Incipit de La promessa dell’instamodel

La promessa dell'instamodel

Primo capitolo de La promessa dell’instamodel

“Non ce la faccio più, Lawrence”, sospirò Jane, mentre sudata osservava lo schermo tecnologico dello step che indicava trentadue minuti trascorsi.

“Altri tredici su, non puoi fermarti proprio adesso. Se vuoi il tuo corpo sodo, tonico e fotogenico, in modo tale che i tuoi followers lo amino e lo ammirino, devi fare quest’ulteriore sacrificio. Dai!”, la spronò affannato Larry alla sua sinistra, toccando l’unico tasto dolente che le avrebbe fatto stringere i denti e proseguire.

Nessuno la conosceva meglio di lui e ogni giorno, anche con questi botta e risposta e con tanti altri piccoli dettagli, glielo dimostrava. Anche se lei avrebbe dovuto smettere di chiamarlo con il suo vero nome e iniziare a utilizzare lo pseudonimo Lou. Jane aveva infatti raggiunto da tempo la propria vetta, quell’apice di successo mediatico tanto ambito, era giusto che sostenesse il percorso social del suo migliore amico, nonché consigliere, aiuto-cuoco, compagno di malefatte e assistente. Anche solo chiamarlo con il nuovo appellativo, magari durante le dirette, le storie o i post condivisi, avrebbe fatto la differenza e avrebbe dimostrato la sua posizione di ricambio al sostegno e all’amicizia.

“Okay, Lou. Non è facile però”, dichiarò, voltandosi verso di lui e cercando di sorridergli, senza urlare per il sudore salato che le stava opprimendo la vista, bruciandogliela.

“Ancora un altro po’. Un, due, un, due, un, due, tre!”, iniziò a cantilenare il ragazzo, agitandosi più del normale come in una sceneggiata. Jane non capiva se lo stava facendo per farla ridere e distrarre oppure per attirare l’attenzione di qualcuno.

Si guardò intorno allora e vide tre lunghissime file di step stracolme di persone. Gente in sovrappeso che con occhi assatanati si impegnava a rimediare ai propri problemi sudando il più possibile, gente snella che cercava la tonicità massima, gente normale che voleva solo smaltire un po’ di pancetta e ovviamente i soliti porci che erano lì per atteggiarsi e spiare i culi delle belle ragazze o dei bei ragazzi. Lei indossava un pantalone elasticizzato color bianco con sfumature di azzurro, il quale ben aderiva alle sue gambe depilate e sode, oltre che alle sue chiappe da squat dure e formose, senza cellulite e velate da uno smilzo perizoma. Difatti, quando si voltò, più di cinque teste si girarono di scatto verso un’altra direzione, pur di non rivelare la verità su dove fosse posato il loro incauto sguardo.

Lei sorrise maliziosa, iniziando ad agitarsi allo stesso modo di Lou. In fondo Jane era un’instamodel e lui stava ormai cercando di diventarlo davvero da qualche mese. Mettersi in mostra dinanzi alla folla era ciò che desideravano entrambi, che differenza avrebbe fatto se qualche volta anche nella realtà avessero agito in questo modo?

Il ragazzo di colore con canotta bianca, pantaloncino blu lucido e fascia rosa sulla fronte prese il proprio cellulare e chiese all’amica di voltarsi. La ragazza si morse le labbra in un mezzo sorriso, sporse di più il sedere all’indietro per farne vedere la curva e apparve in background del selfie. Lou scattò e postò sul proprio profilo.

Se non sei in grado di distinguerti, allenati per poterci riuscire.

Questa fu la descrizione.

Condivise la foto, taggando Jane.

“Facciamo anche un saluto!”, dichiarò, cominciando una storia da pubblicare sempre su Instagram.

Riprese prima sé stesso in movimento, sorridendo e facendo una linguaccia, e poi la sua compagna di allenamento, che imitò i suoi gesti alle perfezione senza mai rallentare. Mancavano cinque minuti ormai alla fine della sessione di step, dopodiché c’erano gli addominali finali prima di rientrare alla casa base. Per fortuna le canzoni che venivano pompate dalle casse di quella palestra erano ottime, altrimenti il tempo non sarebbe trascorso mai, visto che entrambi avevano dimenticato le cuffie negli armadietti al primo piano come due stupidi.

Jane a quel punto prese il proprio smartphone e consultò le ultime notifiche che aveva ricevuto. Da quando aveva superato il milione di seguaci, era diventato più che impossibile stare dietro a tutti i commenti, le condivisioni, i messaggi e quant’altro. Già dopo i centomila aveva iniziato ad avere problemi di sovraffollamento. Poi il 40% di chi la seguiva o era un pervertito morto di figa oppure un inutile hater senza niente di meglio da fare, se non criticare la sua morale o condotta, ritenute da sgualdrina.

Ecco perché lei concentrava maggiormente la propria attenzione ai messaggi privati e ai commenti più in alto, perché con questo tipo di selezione poteva evitare spiacevoli parole e situazioni e concentrarsi solo sulle cose importanti del proprio profilo social. Tanto di bava dietro di sé ne avrebbe avuta sempre, come pure l’odio e l’invidia. Aveva scelto questa vita con consapevolezza.

Mise il proprio cuoricino alla foto postata da Lou e controllò altri tag ufficiali che aveva ricevuto nelle ultime ore. Scorse alcuni dei commenti più importanti alla foto del sushi che aveva messo la sera precedente, sorridendo a chi la accusava di uccidere la fauna marina e dispiacendosi per chi faceva battutacce riguardanti il pesce in generale e quello di carne umana.

I cinque minuti terminarono ed entrambi finalmente potettero fermarsi. Scesero dai macchinari, non curandosi più di chi li fissava alle spalle e si avviarono verso il corridoio che li separava dalla sala con tappetini per addominali ed esercizi a corpo libero.

La ragazza aprì di nuovo la casella dei messaggi di testo privata e iniziò a scorrere i nomi in cerca di uno in particolare.

“Sei pronta per la fase finale?”, chiese Lou, colpendola con un fianco e gettando uno sguardo sullo schermo del suo telefono.

“Certo”.

“Stai cercando qualche messaggio di DannyKO92? Vuoi farti prendere a botte dal pugile? Puttanella!”, la canzonò, facendo qualche passo di lato per schivare gli schiaffi e i graffi intimidatori di Jane, che voleva farlo smettere di urlare apertamente in un luogo pubblico, dove molte persone potevano riconoscerla.

“Avviati”, sbuffò dopo l’insuccesso dei propri attacchi, “vado un attimo in bagno”.

“Okay, ma poi aggiornami su cosa gli stai per dire”, dichiarò suadente con una linguaccia.

L’instamodel spalancò la porta della toilette, meravigliandosi di non essere investita dalla puzza di letame e uova marce che di solito c’era. A terra le mattonelle erano un po’ umide, come anche i lavandini e gli specchi. Qualcuno era appena stato lì a pulire, che fortuna esserci andata ora invece che dopo gli addominali.

Si avvicinò ad una delle porte verdi aperte, vi entrò, vi si chiuse dentro e si sedette sulla tazza dopo aver abbassato pantalone e mutandine. Iniziò ad urinare nel momento in cui la tristezza stava montando, per l’assenza di quel nome che lei desiderava diventasse importante sul serio.

Jo, Luke, Log, Seth, Lilly, Beth, Jenny, Meg, Magic, Lala, Ophra, Lana, Line, Kon, Paul, Bimp, Stu, Gen, Jenis, Telt, Beck, Fos, Wes, Qad, Chad, Chase, Vey, Vij.

Nomi su nomi si affacciavano sullo scorcio dello schermo, giusto un secondo prima di sparire a causa del movimento automatico del suo dito, che non faceva altro che scorrere, scorrere e scorrere, pur di trovare quello che ricercava.

“Dove sei?”, sussurrò affranta, mentre le ultime gocce di pipì precipitavano senza fare rumore.

DannyKO92.

Finalmente lo trovò, solo che l’interazione risaliva a pochi giorni fa, ovvero al saluto che lei gli aveva posto dopo l’ultima conversazione avuta. Aprì la chat per rileggere le ultime cose dette, in modo tale da capire se ci fosse o meno una speranza che qualcosa potesse prima o poi succedere.

D: quindi vai in palestra quattro volte a settimana, anche se sul profilo a volte fai sembrare che sia ogni giorno e altre volte che non ci vai per settimane intere.

J: sì, si chiama ‘uccidere la monotonia’. Non seguo degli schemi di pubblicazione, cerco di essere il più naturale possibile, pubblicando le foto in base a come penso che siano innovative. Così non annoio nessuno con lo stesso tipo di foto durante l’arco della settimana. Tu quante volte ci vai? Fai solo palestra?

D: come mai questa domanda?

J: non avrai un fisico del tutto statuario, ma il tuo bicipite sembra grosso. Secondo me fai qualche sport complicato o comunque ti ammazzi di palestra da anni.

D: Boxing, da più di dieci anni ormai.

J: Lo sapevo! Perché non lo scrivi nel tuo profilo?

Boom! Boom! Boom!, risuonò contro la porta del bagno, distraendo la ragazza e facendole alzare gli occhi dal cellulare.

“Occupato”, dichiarò lei annoiata, tornando a fissare lo schermo del telefono.

Stava proprio riprendendo dal punto in cui aveva lasciato, che la chat le fece notare che Danny stava scrivendo.

Jane strabuzzò gli occhi dalla felicità e si morse le labbra per l’eccitazione. Finalmente aveva deciso di contattarla! Avevano parlato per più di un’ora l’ultima volta, non capiva come lui non avesse afferrato il fatto che ci fosse dell’interesse da parte sua. Una Instamodel da un milione di follower non perderebbe così tanto tempo su una chat con uno sconosciuto se non ci fosse un secondo fine, ma forse il ragazzo era troppo stupido per capirlo o troppo maschio. L’importante però era che adesso le stava scrivendo qualcosa per primo.

Ding!, strillò il suo cellulare invece di fare il solito suono fischiettante legato ai messaggi di Instagram. Era un sms quello, da un numero a lei sconosciuto tra l’altro.

Aprì il messaggio con noncuranza, giusto per cancellarne la notifica visto che si trattava sicuramente del suo gestore telefonico o di un reminder per un evento o per il pagamento mensile della sua carta di credito. Che giorno era quello?

Lo schermo divenne bianco, poi rivelò il numero inglese non salvato, lasciando scorgere le poche lettere che ne componevano il testo.

Ciao, Janette.

Sono Jonas, dobbiamo parlare…

Gli occhi della ragazza si persero nel vuoto, lasciando andare la realtà e lo smartphone su cui erano stati poggiati fino a quel momento. Erano anni che nessuno la chiamava Janette ed erano anni che non sentiva né vedeva Jonas. Dovevano parlare? E di cosa? Dopo tutto quel tempo la ragione poteva essere soltanto una ed era proprio quella che stava sconvolgendo il cuore e la mente della ragazza.

Ricordò il tea freddo, i cubetti di ghiaccio che si scioglievano perché faceva caldo sul portico, il vento di Oakwood che soffiava maestoso ma tiepido. La voce squillante di Jonas, quella roca di suo padre. Il pallone, i pastelli a cera, i cespugli di rose. Quella risata, la sigaretta.

Boom! Boom! Boom!, risuonò di nuovo contro la porta verde.

“Occupato ho detto!”, ripeté Jane, stizzita da quell’insistenza. Quando era entrata nel bagno, l’intero luogo era pressoché deserto, quindi perché continuavano a bussare così invece di usare un altro gabinetto?

Di nuovo il silenzio fu la risposta che ottenne, prima che il suo telefono fischiettasse per ricordarle che Danny le stava scrivendo e che adesso le aveva appena inviato un messaggio su Instagram.

D: Ciao Jane, come va?

J: Tutto bene, sono in palestra a distruggermi di addominali.

D: Non stancarti troppo, anche se non posso essere molto convincente visto che proprio adesso sto per entrare anch’io in palestra.

J: Ci provo, ma devo se voglio mantenere la linea. Cosa fai oggi? Palestra o boxe?

Danny visualizzò il messaggio ma non rispose né iniziò a scrivere per poterle rispondere. Jane attese qualche secondo, ma poi decise che era giunto il momento di riprendere la sessione di allenamento, altrimenti Lou l’avrebbe presa in giro per il boxer o per un improbabile e puzzolente blocco intestinale.

Si pulì, tirò su le proprie braghe e infilò il cellulare in tasca. Non aveva più quattordici anni da un pezzo, non poteva di certo stare lì imbambolata ad aspettare che il ragazzo di cui era interessata le scrivesse, come una qualunque adolescente in preda agli ormoni. Era quasi adulta ormai e aveva una carriera da instamodel da portare avanti. Sciogliersi per un’infatuazione era una cosa che non aveva più intenzione di fare, soprattutto dopo l’ultima relazione avuta.

Si legò i capelli dietro la testa, prima di uscire dal bagno. Quando però venne fuori, restò interdetta. Non c’era nessuno, neanche un inserviente o un’altra ragazza. Tutti le cabine erano vuote e non c’era anima viva intenta a specchiarsi o a lavarsi le mani.

Allora chi aveva bussato? Nessuno aveva usato o stava usando i servizi igienici. Mica chi aveva battuto il pugno contro l’uscio verde lo aveva fatto espressamente per lei? Chi poteva essere? E soprattutto cosa voleva? Era in corso uno scherzo di Lou?

Jane andò a lavarsi le mani sospettosa e il suo cellulare fischiettò. Non lo cavò dalla tasca, visto che decise su due piedi di far aspettare Danny, per ricambiarlo con la stessa moneta. Se si fosse bagnato un po’ nel brodo, si sarebbe cotto a puntino anche lui senza rendersene conto.

Smise di pensare a tutto e trasse un respiro profondo, carezzandosi con lo sguardo attraverso lo specchio.

Dimenticò l’esistenza del messaggio di testo che voleva ricondurla agli eventi di Oakwood di quand’era bambina. Dimenticò di dover rispondere al pugile dopo quel breve scambio di battute iniziato da lui. Dimenticò anche il fatto che avessero bussato alla sua porta mentre stava orinando.

Lavate le mani infatti, uscì dal bagno e raggiunse Lou, il quale aveva già cominciato gli addominali senza di lei. Non si rese conto che il ragazzo non fece domande sulla chat con cui l’aveva lasciata. D’altronde ne avrebbero comunque parlato dopo il verificarsi di qualche svolta interessante.

Non c’era niente di strano in quell’omissione del suo migliore amico, difatti, in quel momento, Lou non era il vero problema che stava per abbattersi su di lei. Solo che lei non lo sapeva.

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La promessa dell’instamodel di Simona Vannini

La promessa dell'instamodel Simona vannini

La promessa dell’instamodel

Janette Silvering, meglio conosciuta come Jane Jellyx Jennifer, è un’instamodel con oltre un milione di seguaci, che suddivide la propria vita tra una giornata in palestra e un book fotografico. Ormai da tempo ha raggiunto il panteon delle modelle instagram affermate e la sua carriera avanza tra post e storie quotidiane. Da pochissimo tempo ha interrotto la fallimentare relazione con Paul, ma è già pronta a tornare sulla scena ora che sta approfondendo la conoscenza di Danny, un pugile abbastanza famoso sulla piattaforma social.

L’instamodel può sempre contare sul suo fedele assistente e amico Lou per qualsiasi cosa, ma gli eventi che l’attendono dopo un improvviso sms, fuoriuscito direttamente dalla sua infanzia, saranno più grandi di quanto loro possano sopportare e gestire.

Si parla di una promessa, si parla di una tragedia. Il futuro di Jane, oltre che sorprese amorose, possiede anche colpi di scena spaventosi.

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Lupi: Gli esseri invisibili di Rafael Spike

Lupi gli esseri invisibili rafael spike

Lupi: Gli esseri invisibili

Oggetto: (nessun oggetto)
Da: j.roland62@gmail.com
A: ginny.mered90@gmail.com
Data: 20 feb 2021, 8:09

Sono la persona meno adatta a cui poteva capitare ciò che mi ha spinto a inviarle questa e-mail, cara signorina Meredith. Scusi se la forma è pessima e se per caso sto trascurando qualche tipologia di decoro o formalità che in questi casi si usano, ma come già detto sono sia la persona sbagliata che quella ancorata alle telefonate.
Ho quasi sessant’anni e con la tecnologia litigo.
Scrivo a lei comunque perché ho visitato il suo sito web e mi è parsa una persona affidabile, ma soprattutto molto competente circa la materia; peccato solo che nei contatti ci siano i social e l’indirizzo e-mail, senza nessun numero telefonico.
Ho letto qualche mese fa alcuni suoi articoli e ammetto di averli trovati spettacolari. Parlo in particolare di quello delle legioni di Astaroth e quello sulle Sirene Diurne, li ho addirittura fatti leggere entrambi anche a mia suocera che è over ottanta ed è scettica sin dalla nascita. Ne è stata piacevolmente impressionata, pure alcune sue amiche alla casa di riposo lo sono state.
Sono pronto ad ospitarla a casa mia se è necessario. Il mio è un paesino di meno di un migliaio di abitanti e l’unico albergo presente, se si può definire così, si trova appena fuori il confine autostradale ed è una scialba riproduzione di un hotel ad ore degli anni ottanta, la cui nomea possiede ad ogni modo solo la modalità di pagamento in comune con quella tipologia di residence. Ad essere sincero non comprendo neanche come possa essere ancora aperto, visto che le leggi governative sono abbastanza proibitive con quel settore. Forse è un’apertura illegale. Non lo so, è da un po’ che non ci capisco più niente con questi cambi di programma e disegni politici altalenanti.
Altrimenti, se per lei fosse un problema questa soluzione, considerando anche questi tempi di pandemia, potrei accompagnarla alla città più vicina che dista trenta minuti da qui e poi magari ci organizziamo come meglio crede per gli incontri.
Mi faccia sapere al più presto, sennò mi vedrò costretto a chiamare qualcun altro. Mi raccomando che ci sia massima segretezza con media e giornalisti, ci rimetterebbe anche lei.
Non dico nulla più, perché voglio discuterne dal vivo o al massimo telefonicamente. Le allego una fotografia per scioccarla, incuriosirla, interessarla e farla venire qui.
Non ha idea di quello che le aspetta.

A presto,
Jeremy Roland.
(Wigan, 34 Native Street, L28 9KO)
P.S. io li chiamo gli Esseri Invisibili.

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Lupi: Il silenzio dei rumori di Rafael Spike

Lupi il silenzio dei rumori rafael spike

Lupi: Il silenzio dei rumori

Plick. Plick. Plick.

Adesso quel suono pareva essere diventato simile ad un rubinetto gocciolante.

Toc. Toc. Toc. Toc. Toc.

Un martelletto inchiodava qualcosa su di una parete non troppo lontana.

Dong. Dong. Dong. Dong.

Una chiesa nelle vicinanze provava a comunicare qualcosa. Non era mai stata religiosa, in che occasione si suonavano le campane? Per l’ora della messa o per altro?

Dovette fermarsi quando il rumore cambiò ancora e poi ancora.
E poi ancora. E di nuovo per l’ennesima e asfissiante volta.

Non stava fermo, non gli piaceva essere sé stesso. Non gli garbava la costanza.
Il luogo in cui si trovava era completamente buio. Ci stava sguazzando da un bel po’ di tempo e la sua vista ancora doveva adattarsi. Aveva avanzato solo a tentoni finora, però nessun ostacolo le si era parato dinanzi ai piedi scalzi.

Si sedette a terra per combattere quel disagio dovuto alla mutevolezza acustica. Era inoltre l’unica superficie su cui poteva contare. Non era sicura nemmeno che ci fossero delle pareti intorno a lei.

Magari sei circondata solo da rumori.

Le chiappe molli si poggiarono dunque lungo quello che poteva essere un finto parquet scadente, ma soprattutto disastrato. Le sue mutandine erano umide.

Poggiò i palmi delle mani all’indietro, inclinando il busto di quarantacinque gradi, come se fosse seduta in riva alla spiaggia ad osservare l’orizzonte marino, prendendo il sole magari.
Tuttavia c’era solo oscurità lì con lei in quel posto e le onde erano suoni cangianti, che non volevano decidersi circa cosa essere per perseguitarla.
Chiuse gli occhi, tanto non faceva alcuna differenza.

Pff. Pff. Pff.

Erano bottiglie stappate?

Le faceva male la testa. La confusione era peggiore del sentirsi cieca e senza via d’uscita, poiché a dirla tutta in fondo al tunnel non c’era alcuna luce e dentro il buio nessun faro. Voleva piangere e non riusciva a farlo sul serio poiché il baccano dei rumori la rendeva inerte.

Click. Click. Click.

Pa. Pa. Pa. Pa. Pa. Pa.

Forse una penna.

“Basta”, mormorò.

Bam!

Un violentissimo schiaffo la centrò sulla guancia sinistra, facendole sputare un dente.

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Lupi: Un’isteria invernale di Rafael Spike

lupi un'isteria invernale Rafael Spike

Lupi: Un’isteria invernale

Le foglie erano congelate e livide, il vento soffiava con fiocchi di neve e voce roca, cercando di farsi udire per bene da tutti quelli che avevano deciso di sfidarlo restando all’aperto. Tutto era coperto di bianco e gli altri colori della natura annegavano al di sotto dei suoi numerosi centimetri di spessore.

Le fattorie erano diventate casupole di marzapane coperte di glassa, ma Natale era già passato e quel ghiaccio era umido e freddo. Faceva scricchiolare gli infissi e marcire tutto quello che veniva a contatto con le intercapedini sia dentro che fuori. Bruciava in realtà, come il sole, come il fuoco.

Sotto il riverbero di una lampadina che riusciva a fendere flebilmente la notte di tormenta, attraversando il vetro di una finestra, c’era un piccolo alberello giovanissimo, alto un metro e mezzo.

Lo aveva piantato l’uomo illuminato da quell’unica luce, quello che mescolava il proprio tea caldo osservando la bufera. Pensava a quando avrebbe potuto rimettere le mani sui propri raccolti, a quando avrebbe potuto accarezzare e prendersi cura di nuovo della sua terra e dei suoi campi, visto che ora erano glaciali e duri come la pietra.

Provava anche a vedere nel buio, perché il vento agitava ogni cosa e alcune ombre rischiarate parevano danzare. Alle sue spalle il camino scoppiettò, quando fece cadere il cucchiaino nel lavello per poi godere del primo sorso.

Troppo dolce, sua moglie diceva che gli faceva male lo zucchero.

Sperava tanto che l’albero non morisse e che i campi non si rovinassero del tutto, ma sperava più di ogni altra cosa che l’inverno non durasse ancora per molto. Era il terzo giorno di neve incessante.

Un’altra raffica violenta provò a sfondargli la finestra, il camino si lamentò.

Fu allora che notò qualcosa di non troppo grande agitarsi alle spalle di quel tronco magrissimo e strizzò dunque le palpebre per capire che animale fosse. Si agitava, pareva in procinto di scavare… o forse stava seppellendo qualcosa?

Bevve ancora e poi batté con un dito sul vetro per attirare invano l’attenzione. L’ombra si fermò e lo guardò dopo essere emersa dalla neve. Era una volpe con dei brillanti occhi violacei. Era un esemplare a metà tra l’adulto e il cucciolo, di un arancione acceso.

Lo fissò per pochi secondi e poi scappò, guaendo come tutti i piangenti esemplari della sua specie.

Le sorrise, prima di continuare a bere il proprio tea al sicuro in casa propria.

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Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina di Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Il fantasma della cantina

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Dopo la morte di mio padre, nessuno della nostra famiglia mise più piede giù in cantina. 

Il mio vecchio era quello che riparava tutto in casa, quello che pitturava, quello che si occupava di tutte le manutenzioni. Conservava i suoi attrezzi in cantina, di conseguenza quello era un luogo che raramente qualcun altro visitava. 

Una volta che l’infarto lo aveva stroncato nel sonno senza una ragione plausibile, la cantina era diventata semplicemente una porta che nessuno voleva aprire. Se c’erano delle riparazioni da fare, io, mia madre e mio fratello maggiore chiamavamo gli esperti del settore.

Un giorno però, trovatomi da solo a casa dopo la scuola, sentii un forte rumore provenire dal pavimento, come se qualcosa fosse caduto provocando un grosso tonfo. Pensai a qualche topo o a qualche altro animale che, bazzicando la cantina, aveva fatto cadere un oggetto, per cui decisi di andare a dare un’occhiata. Aprii la porta con cautela, venendo sopraffatto da una purulenta zaffata di aria stantia, che quasi mi fece lacrimare gli occhi. Non facevamo arieggiare quel posto da secoli.

Accesi la luce e pian piano cominciai a scendere i cigolanti gradini di legno. 

Lì per lì mi pietrificai e quasi mi misi a urlare, pensando che fosse un ladro, ma poi quell’ombra in fondo alla stanza mi disse di stare calmo. 

Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro, una chiave inglese, e gli intimai di non muoversi e di dirmi chi fosse e cosa ci facesse lì, nella mia casa. “Sono un fantasma, caro mio. Sono morto più di ottanta anni fa, non potresti farmi del male neanche se ci provassi. Quindi stai calmo, va tutto bene”. Lo fissai inorridito, mentre faceva dei piccoli passi verso di me. Eppure quelli non erano passi, non aveva i piedi. Svolazzava. Il suo mezzo busto superiore finiva all’altezza della cintola, poi c’era il vuoto. Stranamente non mi sentii più tanto spaventato, l’idea che fosse un fantasma e non un ladro mi acquietò in un certo senso.

“Co… co… cosa ci… fai qui?”.

“Mi suicidai parecchi anni fa, per solitudine. La mia grande nemica vinse e io mi impiccai qui sotto. Sono alla ricerca eterna dell’amicizia e dell’amore, le due acerrime rivali della mia carnefice”. “Mmm… mmm… ma hai mai… incon… trato… altre persone?”.

“Certo! Come no! In questi tantissimi anni, ho incontrato tantissime persone! Ho conosciuto quasi tutti gli inquilini di questa vecchia dimora”.

“Ness… uno… ti ha ai… ai… aiutato a trovare pace?”. “Soltanto uno, ma non ha funzionato”.

Lo fissai spaventato, il suo volto era triste. Un uomo sulla quarantina, calvo, dal colore cinereo e trasparente, degli occhi roventi e accesi. Fluttuava e mi guardava con serenità e tristezza.

“Siediti”, mi disse. “Voglio raccontarti la storia di chi mi ha aiutato, la storia dell’uomo a cui ho fermato il cuore per potergli permettere di essermi amico per sempre”.

Dietro di lui, in fondo alla stanza, intravidi il profilo di mio padre.

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Lupi: Una passeggiata nel buio di Rafael Spike

lupi una passeggiata nel buio Rafael spike

Lupi: Una passeggiata nel buio

Scese le scale del condominio senza incontrare nessuno. I marmi grigi erano umidi e scivolosi e le porte nere degli appartamenti erano silenziose come se fosse l’unico a vivere nel palazzo.
Non era notte fonda, erano appena le 7.

Giù al cancello d’ingresso, la saracinesca del portiere era chiusa. Quell’uomo andava in vacanza per due settimane nel periodo natalizio e non aveva mancato di farlo nell’anno della pandemia. Era da un po’ infatti che non lo vedeva.

Aprì il portone di metallo tutto agghindato e uscì sul marciapiede che aveva battuto qualche ora prima. L’insegna verde del supermercato brillava come un sole artificiale. Emanava addirittura calore in quei venticinque metri di distanza.

Non c’era nessuno però al suo interno, neanche il personale, ma le serrande non erano chiuse. Quel posto le appannava solo per due ore notturne durante la giornata.

Nella via dove or ora i lampioni comunali si stavano svegliando, la desolazione era la medesima.

Faceva più freddo di quanto immaginasse e di quanto facesse prima.
Tirò su il bavero del giubbotto di lana, nonostante lo scaldacollo fosse di ottima fattura. Soffiò aria calda sulle mani in lattice che non poteva di certo strofinare.

Perché sei uscito?

Iniziò a camminare verso sinistra, restando sul marciapiede quasi congelato, rabbrividendo in modo strano. Non era la temperatura bassa a scatenargli quel tremore.

È l’ansia infatti.

Non è ansia.

Che ansia?

Di che stai parlando?

Un cane abbaiò lontano, ma nessuno gli disse di tacere. Un profumo di immondizia lo raggiunse da un contenitore ricolmo. Tra le buste nere qualcosa si muoveva.

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Il mondo nuovo di Sirio Rossi

Il mondo nuovo Sirio rossi

Il mondo nuovo

01/01/50

Il pianeta Terra è attualmente gestito da quelle che vengono definite come le dodici Nazioni Consolidate, gli unici governi ad essere sopravvissuti a tutte le intemperie che hanno devastato per circa trent’anni la vita degli esseri umani.

Non esistono più calendari, non si adoperano più gli orologi. Il tempo è amministrato, suddiviso e centellinato soltanto dalle autorità, che ordinano alle persone di non curarsene, sottraendogli comunque tutti gli strumenti atti a farlo.

Nonostante la maggior fonte di nutrimento resti l’agricoltura con le sue coltivazioni all’aria aperta, le città di ogni stato sono ormai situate nelle profondità del suolo, strutturando così il territorio nazionale in metropoli sotterranee dove i cittadini, oltre che essere controllati, monitorati e videosorvegliati, sono anche vittime di pochissima libertà di spostamento, anche lavorativa.

In superficie le terre desolate delle civiltà antiche sono diventate purtroppo luoghi ostili alla sopravvivenza, tranne che per la natura e in alcuni casi per le intelligenze artificiali.

Sebbene ci sia stata una pazzesca rivoluzione economica e una massiccia reinvenzione dei rapporti internazionali, alcuni comfort e principi del capitalismo continuano ad essere presenti, malgrado l’importanza estetica, la superficialità e l’apparenza siano andate completamente dimenticate nelle relazioni sociali.

Nessuno può vedere il tuo volto o il tuo corpo, se per uscire dal tuo appartamento hai bisogno di una tuta protettiva e una maschera cefalica speciale, quindi la bellezza ha perso valore.

Non esistono più i social, non esiste più internet, ma le piattaforme streaming e i videogame fanno ancora parte della quotidianità, come pure una collana a forma di Saturno legata al Partner Program, un nuovo metodo per ricercare un partner sessuale oppure da sposare, salvaguardando chiunque dalla violenza domestica.

Il mondo è andato ad ogni modo alla rovina dopo la comparsa della Malattia e delle sue 13431 mutazioni, ma dopo il periodo delle Grandi Sepolture dovute all’infezione, alle guerre e alla carestia, le società si sono evolute e con l’aumento dei controlli la vita ha potuto tornare ad essere quasi priva di pericoli concreti.

Sono tanti però i segreti che celano le alte sfere e sono innumerevoli le minacce che purtroppo stanno per sconvolgere quest’equilibrio già precario.

“Il mondo nuovo” è il primo libro ufficiale di Sirio Rossi, storico per passione e laureando in medicina, che ha deciso di concretizzare il suo forte desiderio di iniziare a scrivere, componendo questa raccolta di racconti sci-fi distopica, il suo genere preferito, così da portare il lettore in una delle future realtà fantascientifiche in cui il mondo potrebbe evolversi nei decenni avvenire.

I dieci racconti contenuti in questo libro cartaceo servono a gettare le basi strutturali del personale universo distopico di Sirio Rossi, il quale vuole approfondire ogni suo dettaglio con la pubblicazione negli anni di svariate saghe e svariati cicli di libri ad esso collegati.

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Paure dell’uomo: Ratti di Pasquale Scalpellino

Ratti Paure dell'uomo Pasquale Scalpellino

Paure dell’uomo: Ratti

Jane sentiva il rumore attraverso le pareti, li sentiva arrivare. Era uno zampettare sommesso, indistinto, implacabile. Percorreva tutte le mura e si chiudeva intorno a lei provenendo da tutte le direzioni, come se la stessero accerchiando. 

Loro erano lì, loro potevano prenderla, loro potevano aspettare all’infinito il momento giusto in cui ucciderla. Doveva solo distrarsi, addormentarsi, voltarsi, e loro avrebbero attaccato. Lei lo sapeva, lo sapeva benissimo.

Le cose non erano sempre state così, decisamente no. Lo erano diventate dopo la tragica morte di una sua coinquilina. Era successo due settimane prima, all’improvviso. 

Tutti gli occupanti della casa erano in cucina quel giorno, ognuno impegnato a fare qualcosa. Chi a chattare, chi a leggere, chi a fumare, chi a parlare al telefono col vivavoce. Tutti erano lì e tutti erano altrove con la mente. 

La sua coinquilina si era alzata in piedi per raggiungere il frigorifero, voleva stappare una birra, ma a metà del tragitto aveva inaspettatamente urlato: “un ratto!”, prima di scivolare per la paura e sbattere la testa sul pavimento. 

L’avevano portata di corsa all’ospedale, ma per lei non c’era stata nessuna via di salvezza. La botta era stata fortissima, il trauma irreparabile. All’interno del cranio si era sviluppata una immensa e inarrestabile emorragia cerebrale, a cui non vi era stato possibile purtroppo porre rimedio. 

Nessuno aveva però visto il topo, oltre a lei, neanche coloro che erano poi rimasti a casa quel giorno, senza recarsi all’ospedale. Nessuno aveva visto quel ratto, ma la sua comparsa era costata loro l’amica e la serenità. Un velo di tristezza si era abbassato su tutti da quel momento, un velo che aveva colto maggiormente Jane, la quale credeva nell’esistenza del topo a differenza degli altri.

Oltre alla tristezza, tutti gli inquilini avevano cominciato a manifestare degli strani sentimenti e delle bizzarre reazioni verso la morte dell’amica. Dicevano ch’era stata colpa sua, che se l’era cercata per il suo essere visionaria. 

Vedeva i mostri. Vedeva i fantasmi. Era una stupida che era morta per un piccolo topolino. 

Più gli altri però dicevano cattiverie e trasformavano la tristezza in odio verso la defunta, più Jane cominciava ad avvertire che il ratto esisteva davvero. Non era solo. Lei poteva sentirlo. Erano tanti. Tantissimi. Si nutrivano di quell’odio. Di quel cattivo sentimento, nato senza motivo e senza ragione. 

I ratti erano lì, bramavano tutti quanti. Più disprezzavano la vittima di quell’evento, più ardevano le brame con cui essi di moltiplicavano.

Dopo due settimane, Jane li sentiva ovunque. Nel soffitto, nelle pareti, sotto il letto, nei vestiti. Poteva sentire l’odore immondo, l’odore di fogna, di immondizia, di morte. 

Crepitavano attraverso ogni cosa, respiravano flebilmente, le loro code provocavano fruscii. 

Aveva paura di uscire dalla sua stanza, di chiudere gli occhi, di dormire, di chiamare aiuto, di chiedere agli altri se anche loro li sentissero. Cosa stava succedendo? Perché poi accadeva?

Jane fu ritrovata suicida nel suo letto alcuni giorni dopo. Tuttavia nessuno mai vide neanche l’ombra di un ratto in quella casa, sebbene dall’autopsia furono ritrovati dei piccoli morsi da roditore sulle sue dita dei piedi.

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Lupi: La grande paura di Rafael Spike

Lupi la grande paura rafael spike

Lupi: La grande paura

In giardino non ho mai installato luci, perché a dir la verità adoro guardare le stelle mentre mi sballo, lasciandomi abbracciare dal colore della notte e dalla benevolenza delle tenebre. Tutti amano la luce e io credo che sia così perché non hanno mai provato la necessità di doversi nascondere. Quando assapori quella, nell’oscurità trovi sempre conforto.

Mi sono seduto sul praticello, posacenere in una mano, accendino nell’altra e spinello tra le labbra.

A sinistra avevo l’albero di limoni, a destra il muro di mattoni condominiale. Sulla mia testa le stelle erano bottoni argentati su un manto blu scuro, dove la luna rappresentava una medaglia astrale appuntata sul cuore. Non faceva freddo e mi rilassavo ancora prima di accendere il mio bastoncino di relax.

Ho fissato le finestre e i balconi che mi circondavano e mi sovrastavano e stranamente li ho trovati tutti spenti. Nessun notturno come me era sveglio di mercoledì.

Ho dato vita alla fiamma e ho lasciato i miei polmoni inaridirsi di sballo. La luce rossa da cui fuoriusciva il fumo era l’unica luminosità nelle mie vicinanze. Il mio cervello si è alleggerito di colpo, perché erano giorni che non me ne rollavo una, ed è stato in quel momento che il film è partito.

Ho sentito un rumore provenire dal tronco dell’albero a pochi metri da me. Mi sono girato di scatto, tenendo a stento ferma la mia testa. La paura mi ha colto alla sprovvista perché quel colpo è stato molto forte. Mi sono spaventato e, dato che nulla si palesava, ho iniziato a viaggiare.

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