Primo capitolo di Kill Her

Kill her pasquale scalpellino

Selene parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa come ogni sera quando ritornava dal dipartimento. Si sentiva stanca e spossata, ma finalmente era venerdì e il suo turno di lavoro, protrattosi per due lunghissime ore in più, era per fortuna già finito. L’indomani sarebbe stata libera, il sabato era sempre il suo giorno di riposo e di solito lo passava andando al parco o vedendosi con le sue amiche.

Per essere una detective capo di quarant’anni e rotti della sezione investigativa, era comunque una donna che si teneva in forma e conservava il proprio corpo tonico grazie all’attività fisica svolta in palestra, dove andava a sudare almeno quattro volte alla settimana. Se non si fosse sparsa la voce del suo essere single e del suo non avere figli o legami sentimentali, sarebbe potuta passare tranquillamente per una splendida e affascinante madre di mezza età. Magari una di quelle su cui tanti adolescenti, ma anche tanti adulti, fantasticavano in privato o in compagnia di amici stretti e pervertiti.

Tirò il freno a mano, fece richiudere il cancello elettrico alle proprie spalle e finalmente spense il motore, lasciandosi andare ad un lungo e meritato respiro di sollievo.

Era a casa, era sola e adesso avrebbe potuto rilassarsi. Per almeno ventiquattro ore non ci sarebbero stati omicidi su cui investigare, scene del crimine insanguinate dove trovare indizi o ricostruire atti violenti, prigionieri o sospettati da interrogare e mettere sotto torchio e parenti da consolare in qualche modo. Sola, libera, leggera, rilassata, solo questi sarebbero stati gli stati d’animo di cui avrebbe dovuto prendersi cura e relativamente preoccuparsi. Non pensare a niente e mettere in atto esclusivamente il proprio relax, non c’era palliativo migliore per lei.

Entrò in casa dalla porta d’ingresso, chiamò e salutò la sua piccola gattina di nome Anya, mettendole anche dei buoni croccantini freschi, e poi fece una corsa diretta verso la doccia. L’acqua calda era per lei una droga tanto potente quanto lo erano delle buone coperte fresche e tiepide, sotto cui addormentarsi dopo una sfacchinante indagine priva di conclusioni.

Si lavò con calma ovviamente, facendosi un lunghissimo shampoo, depilandosi le gambe con il rasoio usa e getta e passando sulla propria pelle le varie creme corporee e le lozioni che solitamente usava per idratarsi. Applicò anche una maschera facciale, prima di scendere al piano di sotto con indosso solo l’asciugamano bianco, difatti la sua gatta si spaventò quando le vide il viso verdognolo a causa dell’aloe vera. Scoppiò a ridere mentre la vedeva correre via dalla sedia su cui si stava leccando, per fuggire a nascondersi sotto al divano. A volte era un animaletto melodrammatico.

Prese una delle bottiglie di birra che aveva nel frigo e mise nel microonde degli avanzi di pasta da riscaldare. Mettersi a cucinare qualcosa di fresco alle 10 di sera non sarebbe poi stata una buona idea, tanto valeva non buttare quel cibo del giorno prima.

Stappò la bottiglia con l’uso di una forchetta e fece un eccitante e fantastico sorso gelido. Il liquido giallo e frizzante scese in gola come uno dei più inebrianti nettari mai conosciuti, riscaldandola e raffreddandola allo stesso tempo. Si sedette sul divano e accese la televisione. I capelli biondi si adagiarono umidi sulla finta pelle del suo mobilio.

Cominciò a far scorrere i canali perché non aveva minimamente idea di cosa voler guardare, ma quella pigrizia e quella inerzia erano semplicemente parti integranti del suo personale modo di rilassarsi. Non doveva fare nulla e non doveva pensare a nulla. Punto e basta.

Avvennero però nello stesso momento due eventi inaspettati e uniti dalla medesima matrice.

Lei si soffermò per un solo secondo su un notiziario notturno di una tv locale e il suo cerca-persone suonò con ingordigia e avidità.

Dodici cadaveri erano stati scoperti dalla polizia grazie a telefonate anonime. Apparentemente tutti quanti erano morti durante lo stesso lasso di tempo.

Prese il cerca-persone già sapendo che quella serata sarebbe andata a farsi fottere, ma, prima che potesse anche solo leggere il messaggio, il suo telefono di casa squillò. Era un suo collega e le chiedeva di ritornare immediatamente in dipartimento.

“C’entrano i dodici omicidi che ho appena visto al notiziario?”, domandò annoiata e incazzata.

“Sì, Selene”.

“Io ho finito il mio turno e domani non devo lavorare, quindi perché mi stai chiamando? Convoca Charles!”.

“Non è solo l’orario che accomuna queste morti”, spiegò con voce roca l’uomo.

La donna con ancora i capelli gocciolanti, che stavano bagnando il pavimento da quando si era alzata in piedi, deglutì e non riuscì a chiedere di cos’altro si trattasse, prima che la persona all’altro lato del telefono glielo comunicasse comunque.

“Sono stati uccisi tutti con un’arma contundente diversa, è stato disegnato un pentacolo con il loro sangue sulle mura dei soggiorni e sulla pelle dei loro polpacci è stato inciso il tuo nome…”.

Il microonde fece risuonare la propria campanella per annunciare il piatto pronto e riscaldato. Peccato che quella pasta venne inevitabilmente abbandonata a sé stessa, come anche quei capelli bagnati con cui si lanciò nella notte per ritornare sul posto di lavoro.

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