro per attirare invano l’attenzione. L’ombra si fermò e lo guardò dopo essere emersa dalla neve. Era una volpe con dei brillanti occhi violacei. Era un esemplare a metà tra l’adulto e il cucciolo, di un arancione acceso.

Lo fissò per pochi secondi e poi scappò, guaendo come tutti i piangenti esemplari della sua specie.

Le sorrise, prima di continuare a bere il proprio tea al sicuro in casa propria.

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Lupi: Una passeggiata nel buio di Rafael Spike

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Lupi: Una passeggiata nel buio

Scese le scale del condominio senza incontrare nessuno. I marmi grigi erano umidi e scivolosi e le porte nere degli appartamenti erano silenziose come se fosse l’unico a vivere nel palazzo.
Non era notte fonda, erano appena le 7.

Giù al cancello d’ingresso, la saracinesca del portiere era chiusa. Quell’uomo andava in vacanza per due settimane nel periodo natalizio e non aveva mancato di farlo nell’anno della pandemia. Era da un po’ infatti che non lo vedeva.

Aprì il portone di metallo tutto agghindato e uscì sul marciapiede che aveva battuto qualche ora prima. L’insegna verde del supermercato brillava come un sole artificiale. Emanava addirittura calore in quei venticinque metri di distanza.

Non c’era nessuno però al suo interno, neanche il personale, ma le serrande non erano chiuse. Quel posto le appannava solo per due ore notturne durante la giornata.

Nella via dove or ora i lampioni comunali si stavano svegliando, la desolazione era la medesima.

Faceva più freddo di quanto immaginasse e di quanto facesse prima.
Tirò su il bavero del giubbotto di lana, nonostante lo scaldacollo fosse di ottima fattura. Soffiò aria calda sulle mani in lattice che non poteva di certo strofinare.

Perché sei uscito?

Iniziò a camminare verso sinistra, restando sul marciapiede quasi congelato, rabbrividendo in modo strano. Non era la temperatura bassa a scatenargli quel tremore.

È l’ansia infatti.

Non è ansia.

Che ansia?

Di che stai parlando?

Un cane abbaiò lontano, ma nessuno gli disse di tacere. Un profumo di immondizia lo raggiunse da un contenitore ricolmo. Tra le buste nere qualcosa si muoveva.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

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Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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Lupi: Cattive notizie di Rafael Spike

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Lupi: Cattive notizie

Voleva essere pronto ad alzarsi in piedi, perciò non era sulla poltrona.
Voleva essere lontano dalla porta, dunque perdeva lo sguardo su quelle siepi incolte e su quelle foglie marce, ormai abbandonate al proprio destino sui fili d’erba umidi. L’aroma della pioggia passava oltre la finestra chiusa, ma non odorava d’asfalto. Era un sentore boschivo.

La casa scricchiolò, il suo parquet distese le proprie tavole vecchie. Il rubinetto in cucina pianse un paio di lacrime.
Una sfuriata di vento scosse un albero alla sua sinistra, il quale si piegò facendo cadere un nido vuoto. Un’altra fece vibrare la sua porta d’ingresso. Non poteva vederla da dove si trovava, c’era il corridoio di mezzo e l’uscio di quest’ultimo era anche chiuso.

Se il problema arriverà, sarà da lì.

C’era poco da fare e c’era poco da scherzare. Erano passate solo ventiquattro ore ma lui già sapeva che qualcosa sarebbe giunto a braccarlo. Poteva sentirne i passi alle spalle, l’incitamento alla fuga, il respiro affannato per l’inseguimento che non si sarebbe mai interrotto.

Le cattive notizie bussano sempre alla porta, se non le stai attendendo alla tv.
Era una regola fissa, un quadro dipinto sulla nostra realtà, dipinto molto tempo prima della pandemia e che non si era probabilmente ancora scolorito proprio grazie a quest’ultima.

Meno di due chilometri.
Meno di due minuti sprecati senza riflettere.
Meno di due persone e anche meno di tre.

Sbuffò quando un terribile fulmine dipinse il cielo col proprio colore elettrico. Il rumore venne attutito perché lontano.

Era con indosso un jeans fastidioso, una maglia bianca e un maglione logoro, niente di ciò che indossava il dì precedente, niente di elegante e niente di casalingo. Era pronto a raggiungere la porta se avessero bussato. Aveva scarpe e calzini ai piedi ma questi ultimi erano freddi a differenza delle mani.

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